Il giallo dei Durc fantasma dietro al debito Unicas. Attaianese: “Regolari”. Vigo: “Mancano i contributi”

Un intricato giallo economico. A risolverlo saranno  i magistrati della Procura presso la Corte dei Conti. Lunedì mattina riceveranno un primo dossier: li informerà del mistero sui 40 milioni di debiti apparsi nei bilanci dell’università di Cassino. E’ l’atto che gli farà aprire l’inchiesta. (leggi qui il precedente).

A far partire la segnalazione sarà il collegio che ogni anno vigila sui conti dell’ateneo. Numeri perfetti sotto il profilo tecnico. Ma al loro interno si nascondevano 31 milioni di contributi pensionistici non versati all’Inps. Hanno generato  altri 9 milioni di interessi e sanzioni.

Un caso ai limiti dell’assurdo. Nel quale nessuno si è appropriato di nulla. E che nasce proprio perché i soldi non c’erano ma si è cercato di pagare tutto, spostando le scadenze. Poi però la situazione è sfuggita di mano. Chi ha autorizzato quel criterio di gestione? Chi ne era informato? L’inchiesta punterà lì.

M anche un mistero nel mistero. Perché l’ex rettore Ciro Attaianese, saputa la notizia, si è limitato a ricordare un link. E’ un indirizzo internet che porta al sito dell’Unicas. E lì è visibile a tutti un Durc rilasciato il 16 marzo 2016. Dal quale risulta che la posizione dell’ateneo è regolare.

Chi ha ragione? Un altro rettore, Paolo Vigo, nel dubbio è andato a chiedere il certificato dei suoi versamenti contributivi: gli mancano circa due anni di contributi Inps. Non risultano versati dall’università.

 

DEBITO E NON BUCO
La storia inizia qualche mese fa. Un professore deve ottenere il pagamento di una progetto fatto dall’Università. E’ una delle tante prestazioni che l’ateneo fa all’esterno. Per liquidare la parcella gli viene chiesto di esibire il Durc. E’ il certificato di regolare posizione con Inps e Fisco. Si scopre così che mancano una parte dei versamenti contributivi e delle Imposte per gli anni dal 2012 a febbraio 2015.

Cosa accadeva. Una prima indagine interna pare che abbia portato alla luce uno scollamento tra chi gestiva materialmente la borsa e chi doveva decidere in che modo andasse gestita. In pratica: chi doveva pagare, faceva i salti mortali ogni mese per coprire bollette, stipendi, tasse, fornitori, affitti, rimborsi e tante altre voci. Non sempre però aveva i soldi per pagare. Perché dal Ministero arrivavano in ritardo le rate dei 40 milioni annui destinati al mantenimento dell’Unicas. Gli altri soldi entrano con le tasse pagate dagli studenti, con le donazioni fatte da privati, con i progetti elaborati dall’università per clienti esterni.

Quando non bastavano i soldi, accadeva quello che succede normalmente nelle famiglie: questa bolletta la paghiamo, questa la spostiamo al mese prossimo, questo iniziamo a pagarlo. Con i contributi Inps è accaduto questo. In alcuni mesi veniva pagato tutto, perché i soldi c’erano; in altri ne veniva pagata solo una parte.

 

IL BILANCIO? PERFETTO 
Il bilancio dell’ateneo però era sempre tecnicamente perfetto. Ogni anno lo controllavano tre revisori: uno indicato dall’Università, uno dal ministero della Ricerca Scientifica, uno dal Ministero dell’Economia. Gente espertissima, qualificata, dallo spessore nazionale. Come è possibile che gli sia sfuggito il buco? E come è possibile che i conti fossero in ordine?

Il caso è da manuale. Per paradosso, rischia di finire sui libri universitari. In uscita dai conti dell’università venivano registrati i soldi spesi. La parte non pagata finiva nel capitolo di bilancio ‘Residui Passivi‘. E’ la voce con le cose da pagare e rimaste in sospeso. Tecnicamente perfetto. Ineccepibile. Ecco perché non si può parlare di buco ma di debito.

Una volta entrati i soldi (dallo Stato, con le tasse universitarie, con le donazioni, i pagamenti…) si procede a liquidare i vari residui passivi. La consuetudine prevede che appena qualcuno reclama gli viene data la precedenza, evitando così che faccia causa e ci siano sanzioni e interessi da pagare.

