La vera storia del buco nei conti Unicas: scavato da un genio

Un genio. Chi ha scavato il debito da 31 milioni nei bilanci dell’università di Cassino non è uno sciocco. Ma è una mente raffinata con una capacità fuori dal comune nel campo della Scienza delle Finanze. Ha preso i soldi destinati all’Inps e li ha trasformati in un finanziamento a tasso zero. Con il quale ha sovvenzionato le grandi opere per l’università: senza dover chiedere un centesimo alle banche. E’ il sospetto sul quale stanno lavorando gli investigatori della Guardia di Finanza di Cassino. Lo stanno verificando da questa mattina con gli interrogatori dei protagonisti: il pro rettore dimissionario Raffaele Trequattrini; assente giustificato Raffaele Simeone, già direttore generale dell’ateneo, che ha mandato il certificato medico. Nei prossimi giorni toccherà all’ex rettore Ciro Attaianese e poi a 4 dipendenti. Nessuno di loro è indagato: vengono ascoltati come persone informate dei fatti.

Nell’ufficio del tenente colonnello Massimiliano Fortino, al primo piano del palazzo della Guardia di Finanza in via Verdi a Cassino, ci sono sette faldoni. Sono quelli che tutti i bilanci dell’università. Li sta studiando personalmente. Voce per voce. Spesa per spesa.

 

INPS A TASSO ZERO
Immaginate di avere bisogno di un bel po’ di soldi. Tanti milioni. E di poterli ottenere senza fatica: zero interessi, nessuna garanzia, niente fila alla banca. Anzi, senza banca. E’ quello che è accaduto all’università di Cassino, secondo la pista che sta verificando la Guardia di Finanza. La storia del buco da 31 milioni (+ 9 di sanzioni ed interessi) scoperto nel bilancio dell’ateneo non è una storia di ladroni né di incapaci. C’entra niente lo scollamento tra chi gestiva la cassa e chi pianificava le finanze. Se è fondata l’ipotesi dei finanzieri, non è vero che si sia trattato di una gestione con la quale si è tentato di pagare tutto il possibile con i soldi che c’erano. E che i debiti siano stati parcheggiati in bilancio, dimenticandoli lì.

L’ipotesi investigativa parte da un progetto. Che non riesce a decollare. E limita molto il futuro dell’intera università di Cassino. Il progetto è quello del Campus universitario che da anni è solo sulla carta. E’ quello di una cittadella universitaria da costruire e popolare di professori e studenti. E’ quello di concentrare in un solo polo un’intero ateneo che invece è frammentato tra sedi e palazzi in affitto dispersi in varie località di Cassino. Servono milioni di euro per far uscire dalla carta tutto questo e trasformarlo in muri, stanze, aule, traslochi di libri, banchi, biblioteche, faldoni.

E quei soldi sono usciti. Senza banche, senza interessi. Giocando sui versamenti dei contributi Inps. Un’operazione scientifica, nella quale nessuno si è messo in tasca un soldo. Ma ha finanziato un sistema. In pratica: i soldi destinati ai contributi Inps – secondo l’ipotesi ora sotto esame – sono diventati il contante con il quale finanziare i lavori di costruzione del polo universitario. Senza dovere andare a chiederli in banca, senza dover presentare garanzie. Soprattutto senza interessi.

 

LE DITTE ALLA FRUSTA
Ma perché è così importante pagare le ditte, al punto da ritenere più importanti quelle fatture addirittura dei contributi Inps? Il gioco è chiaro. L’università paga e le ditte lavorano. Corrono come dannate: perché se l’ateneo è puntuale nei pagamenti le imprese non possono appigliarsi a niente e se fanno anche un solo giorno di ritardo nella consegna dei lavori è l’università a stare dalla parte della ragione e poter applicare le penali previste. Così, l’università paga, le ditte lavorano di corsa e bene. Il campus prende forma ad una velocità mai vista prima. E i contributi? Sono stati trasformati di fatto in una linea di fido, un maxi scoperto bancario al quale attingere ogni volta che ce n’è bisogno e senza interessi.

 

CHI VA IN PENSIONE
Come è stato possibile non versare i contributi. E come si è riusciti ad evitare gli interessi? Scoprendo e infilandosi tra le pieghe del sistema. Non c’era bisogno tutti i mesi di fare ricorso a quel metodo di finanziamento parallelo. Pertanto: in alcuni mesi i contributi Inps erano regolari, in alcuni erano solo parziali. L’importante era assicurarsi che venissero coperti i contributi del personale con la maggiore anzianità di servizio. In questo modo, se veniva chiesto un estratto contributivo con il quale verificare se ci fossero abbastanza versamenti per andare in pensione, risultava tutto in ordine. Molto difficile che una certificazione del genere la richieda chi è lontano dal pensionamento.

