Tre verbi per cambiare il mondo

Ci sono tre verbi che fanno parte del nostro vocabolario. E che possono cambiare il mondo. Basta ricordarli ogni tanto e metterli in pratica sempre. Ecco quali sono

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino Luca, 10,28

Proviamo a fare attenzione alle azioni che quel Samaritano compie, come l’evangelista Luca lo racconta nella famosa parabola detta appunto del Buon Samaritano. Il contesto è chiaro: un uomo viene assalito dai banditi, derubato e lasciato ferito a terra.

Osserviamo le azioni dal Samaritano: intanto, si trova in una situazione normale, non è investito da una guerra, da una catastrofe naturale, non ha sentito grida di aiuto. Sta viaggiando, ci ricorda Luca. E, durante il viaggio (quanti di noi viaggiano, ogni giorno…)  durante un’azione quotidiana, normale, incappa in una situazione drammatica. C’è un ferito, la vittima di un agguato di briganti. Prima di lui altri sono arrivati lì, hanno guardato, e, volto lo sguardo da un’altra parte,  sono passati oltre.

Lui non ha alcun responsabilità in quanto è accaduto: non è lui l’assalitore, non ha provocato lui le ferite. Eppure guarda quell’uomo e ne ha compassione, gli si fa vicino.

Tre verbi che cambiano il mondo

Dovremmo prendere questi tre verbi per cambiare il mondo in cui siamo oggi: guardare, non volgere lo sguardo da un’altra parte, non far finta che le cose non accadano, non starsene a pancia all’aria mentre attorno a noi il clima impazzisce, i cannoni tuonano, le persone disperate muoiono in mare senza soccorsi.

E provare compassione, sentirci coinvolti in quello che accade, per motivo di giustizia perché anch’io, nel mio piccolo, posso contribuire a cambiare le cose, diminuendo la mia impronta ecologica, comprando quella frutta coltivata con il rispetto dei lavoratori e non invece con lo sfruttamento degli immigrati; posso far sentire la mia voce usando gli strumenti della partecipazione digitale, posso non cadere nella trappola di chi vuol farmi credere che il mio nemico sia quella donna con il suo bambino, imbarcata su un gommone che fa acqua da tutte le parti.

E posso poi farmi vicino, cercare di comprendere motivazioni, situazioni, approfondire, non lasciarmi travolgere dal sentito dire e da quelli che montano il livore della pubblica opinione sul nemico che di volta in volta è lo straniero, l’ebreo, il nero…

Il passaggio più importante

Foto: Gennaro Leonardi / Pixabay

A noi poi sfugge il particolare più importante del racconto lucano: tre persone passano vicino al malcapitato rimasto vittima dei banditi. I primi due, un sacerdote e un levita passano oltre: eppure tutti ci aspetteremmo che proprio la loro condizione, i loro studi, la loro fede li spingano invece ad aiutare.

A fermarsi invece è un nemico, un samaritano, un diverso, uno straniero. Ecco allora che quei verbi diventano ancora più importanti: vedere, aver compassione, farsi vicini, prendersi cura. Questa è la logica della salvezza, il farsi prossimo, non ce n’è un’altra.

(Leggi qui tutte le meditazioni di Pietro Alviti).

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