Umberto, il mito del giornalismo che superò se stesso

Se n’è andato all’alba, più o meno nella stessa ora in cui arrivano i giornali in edicola: così, senza che quei fogli freschi d’inchiostro avessero nessuna possibilità di modificarsi e comporre la notizia della sua morte, Umberto Celani ha dimostrato quanto siano vecchi e sorpassati. Ha dimostrato che con lui si chiude un’epoca.

Giornalista spietato e sferzante, nella sua lunghissima carriera non ha consentito all’ipocrisia di poter avere mai una riga di spazio: «Una notizia è una notizia, si scrive e basta» ha insegnato a tre generazioni di ragazzini che oggi, dal basso dei loro capelli che iniziano ad essere bianchi, hanno il dovere di commemorarlo a ciglio asciutto e senza commozione, perché «Ragazzì, prima si scrive e poi, eventualmente, si piange, ma dopo che hai consegnato il pezzo». Gli aneddoti dei piccoli e grandi sotterfugi con i quali riuscire a strappare una foto alla concorrenza, ottenere un’intervista in esclusiva, avere un dettaglio in più in barba ai concorrenti, sono tanti che si potrebbe coprire un volume alto quanto l’elenco telefonico di Roma.

Ma l’immensità di Umberto Celani non fu questa. Che già basterebbe per qualificarlo immenso. Umberto fu il papà di due miracoli. In una provincia che suscitava le risate a livello nazionale perché ricordava le pecore del pastore Bastiano portato sullo schermo da Nino Manfredi, lui dimostrò che era possibile concepire straordinarie operazioni editoriali. Con l’ausilio dell’imprenditore Giuseppe Ciarrapico, partì all’attacco di santuari della carta stampata quali erano negli Anni Ottanta Il Tempo ed Il Messaggero. E fondò Ciociaria Oggi. La mise su con una pattuglia di vecchi cronisti e ragazzini di belle speranze ma nessuna esperienza che allevò e fece diventare giornalisti, così ben riusciti che da loro ricavò una generazione di capiservizio e direttori. Alcuni di questi talmente apprezzati da proseguire la loro carriera in altre piazze ben più blasonate ma non più difficili di quella che era la sua redazione.

E siccome un solo Cristo risorto dalla croce gli sembrava poco, Umberto è stato l’unico nella storia del giornalismo ciociaro e tra i pochi su scala nazionale e ripetere il miracolo. Entrato in rotta di collisione con l’editore Ciarrapico (impossibile che i due caratteri convivessero più di tanto) uscì dalla sua creatura Ciociaria Oggi e fondò La Provincia: il giornale con il quale fece concorrenza a se stesso, al suo monumento editoriale, arrivando in alcuni periodi pure a sorpassarlo. Per lui, ufficiale di fanteria negli anni giovanili, la citazione militare calza a pennello: come per il 7° Bersaglieri ad El Alamein ‘Mancò la fortuna, non il valore’, ad Umberto ‘Gli mancò un editore, non il valore’. Se l’editoria gli avesse lasciato i fondi sarebbe arrivato ben oltre ciò che oggi lascia in edicola.

Gli anni avevano agito su di lui come sull’albero d’olivo: modificando la corteccia ma senza renderlo meno aspro e geniale nelle sue intuizioni: fu lui a dare il viatico al blog Alessioporcu.it il giorno prima che venisse messo on line: «Vai avanti, perché è il giornale che farei io se avessi l’età tua».

Collerico ma generoso, passionale ma non crudele, vendicativo quanto basta, Umberto apparteneva a quella generazione che fece il giornalismo in provincia di Frosinone. A quella degli Enzo Salines, Luciano Renna, Gianluca De Luca, senza i quali questo territorio ben poco avrebbe saputo delle sue cronache.

Una foto in bianco e nero scattata negli anni Sessanta li ritrae tutti insieme sorridenti. Allo stesso modo in cui saranno di nuovo e per sempre da questo momento, dopo avere lasciato, con il loro esempio e le loro firme, il più grande regalo che potessero dare a questa provincia: una Stampa libera. Di fronte al cui ricordo, Alessio Porcu si inchina commosso.

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