Per lo stesso motivo (evitare di avere noie) l’indagine interna ha rilevato che i contributi non venivano versati a partire dai più giovani assunti. Così, chi doveva andare in pensione aveva tutti i versamenti in ordine. E per gli altri c’era più tempo per coprire.

Da un certo momento in poi però qualcosa è saltato. I primi a notarlo sono stati proprio i tre revisori. Infatti, nella loro relazione, da alcuni anni a questa parte richiamavano l’attenzione sui Residui passivi troppo altri e che è opportuno abbattere. Non immaginavano però cosa fosse a gonfiarli.

 

IL MISTERO DEI RESIDUI
Si è arrivati al paradosso contabile che i 31 milioni erano sotto gli occhi di tutti: stavano nei Residui Passivi. Ma nessuno immaginava che fossero per imposte e contributi non versati. Si pensava ai lavori per realizzare il campus, gli alloggi per gli studenti, i lavori di ricerca… Per scoprirlo, si sarebbe dovuto chiedere il fascicolo con  gli F24, cioè i moduli con cui si versano le tasse. Roba che in un ente pubblico è inimmaginabile. I revisori verificano che il bilancio sia congruo, coerente nelle sue voci, in linea con le norme. Fanno anche verifiche sulle fatture e sui versamenti; ma umanamente è impossibile analizzare tutto nel dettaglio. Per questo motivo la prassi prevede un esame a campione dei documenti a pagamento. Nessuno però ha mai pensato di chiedere gli F24. Anche perché in genere è l’Inps e reclamare i soldi se non li vedere arrivare.

 

IL CASO DEI DURC
C’è poi un mistero nel mistero. Al rettore in carica nel corso di quegli anni hanno sempre esibiti dei Durc regolari. Appresa la notizia del buco da 40 milioni è corso a controllare sul sito dell’ateneo. E’ ancora visibile un Durc. E’ quello del 16 marzo 2016. E lì si attesta che l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale è in regola con i versamenti Inps ed Inail. A portata di mano ne ha un altro, rilasciato l’otto marzo precedente: stessa situazione. Al Messaggero in queste ore ha dichiarato «Se davvero risultano pervenute contestazioni relative a periodi precedenti allora l’Inps ha commesso un errore in almeno uno dei due casi, o nell’emissione Durc o negli addebiti che sembra vengano mossi all’Ateneo. Non sarebbe la prima volta che l’Inps emette cartelle pazze».

Con partenopea saggezza, alcuni professori sono andati all’Inps. Hanno chiesto un estratto di posizione contributiva. Serve per verificare se ci sono tutti i contributi e quando sono stati versati. Gli mancano due anni circa. Proprio quelli nel periodo ora contestato. «Me lo hanno riferito loro, proprio in questi giorni» conferma l’ex rettore Paolo Vigo.

 

IL CASO PER IL CdA
Il rettore Giovanni Betta si è già attivato. Giovedì in Consiglio di Amministrazione porterà una serie di soluzioni. Intanto ha spalmato il debito con Inps: l’Istituto ha concesso un piano di rientro in due anni, il rettore vorrebbe portarlo a cinque. Inoltre sono stati impugnati i 9 milioni di sanzioni e interessi chiesti dall’Agenzia delle Entrate: si prospetta un accertamento con adesione. Cioè si va all’Agenzia delle Entrate e si dice: avete ragione, mettiamoci d’accordo.

Resta da capire da quanti anni andasse avanti questo sistema. E soprattutto chi ne fosse a conoscenza. Era stato informato il livello ‘Politico gestionale’? Cioè il rettore, il pro rettore delegato alle Politiche di Bilancio Raffaele Trequattrini? «Ma scherziamo? Se mi avessero informato, avrei avuto decine di soluzioni. Siccome è un problema di flussi, sarebbe stato sufficiente mettersi d’accordo con una banca per ottenere delle anticipazioni di pochi mesi; oppure trovare un accordo con Inps sui mesi per fare i versamenti… Bisognava saperlo però»

Altro quesito: ma l’Inps informava l’università? E se non lo ha fatto, come mai? Se lo ha fatto, chi ha informato?

Lunedì partiranno le segnalazioni alla procura presso la Corte dei Conti. Chi ha autorizzato quel sistema di gestione ha determinato i 9 milioni di interessi e sanzioni? E ‘quello il danno. L’ateneo ripianerà i 31 milioni ma interessi e sanzioni sono affare di chi li ha determinati. Per questo scatterà anche un altro atto: la messa in mora dei rettori e dei direttori amministrativi in carica nei tre anni finiti nel mirino.

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