Un’estate mainstream. O se preferite: “Hasta la bottiglia, siempre!” (Il caffé di Monia)

È estate. E te ne accorgi da due cose: le autobiografie impossibili ed i percorsi a base di vino. Oggi non li chiamano più 'Cantine Aperte'. Ma 'Wine Tasting'. Il top è quando le due cose si fondono o ci provano...

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

E così scoppiò l’estate. In paese, come in città, ci sono un paio di cose che fanno davvero mainstream. La prima è presentare la propria autobiografia. Oggi tutti hanno scritto l’autobiografia. Tutti hanno qualcosa di speciale da raccontare. A tutti pare sia stato strappato con la forza il pupazzetto di Zorro. Financo a mio cugino, all’asilo, rubarono la bambola. Gonfiabile. Una storia triste.

L’autobiografia generalmente la si prepara durante il freddo e noioso periodo invernale. In primavera la caccia all’editore al quale gonfiare le casse (quelli meno “audaci” si sono già indebitati con un ghost writer) e non appena il termometro supera i 28 gradi, ecco che dal cassetto salta fuori il primo, unico capolavoro della vita.

A non aver scritto l’autobiografia siamo rimasti in tre: io, mia nonna e non perchè non sapeva scrivere chè s’è fermata alla sesta elementare, ma più semplicemente perchè è morta. E Giggino di Maio, per una questione di tempo…verbale.

Ma quello che fa davvero davvero mainstream sono i wine tasting. In fondo lo dicono anche i TG nazionali: d’estate bisogna bere e molto. E che c’è di meglio di un buon bicchiere, anche due o tre, di vino mentre si passeggia in meravigliose piazze o sofisticati chiostri (quelli dove la sera prima avevano presentato l’autobiografia) allestiti con stand gastronomici e beverecci?

Bisogna prima fare una distinzione però. Solitamente i comuni con meno di 15.000 abitanti scelgono per l’evento un nome ad alto tasso popolare. Cose tipo “La via delle cantine”, “Cantine aperte”, “Canti e cantine”. Insomma si va giù di fantasia, l’importante è mantenere quel tono godereccio tra la sagra e il bicchiere. Il tenore cambia quando ad organizzare l’evento sono i comuni con un numero di abitanti superiore ai 15.000. Qui la cosa si fa seria, un po’ come succede per le votazioni. Via il termine “cantina”, sostituito dal più anglosassone “wine”. E che vuoi mettere!

Al wine tasting funziona pressapoco così: tu paghi un ingresso per appenderti al collo modello San Bernardo, il cane intendo, un calice da degustazione ed iniziare conciato così un tortuoso percorso etilico fatto di assaggi di vini a volontà.

Il vino fa tendenza. E fare finta di intendersene ancora di più. Per riempire le lacune conoscitive e provare a notare la differenza tra un Sassicaia e un Brunello si organizzano all’interno dell’evento dei mini corsi da sommelier. Il vero secchione, quello che non vuole sfigurare, lo frequenta prima di iniziare il percorso di degustazione. Dopo rischierebbe di arrivarci strisciando sui gomiti. Si prepara domande inerenti al tema dopo aver studiato per quattro giorni il grado di maturazione dello Chardonnay e il clima del Trentino nel 2006.

Finito il corso parte per la degustazione. Su i bicchieri, giù i pensieri e tutto quello che aveva faticosamente memorizzato si scioglie come i solfiti nel Tavernello.

Ai wine tasting prendono parte anche gli amanti del vino naturale. Perennemente alla ricerca dei sapori contadini. Perennemente in contraddizione con le nuove tecniche di produzione, con le attrezzature sofisticate e con tutti profumi aromatici che non siano di terra e sole e piedi. Li vedi aggirarsi tra i banchi e scuotere vorticosamente la testa in segno di disgusto per poi tuffarsi sulle ceste di grissini che a dire il vero erano lì per attutire i colpi alcolici.

I veri esperti, gli unici, li riconosci. Sono quelli che sputano, come i lama. Come Costacurta. Per gli altri, l’unica cosa che li accomuna è la mission: bere molto, bere bene e possibilmente a scrocco. L’unico a divertirsi sul serio è solo lui: l’alcolista. Scopo: spaccarsi abbestia. Se ne sta a debita distanza dal mini buffet di salumi e formaggi regionali drasticamente made in Italy (quello che i veri maitre chiamano “Fondino”) e passa a trangugiare con disinvoltura il rosso a botta e poi il bianco. Ascolta attentamente i commenti critici, ma solo per farsi due conti: alcool per centimetro quadrato. L’importante è fare il fondo per tirar su quanto prima il tasso etilico. Barcollano ma non mollano. Il bicchiere.

Una volta che il tasso alcolico gli ha segato le gambe, si appoggiano col gomito al primo muro libero e tentano l’approccio con qualsiasi gonnella gli passi accanto. Il discorso è mantrico: l’aroma di liquirizia. E’ l’unica cosa che ricordano aver sentito dire, salvo poi non riuscire a pronunciarlo.

Si torna a casa solo dopo aver bevuto l’impossibile. Dopo che il calice e rispettivo sottobicchiere che avevi in dotazione ti appaiono doppi. Posi sul tavolo taschina porta bicchiere, brochure informativa, pass, attestato di frequenza del mini corso da sommelier di cui non ti ricordi nemmeno il nome di quello che avevi seduto a fianco e il buono di 5 euro che ti era stato dato per l’acquisto di una bottiglia.

Peccato che non portavi dietro gli altri 245 di euro e sei rimasto come la volpe con l’uva. All’autobiografia, che è sempre un po’ meno radical chic, ci si penserà da settembre. Per quest’anno si sboccia. Hasta la bottiglia, siempre!

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