Una domenica afasica (Il caffè di Monia)

Il risveglio della domenica mattina. Diventa un caleidoscopio di colori che cambiano e si ricompongono. rendendo tutto magicamente diverso, nonostante in apparenza sia tutto uguale

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Aprire la pagina bianca e scrivere di qualcosa che abbia significato mi è sembrato stranamente difficile. Per la prima volta, stamattina, questo spazio lattiginoso mi ha fatto paura perché ogni cosa che avrei potuto usare per riempirlo mi sembrava inutile, superflua, noiosa.

Anche oggi i fatti hanno violato la vigilanza sorvegliata. Qualcuno li ha visti girovagare senza meta sopra i tetti delle case, prima di essere riacciuffati.

In strada, un attacchino incolla tre manifesti funebri senza riguardo. Al bivio, nell’edicola votiva l’immagine di Gesù Cristo ha un viso stupito e molto ingenuo, di quelli a cui chiunque potrebbe fare del male. Ma da qui non passa mai nessuno, e l’immagine di Gesù è salva. Spalanco le finestre, più che per cambiare l’aria, per sentire il suono dell’aperto. E’ domenica, è mattino, è estate. In piazza nessuno. Solo le rondini e le loro covate, tortore, poiane, grilli al sole e i mosconi nell’ombra dei vicoli. Un paio di vecchi seduti davanti al bar con le gambe allungate e le mani in grembo. Passa una donna con un vestito di garza sottile che la fa nuda senza essere svestita.

Chiusa la chiesa, il portone e la finestra. Dai balconi ancora spenti colano piante grasse colorate. Il vento tra i panni stesi e l’ordine mai casuale delle mollette in modo che scivolino lungo il filo, libere nelle forme e nei colori perché somiglino di più alla bizzarria di ciò che accade.

In una di queste case un tempo abitavano i miei nonni. Quando la neve smetteva di cadere, gli uccellini tornavano subito a picchiare contro i vetri di quelle grandi finestre in un bugiardo annuncio di primavera. Mio nonno metteva sempre sui davanzali briciole di pane e loro continuavano a dare di testa per giorni interi, senza cause apparenti. Nonna ci vedeva le anime del purgatorio: per cos’altro quel gran picchiare sui vetri, se non per chiedere aiuto? Si segnava e correva in chiesa a far dire loro una messa. Mio nonno, a sentire quei discorsi, scuoteva la testa e rideva. Secondo lui quegli uccellini semplicemente scambiavano il proprio riflesso sul vetro per un intruso e ci si scagliavano contro. Mia nonna era convinta che suo marito fosse uno zotico che non sapeva leggere i segni dell’aldilà, lui pensava che parlare con lei fosse tempo perso.

Un cane inizia ad abbaiare con un rancore stanco. La signora che abita nel palazzo di fronte è sveglia da due ore. Coi balconi spalancati, disfa i letti e mette le lenzuola a prendere aria sulla ringhiera. Ogni mattina alla stessa ora lucida un pianoforte che nessuno ha mai suonato, cornici per foto vuote, il cellophane che avvolge la campana dell’abat jour, i bordi di una culla piena di bambole. Ha i capelli acciuffati, vive in casa tutto il giorno in pantofole e pigiama, da sola. Il sole si rilassa in un sorriso di Gioconda.

I vecchi seduti al bar restano lì come guardiani. Uno di loro si alza, mi saluta e si siede accanto a me, chiedendosi com’è possibile che ieri era una bella giornata e oggi si è alzato questo vento, che ieri le cose stavano in un modo e oggi in un altro. Loro qui vivono tranquilli, invecchiano senza rancore e muoiono senza paura.

Avrei potuto scrivere di un’altra esistenza e di un’altra verità. Quella dove potrei chiamarmi con un nome diverso e vivere in altri spazi e altri luoghi. Ma è domenica, è mattino ed è estate. E so che il Dio delle belle parole, dei grandi avvenimenti e dei buoni propositi mi perdonerà.