Onorevoli pensioni: venerdì in 600 maturano il diritto (di C.Trento)

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Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Il conto alla rovescia è quasi terminato. Mancano due giorni a venerdì 15 settembre, quando saranno passati 4 anni, 6 mesi e un giorno dall’inizio della legislatura. Significa che scatterà il diritto alla pensione per i parlamentari di prima nomina: sono 608 su 945, nella sostanza 2 su 3. Per la precisione 417 su 630 deputati a Montecitorio, 191 su 315 senatori a Palazzo Madama. Ma guai a parlare di vitalizi. Si tratta di pensioni: a 65 anni riceveranno un assegno mensile di 950 euro, anche se non è chiaro se la cifra è da intendersi al lordo o al netto. Niente a che vedere con le cifre del passato, però per mesi il tam tam è stato incessante: “non ci saranno le elezioni anticipate perché questo significherebbe non far scattare il diritto alla pensione per 600 parlamentari di prima nomina”.

Interpretazione politicamente maliziosa forse, ma alla fine il 15 settembre è arrivato. Ancora 48 ore all’alba. Bisogna specificare che si tratta di pensione e non di vitalizio, perché è calcolata sui contributi effettivamente versati e non scatterà prima dei 65 anni. L’età può abbassarsi a 60 anni in caso di rielezione per almeno altri 4 anni 6 mesi e un giorno.

I cinque parlamentari della provincia di Frosinone sono tutti alla loro prima nomina: i senatori Francesco Scalia, Maria Spilabotte (Pd) e Marino Mastrangeli (Gruppo Misto), i deputati Nazzareno Pilozzi e Luca Frusone (Movimento Cinque Stelle).

Nazzareno Pilozzi (Pd) spiega: «Si tratta di una pensione, non di un vitalizio. La differenza è abissale, sia per quanto riguarda il metodo che per le cifre. È merito di questo Parlamento se il sistema è cambiato e finalmente per i parlamentari la pensione viene stabilita come per tutti gli altri lavoratori, cioè con il sistema dei contributi effettivamente versati. Oggi il tema vero è quello di portare avanti la battaglia sul contenimento dei costi della politica. Mi riferisco soprattutto alla legge Richetti, che ha l’obiettivo di tagliare del 40% la pensione ai 2.600 ex parlamentari che già ne beneficiano».

Il senatore Francesco Scalia (Pd) rileva: «Capisco che di questi tempi il populismo la fa da padrone, ma bisogna dire le cose come stanno e spiegarle bene. A 65 anni ci sarà un assegno di 700 euro netti, assegno parametrato sui contributi effettivamente versati. Dobbiamo tenere conto che ogni mese a ciascun parlamentare vengono trattenuti 1.500 euro lordi. Si tratta di cifre che vanno a confluire nel fondo pensioni. Voglio dire che nel caso ci fosse stato lo scioglimento anticipato di Camera e Senato, non sarebbe scattato il diritto alla pensione per i parlamentari di prima nomina, ma comunque le risorse trattenute sarebbero state destinate al fondo pensioni, lo stesso che viene utilizzato per pagare gli assegni mensili agli ex parlamentari. Non sfugge a nessuno poi che da mesi il tema all’ordine del giorno del Parlamento è quello di tagliare del 40% le pensioni di 2.600 ex senatori e deputati. È un fatto che per decenni nessuno aveva affrontato questo tema».

Luca Frusone (Movimento Cinque Stelle) argomenta: «È vero: si tratta di pensioni, non di vitalizi. Ad ogni modo noi stiamo lavorando ad una ulteriore proposta di legge, per congiungere i contributi dell’attività lavorativa che una persona svolge con quelli derivanti dall’attività parlamentare. L’idea è di arrivare ad un assegno mensile che sia molto lontano dalla sommatoria delle due voci e quindi dal raddoppio. Anche questo passaggio sarebbe fondamentale, perché avvicinerebbe ulteriormente il trattamento pensionistico dei parlamentari a quello di tutti gli altri lavoratori».

Ma il Movimento Cinque Stelle potrebbe decidere di chiedere ai propri parlamentari di rinunciare alla pensione? Risponde Luca Frusone: «È un tema che affronteremo nelle prossime settimane».

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