Il vergognoso silenzio intorno al salvataggio di ⅓ della Videocon

E’ stata la più grossa tragedia industriale in provincia di Frosinone. Oltre mille posti di lavoro cancellati, decine di progetti lasciati a metà, chiuso un centro di ricerca che negli anni Settanta era considerato tra le più importanti realtà dell’industria componentistica elettronica nazionale, un’azienda che sul finire degli anni Ottanta fatturava 400 miliardi di lire. Il collasso della Videocolor – Videocon di Anagni è stato un incubo collettivo per migliaia di famiglie.

Il suo passaggio dalle mani del fondatore, il cavalier Armando Piccinini (quello che fondò la Voxon) alla multinazionale francese Thomson, negli anni Settanta fu il segnale che in Italia mancava un capitalismo forte e in assenza di politiche mirate, nel giro di pochi decenni il nostro sistema industriale sarebbe finito tutto in portafogli esteri.

Il successivo passaggio al colosso indiano Videocon nel 2005 fu il preludio al più grosso stupro industriale che la provincia di Frosinone abbia subito, effettuato sotto gli occhi di una politica nazionale e locale capace solo di lanciare proclami ma non di compiere una sola azione concreta. Le porte chiuse in faccia ai nostri rappresentanti dall’ambasciata di Bombay a Roma sono stati solo una delle umiliazioni inflitte e mandate giù: la dimostrazione che siamo un Paese di straccioni, dove un miliardario indiano può fare letteralmente ciò che vuole, senza che la politica fosse in grado nemmeno di dire una sillaba. Chissà cosa dovevamo vendere agli indiani in quel periodo e quindi non bisognava disturbare l’operazione. Anche a costo di mandare sulla strada circa 1200 persone tra azienda e indotto.

La rabbia ha avuto molte forme. E molti hanno soffiato sulla legittima rabbia di quegli ingegneri, periti elettronici, progettisti, operai specializzati e generici, autisti e facchini. Ci sono state occupazioni dell’autostrada, marce di protesta, comitati, scioperi della fame. Ad ogni campagna elettorale c’è sempre stata la visita da fare al presidio Vdc. Senza trovare uno straccio di soluzione.

Poi però accade una cosa. Quando ormai tutto è perduto, quando ormai i riflettori sono spenti, nel momento in cui nessuno soffia più sul fuoco della protesta per cercare di ricavarne qualche preferenza, nel silenzio più totale un team di sindacalisti della provincia di Frosinone si siede ad un tavolo nazionale e fa presente un piccolo dettaglio: se aggiungete una frase di due righe si possono salvare circa 300 famiglie, sono quelle dei lavoratori Vdc con più anni di servizio, possono andare in pensione.

Succede che un paio di politici locali, sui quali spesso ci si accanisce sbattendo i polpastrelli sulla tastiera mentre si sta in canottiera dopo avere mangiato la sagna, invece di perdere tempo a sentire o rispondere a quelle frasi, capiscano che è sensato quanto hanno detto i sindacalisti. E si impegnano per fare in modo che a dicembre, nelle migliaia di parole che compongono la Legge Finanziaria, ci siano anche le tre righe per gli ex Vdc.

L’operazione va in porto. Grazie alla spinta data da un sindacalista chiamato Pietro Maceroni nel silenzio più assoluto e nella distanza totale dai riflettori, grazie ad un senatore come Maria Spilabotte con il lavoro di squadra fatto insieme a Francesco Scalia, fra quattro mesi circa trecento saranno salvi.

Trecento lavoratori fuori dall’incubo. E’ come se avesse aperto la più grossa fabbrica negli ultimi vent’anni in Ciociaria (leggi qui la notizia del salvataggio di ⅓ della Videocon).

Nessuno ha fatto un corteo per festeggiare, nessuno ha detto “Perbacco ma allora i nostri politici lavorano“, nessuno che abbia ammesso “Ho detto una stronzata quando ho attaccato i sindacati dicendo che sono dei venduti“.

Non una parola. Non un volantino. Nemmeno un comunicato stampa. Il silenzio. Perché ormai la piazza è appannaggio degli urlatori, di quelli che sanno dire solo che le cose vanno male. E quando le cose vengono fatte bene non sanno più nemmeno cosa dire.

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