 

INPS DISTRATTA? NO
Come ha fatto l’Inps a non accorgersene. La Guardia di Finanza sta verificando se sia stato utilizzato uno stratagemma già noto agli uffici. In un altro ente pubblico dalle dimensioni simili a quelle dell’università di Cassino è successo che i soldi dei contributi venissero versati attraverso un unico bonifico. Al quale bisogna allegare anche una distinta nella quale specificare i nomi dei dipendenti per i quali vengono inviati i soldi.  E se l’ente non manda la distinta? L’Inps deve incasellare manualmente quei soldi nei conti contributivi dei singoli dipendenti. Passa un mucchio di tempo. Esattamente quello di cui aveva bisogno chi ha architettato lo stratagemma all’Unicas.

In caso l’Inps si accorga che la somma versata è insufficiente? Basta riconoscere immediatamente l’errore, procedere al bonifico e quasi sempre non si pagano interessi. Ma intanto un po’ di mesi sono passati e quel denaro è stato utilizzato per altre cose senza doverlo chiedere alle banche.

Come era possibile ottenere i Durc, cioè i certificati dai quali risulta che l’Università era in regola con i versamenti? Il sistema prevede che se rateizzo il debito e pago anche solo la prima rata, l’Inps mi rilascia il Durc regolare ma valido solo per alcuni mesi.

 

IL BILANCIO
Come è stato possibile giustificare questo nei bilanci dell’università. Anche in questo caso il sistema è semplice. Pago la quota di contributi che posso, segno tra i Residui Passivi (i debiti) la quota che non ho versato. Li parcheggio dove nessuno andrà a vedere: nel capitolo Partite di Giro, cioè i debiti che hanno una copertura certa e stanno solo aspettando che arrivino i soldi altrettanto certi per poterli onorare.

Come è stato possibile che nessuno si sia accorto che la voce dei Residui Passivi stava lievitando? Nessuno si è allarmato per due motivi: il primo è che i palazzi stavano crescendo senza intoppi e senza stop, in sei anni è stato edificato quello che fino a poco tempo prima nemmeno si poteva immaginare. Quindi è stato ritenuto fisiologico che ci fosse un po’ di debito. E 31 milioni sono solo ‘un po’ di debito‘? Certo: perché a controbilanciare la voce Residui Passivi c’era la voce Residui Attivi con ben 56 milioni iscritti, cioè soldi che l’università deve avere e che i debitori stanno tardando a pagargli. Ecco anche perché nessuno si è allarmato per quei 31 milioni di debito: perché di fronte c’erano altri 56 milioni di crediti da esigere.

Non solo. Gli immobili, una volta ultimati, vanno iscritti in bilancio e fanno aumentare la capacità di indebitamento dell’ateneo, abbassando la soglia d’allarme per i debiti.

 

TREQUATTRINI E UN DEBITO
Come è stato possibile che una mente sopraffina come l’economista Raffaele Trequattrini, pro rettore delegato al Bilancio non se ne sia accorto? Chi ha architettato il tutto ha previsto anche questo. Il professor Trequattrini non poteva accorgersene per il semplice motivo che il suo compito è “prendere l’indirizzo politico espresso dal Consiglio d’Amministrazione e portarlo al Direttore Generale”. Così recita lo Statuto. E’ il Direttore Generale a redigere materialmente il bilancio. Il pro rettore delegato al bilancio non ha nemmeno le password di accesso ai conti. E le verifiche? Le compie il collegio dei Revisori dei Conti: un alto magistrato inviato dalla Corte dei Conti, un revisore inviato dal Ministero ed uno indicato dall’ateneo. Anche per questo il rettore Giovanni Betta ieri ha congelato le dimissioni del suo vice ed ha trattenuto ad interim la delega al Bilancio.

 

CHI E’ STATO?
La Guardia di Finanza sta verificando se le cose siano andate davvero così. E sta partendo dal momento in cui il sistema si è inceppato: cioè da quando c’è stato il contemporaneo cambio di vertici dell’università. Sia quello politico, con l’avvicendamento tra i magnifici rettori Ciro Attaianese e Giovanni Betta. E sia quello operativo, con l’avvicendamento tra i direttori generali. Solo a quel punto il sistema si è inceppato. Ed è saltato fuori il debito. E, a quel punto, nove milioni di interessi.

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