Il berretto da capostazione che Zingaretti non darà a Di Maio

Foto © Stefano Carofei, Imagoeconomica

Nicola Zingaretti ha detto no all'incontro con Luigi Di Maio. Prima risolva i suoi problemi nel M5S. Non interferirà nel suo lento declino. Le cose che Di Maio non sa...

Nicola Zingaretti non intende togliere le castagne dal fuoco che sta bruciando il Movimento 5 Stelle. Va letta così le decisione del Segretario nazionale Dem di non partecipare già ieri sera ad un tavolo a tre con il premier incaricato Giuseppe Conte e con il capo politico dei grillini Luigi Di Maio.

Il MoVimento è nel pieno di una crisi di nervi. Il vicepremier uscente non si rassegna alla sua morte politica. È aggrappato con le unghie e i denti ai suoi due ministeri ed alla fascia da Numero 2. Che il Pd non ha alcuna intenzione di concedere. Il problema non è di poltrone: lo mette in chiaro la nota diffusa sabato sera. «Noi vogliamo fare un governo nuovo con 5 Stelle e altri: un governo di svolta con un programma serio e scritto insieme. I 5 Stelle, invece, a quanto pare vogliono i voti del Pd e della sinistra per un governo grillino guidato da Conte e Di Maio».

Beppe Grillo e Luigi Di Maio

La pervicacia di Luigi Di Maio ha spazientito anche Beppe Grillo. Il fondatore del MoVimento ieri sera ha messo in rete un video: in apparenza rivolto ai ‘Giovani del Pd‘ ma il cui titolo poteva essere ‘Parlare al Pd affinché Luigino intenda‘. Il contenuto rende inutile ogni spiegazione: “Sono stufo. Abbiamo da progettare il mondo, invece ci abbruttiamo. E le scalette… E il posto lo do a chi…? Poi i dieci punti, i venti punti…. E basta!”.

Il fatto è che il vero problema rimasto sul tappeto è solo il trenino con cui far giocare Luigi Di Maio (leggi qui Dalla salita al Quirinale al trenino per Di Maio: a passi rapidi verso il governo e leggi anche qui La tentata rapina di Di Maio con le pistole ad acqua). Per il resto, sul programma le delegazioni hanno trovato una convergenza praticamente su tutto. Dove più, dove meno ma non c’è un tema che divida M5S e Pd.

Resta da capire a che gioco vorrà giocare Luigino, dal momento che nessuno intende concedergli il doppio trenino ed il cappello da vice capostazione che vuole lui. Il primo ad esserne convinto ora è il suo ex difensore d’ufficio Giuseppe Conte. È irritatissimo per la ‘sparata’ fatta l’altro giorno appena uscito dal suo ufficio: il programma in 20 punti con cui alzare la tensione col Pd glielo aveva tenuto nascosto, glielo ha fatto sapere a mezzo tv appena chiusa la porta. (leggi qui Il rancore di Luigino, il gelo di Conte: il Lazio prossimo laboratorio).

Mattarella e Conte, (Foto Paolo Giandotti)

C’è di peggio. Il secondo ad esserne convinto é il capo dello Stato Sergio Mattarella. Che sabato mattina ha gelato la manovra di Luigino in tre secondi netti: quelli necessari per lasciar filtrare dal Quirinale l’indiscrezione che Giuseppe Conte stava per rinunciare e che lui era pronto a nominare ipso facto un premier elettorale con cui mandare tutti al voto. (leggi qui Dalla salita al Quirinale al trenino per Di Maio: a passi rapidi verso il governo). Chi era nel fortino in cui stava asserragliato Luigino con i fedelissimi assicura che poco c’è mancato cadesse in deliquio e fosse necessario un medico per rianimarlo.

Il governo M5S – Pd si farà. Con Luigino. Non con il berretto da vice capostazione. Si dovrà accontentare di un ministero. E farsi una ragione della sua fine politica: meritatissima, poiché in nessuna altra parte del mondo sarebbe ancora in circolazione uno che in appena 14 mesi dimezza il 33% del consenso elettorale nazionale ottenuto dal suo Partito e riesce a fargli perdere la faccia su qualunque argomento, dall’Ilva alla Tav. E prima o poi qualcuno dovrà chiedergli conto delle migliaia d’ore di cassa integrazione cui ha costretto la principale industria privata nazionale, imponendo gli Ecobonus sulle auto che Fca farà solo tra un anno, arricchendo e ingrassando le case automobilistiche avversarie.

Nicola Zingaretti viene da una solida scuola. Che lo ha costretto a digerire la mancata candidatura a sindaco di Roma e sorridere di fronte a quella come Governatore del Lazio. Che lo ha obbligato a tenersi stretto Matteo Renzi e tutta la sua riottosa compagnia che tra poco pretenderà di guidare il nuovo Governo dai banchi di Palazzo Madama. Le imboscate sono l’arredamento urbano della via che porta a diventare Segretario nazionale Pd: lo Zar sa benissimo che Luigino potrebbe confezionargli il sabotaggio in Senato, facendo mancare una pattuglia di voti pentastellati. Già sa dove trovarli. Glieli offrirà spontaneamente una task force di responsabili azzurri (leggi qui La doppia frattura nel centrodestra. Che non preoccupa Silvio). Hanno già cominciato a regolare i conti con Matteo Salvini che pensava di seppellire ancora vivo il cav. (leggi qui La vendetta di Berlusconi: è gelo con Salvini «Noi non siamo sovranisti»).

Nicola Zingaretti, Graziano Delrio e Dario Stefano © Stefano Carofei / Imagoeconomica

Quello che Luigino non conosce affatto è cosa sa fare Nicola Zingaretti: vincere le elezioni nel Lazio lo stesso giorno in cui il Pd si sbriciolava su tutta l’Italia, non avere una maggioranza in Aula perché le urne decretano vincitore lui ma non il centrosinistra, governare con l’Anatra Zoppa attraverso un leale dibattito con i Cinque Stelle, respingere la mozione di sfiducia grazie alle strategiche assenze dei consiglieri di Forza Italia andati improvvisamente in Scozia, stringere un patto d’Aula con forzisti e leghisti dissidenti ed ottenere così una maggioranza. Robetta rispetto alla riunificazione delle bande ascare in cui è diviso il Pd facendole diventare solida maggioranza con cui eleggere segretario proprio lui che una componente zingarettiana non la ha.

Non è la persona dalla quale pretendere due trenini ed un berretto da capostazione.

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