Tra D’Alema e Letta vietato dimenticare Zingaretti

La Ditta vuole rientrare nel Pd, ma il segretario nazionale critica “baffino di ferro” sull’analisi del renzismo come malattia. Però il dato di fatto è che è stata la vittoria di Nicola Zingaretti al congresso a rimettere i Democrat nel solco della sinistra sociale. Ecco perché il presidente della Regione Lazio giocherà ancora e sempre da protagonista nel confronto interno

La “frustata” di Massimo D’Alema ha avuto il merito di risvegliare il Pd da un torpore generalizzato nel momento in cui Enrico Letta deve cercare di limitare i danni (più che vincere) nella partita per il Quirinale. Ma c’è un paradosso che i Democrat devono considerare: gli attuali gruppi parlamentari sono quelli definiti e scelti dall’allora segretario Matteo Renzi.

Ma il 13 gennaio ci sarà una riunione congiunta dei gruppi parlamentari e della Direzione. E la Direzione è frutto della vittoria al congresso di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio.

Il Quirinale e la Ditta

Pier Luigi Bersani (Foto Sara Minelli © Imagoeconomica)

Il Corriere della Sera ha scritto: “E sull’ipotesi di Mario Draghi al Colle c’è un fronte del sì, un correntismo del no e un’area oscillante nel segno dell’aspettiamo e vediamo”.

Però la sfida per il Quirinale a questo punto si intreccia con l’ipotesi di rientro della Ditta nel Pd. Tutto è nato da un brindisi di Pierluigi Bersani e Roberto Speranza. Poi c’è stata l’intervista di Massimo D’Alema che ha parlato di Partito guarito dalla malattia del renzismo. Magari intimamente Enrico Letta avrà pure concordato, ma come Segretario non poteva avallare quel messaggio.

All’interno del Pd ci sono Lorenzo Guerini e tutti gli esponenti di Base Riformista, corrente che affonda le radici nel renzismo. Letta deve tenerlo presente.

La tempesta che si deve placare

L’uscita della Ditta dal Pd fu un trauma. Una sconfessione netta e radicale del renzismo, una ribellione ad un modo di essere Partito che non faceva parte del Dna dei Democratici di Sinistra, forse di quello della Margherita da cui proveniva Renzi. Lo si comprende leggendo le dichiarazioni rilasciate da Pier Luigi Bersani in queste ore al Correre. “Non siamo nati per fare una parrocchietta. Siamo nati per tenere viva l’idea di una grande forza della sinistra plurale. Abbiamo visto per tempo sia la prospettiva di un campo progressista sia i rischi di deriva del renzismo. Adesso, più che da noi, dipende dal Pd. Ci dica. Noi decideremo nel nostro collettivo”.

Andrea Marcucci (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

L’eventuale rientro di D’Alema e Bersani porrebbe un problema di equilibri e di identità ad un Pd che già oggi fatica a trovare un assetto stabile. A ricordarlo su Repubblica è stato Andrea Marcucci. Dicendo: “definire una malattia il renzismo è un gravissimo errore. Io rivendico quella stagione: ci portò al 40% e ci fece approvare leggi fondamentali. Vorrei tranquillizzare gli amici di Articolo 1: non sono un pentito, resto orgoglioso anche di quel Pd”.

Il problema alla fine è sempre Matteo Renzi. Per Marcucci “Il Pd deve liberarsi nel bene e nel male dell’incubo di Renzi. Matteo ha fatto tante cose positive ed anche molti errori, non è la bestia nera e neanche la soluzione di tutti i mali. Pensiamo al futuro, io spero che nell’alleanza elettorale, con il Pd ci siano anche i riformisti”. Per Marcucci la soluzione è il Congresso, da tenere dopo l’elezione del Presidente della Repubblica. Perché “Il Pd o è quello del Lingotto, o semplicemente torna ad essere una riedizione del passato, che ha poco senso”.

Il ruolo di Zingaretti

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica)

Vedremo nelle prossime settimane se Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Roberto Speranza e gli esponenti di Articolo Uno rientreranno nel Partito Democratico. Ma in tutta questa vicenda non può essere dimenticato neppure per un attimo il ruolo avuto da Nicola Zingaretti. La sua vittoria come Segretario sull’onda lunga della Piazza Grande costruita da Massimiliano Smeriglio ha rappresentato la vera spallata al renzismo, consentendo al Partito di iniziare un percorso di rinascita e di rilancio che ha poi portato ad un’accelerazione decisiva.

Perfino l’uscita di Renzi e la costituzione di Italia Viva ha rappresentato la conseguenza dell’azione di Nicola Zingaretti.

Il quale non era convinto di appoggiare il Governo Conte 2, ma alla fine ha deciso di farlo “scavalcando” lo stesso Renzi. E le dimissioni da Segretario di Zingaretti hanno rappresentato un’altra scossa fondamentale per un Partito che si stava appiattendo su posizioni di potere. Di governo fine a sé stesso.

Adesso l’eventuale scioglimento di Articolo Uno e il rientro della Ditta nel Pd potrebbe costituire i pilastri si un nuovo soggetto politico in grado di dialogare con i Cinque Stelle partendo da una forte identità di sinistra sociale. Con un occhio rivolto al centro. In fondo non è altro che il modello Zingaretti alla Regione Lazio.

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