Quei Partiti che non hanno ancora imparato la lezione del 4 marzo (di C. Trento)

Una parte consistente della vecchia classe dirigente non ha ancora compreso il risultato politico del 4 marzo. Molta tattica e nessuna autocrictica vera. In controtendenza Scalia. E Pompeo che lavora già da tempo ad un nuovo modello di Pd

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Redditi in caduta libera in provincia di Frosinone, dove c’è un tenore di vita più basso del 25% della media europea. In quindici anni in Ciociaria si è perso il 22% del prodotto interno lordo. Lo dicono, senza timore di smentita, i dati di Eurostat.

D’altronde la situazione è nota: disoccupazione altissima, lavoro che non c’è e impossibilità di tenere il conto delle aziende o delle attività che hanno chiuso i battenti in questi anni. Famiglie povere in aumento, servizi che non ci sono, giovani che vanno via.

Di fronte a tutto questo scenario come si risponde? Con le alchimie e le meline della politica. A livello nazionale, ma ancora di più sul piano provinciale.

I cittadini hanno votato Movimento Cinque Stelle e Lega perché parlano un linguaggio chiaro, netto. Poi naturalmente dovranno essere giudicati alla prova del governo. Ma intanto Pd e Forza Italia faticano a comprendere le proporzioni della sconfitta. Molta tattica e nessuna autocrictica vera.

Il sistema elettorale prevedeva una parte consistente (1/3) di maggioritario e un segmento più ampio di proporzionale (2/3). Non è vero che le candidature del territorio non hanno contato. In Ciociaria c’è l’esempio di Massimo Ruspandini (Fratelli d’Italia). Però il punto vero è che i messaggi di Berlusconi e Renzi sono apparsi superati e stanchi. Non sono arrivati. I due partiti pensavano probabilmente che con il Rosatellum potevano fare la grande coalizione. Hanno sottovalutato il movimento dal basso che stava crescendo nel Paese, la voglia di rompere gli schemi più che di cambiare.

Oggi non sarà facile formare un governo, ma quello che appare in modo nitido è che nella palude finiranno per affondare proprio “azzurri” e Democrat. Non è più tempo di blindare la classe dirigente nei listini, non è più tempo di sfiancanti trattative e di giochi delle parti in stile politichese.

Eppure, anche a livello provinciale Forza Italia e Pd faticano ad effettuare un salto in avanti. Non capendo che perfino i gattopardi hanno ormai le unghie spuntate.

 

La paura di rompere gli schemi

La domanda è: chi dovrebbe provare a mettere in discussione gli attuali equilibri in partiti come Pd e Forza Italia, che hanno perso molti voti e accumulato tante sconfitte Sicuramente i giovani, non soltanto quelli che lo sono anagraficamente, ma pure coloro che non hanno mai neppure guardato alle altezze dove osano le aquile.

I candidati veri, in ogni tipo di elezione, sono sempre gli stessi. I giovani appaiono preparati, sono grandi esperti di logiche correntizie e di sfumature. Ma non si “ribellano”, nel senso di assumere posizioni anche di frattura. Restano in seconda, terza o quarta fila. E non cambia mai niente, perfino lo scontro politico nell’analisi del voto è dominato dai soliti leader. Un elemento sul quale riflettere molto.

Il sistema partito non è più quello di un tempo, l’organizzazione diventa spesso una palla al piede. Cinque Stelle e Lega hanno capito come comunicare, anche dalle nostre parti.

Tenere lezioni di sofismo e mostrare la propria cultura politica non soltanto è inutile. Ma si rivela controproducente sul piano del consenso. Se nessuno muove le acque, certo non lo faranno quelli che da anni sono protagonisti. Perché dovrebbero?

E i giovani appaiono già… vecchi. Politicamente, s’intende.

 

Il vuoto lasciato da Scalia e l’opa di Pompeo

In controtendenza l’ex senatore Francesco Scalia: ha preso atto della sconfitta, annunciando che nel partito resterà da semplice militante. Però, perfino suo malgrado, ha aperto un vuoto nell’area politica che ha guidato per tutti questi anni.

Il “delfino”è Antonio Pompeo, atteso da mesi senza un attimo di tregua: prima le comunali di Ferentino, poi le provinciali. Ma non per questo Pompeo sta tralasciando l’aspetto politico. Lui il messaggio mandato dagli elettori lo ha colto in pieno: basta contrapposizioni e “guerre”. La gente è stanca.

Neppure è pensabile sostituire al dualismo De Angelis-Scalia quello De Angelis-Pompeo. Da mesi il presidente della Provincia sta lavorando a fari spenti su un modello di partito fondato sugli amministratori locali. Ha fatto le prove generali nelle sedute dell’assemblea dei sindaci, adesso non ha fretta di accelerare. Anche perché bisognerà prima capire quale Pd ha in mente Matteo Renzi.

Se ha ancora in mente il Partito Democratico fra l’altro. I Dem dovranno scegliere anche il segretario provinciale. In assemblea o attraverso un congresso. Nell’uno e nell’altro caso sarà una partita diversa da quelle giocate finora.

Superare la logica delle correnti: il Pd avrà il coraggio di fare questo sul piano locale? Lo scopriremo solo vivendo, citando Lucio Battisti.

 

E ora sotto con le comunali Dove cambia tutto

Il 10 giugno si torna alle urne: quindici Comuni al voto in provincia di Frosinone. Fra i quali Ferentino, Anagni e Fiuggi.

Alle amministrative gli schemi mutano, perché contano molto le preferenze dei candidati al consiglio comunale. Ce ne sono almeno tre in ogni famiglia, dieci per condominio.

Le coalizione di centrodestra e centrosinistra sono divise, ma alla fine neppure questo elemento potrebbe pesare. Senza considerare che nei centri più piccoli dominano le liste civiche e i confini dei partiti appaiono labili. Fino a scomparire.

Quelle per il sindaco sono le elezioni più sentite dai cittadini. Oggi però amministrare a livello locale è complicato e difficile: i fondi sono pochi e bisogna effettuare delle scelte.

Servizi sociali o manutenzioni? Scuole o ambiente? La realtà è che dovrebbe crearsi un circuito virtuoso tra parlamentari, amministratori regionali, sindaci e consiglieri. Ma non si fa, anche perché il senso di precarietà politica in Italia è dilagante: non sarà facile formare un governo, c’è l’anatra zoppa in consiglio regionale e nei Comuni aleggiano costantemente mozioni di sfiducia o dimissioni di massa.

Ancora una volta in provincia di Frosinone i Cinque Stelle sembrano non puntare molto sulle comunali. Certo, non c’è il voto di opinione. Ma una classe dirigente si costruisce anche nei Comuni.

Buona Pasqua.

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