Vincere! E abbiamo vinto.

La vittoria e l'aura che accompagna il vittorioso. Dall'antichità fino agli Europei vinti giusto una settimana fa. Con tanto di gufi

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Quanto è bella la vittoria. La vittoria che da millenni scalda il cuore degli uomini. La vittoria è piacere puro. È arrivata finalmente quella benedetta domenica dove la nostra Nazionale con piglio eroico ha sconfitto la perfida Albione donando al proprio popolo un’ondata di gioia e soddisfazione che non si provava da tempo.

Il potere taumaturgico dei successi sportivi sta da giorni esercitando il suo effetto benefico sull’italiano medio intento a godersi quei pochi momenti di felicità ricavati dopo mesi di intensa costrizione psicologica dovuta al covid ed alla sua epidemia.

Intendiamoci: con questo titolo non intendo scimmiottare il Duce che col suo “vincere e vinceremo” fece storia del linguaggio, ma non fu certo baciato dalla fortuna. Mentre la nostra Nazionale lo è stata. Forse preliminarmente sarebbe servito della stessa serie un “Dio stramaledica gli Inglesi” di bellica memoria. Ma era forse eccessivo per una semplice partita di calcio. Anche se tutti abbiamo fatto pensieri più democratici ma simili nelle ore precedenti e durante la partita.

Mitologia e Futurismo

Filippo Tommaso Marinetti

Ma le frasi del ventennio non erano nulla rispetto ai peana che abbiamo dovuto ascoltare in questi giorni. Citazioni mitologiche, storiche, filosofiche, geopolitiche. Qualcuno ha tuonato: «L’Europa vince contro l’Inghilterra della brexit». Altri esaltavano il collettivo meglio dei libri di Marx ed Engels.

Chi diceva che si era vinto sotto l’egida di Draghi, però si ribatteva con sagacia che ci si era allenati sotto il governo di Conte. Chi tirava fuori l’escatologia, la cabala e la numerologia. Tutti padri ed interpreti della vittoria. Perché come sanno tutti la vittoria ha molti progenitori mentre la sconfitta è sempre orfana.

Ma è proprio questo il concetto di vittoria: che da secoli fa brillare gli occhi degli umani, che passi attraverso una guerra o un campo di calcio, che sia frutto della fortuna o del valore. La vittoria ci abbaglia, ci gratifica, ci rapisce.

Forse in questo secolo l’unico che ne ha resistito al fascino è stato Filippo Tommaso Marinetti che nel manifesto del Futurismo per glorificare il dinamismo della vita moderna scrisse: «Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia». Citando la famosa statua greca. Per i puristi: non c’è l’apostrofo ad un perché il vocabolo “automobile”, che inventò D’Annunzio, era originariamente maschile.

Alla bellezza ellenistica della Nike, infatti, Marinetti preferisce il fascino roboante dell’automobile, in quanto confacente a quell’«estetica della velocità» sconosciuta agli antichi Greci. Ma è proprio questo il punto, per esaltare il paradosso, i futuristi paragonavano la loro filosofia alla Nike perché era considerata il momento più puro ed affascinante della cultura classica. Quello che per millenni ha ispirato la filosofia che si prefiggevano di distruggere.

La bellezza di Nike

La Nike di Samotracia

L’avete vista infatti quanto è bella la statua della Nike di Samotracia. Seppur acefala e priva delle braccia per le distruzioni subite nei secoli esprime ancora oggi un fascino infallibile.

Lo subirono Boccioni, Dalì, Vucetic, fino al più prosaico marchio sportivo nike: il cui famoso baffo non è altro che la stilizzazione delle ali della statua greca. Nike in greco significa letteralmente “vittoria” ed era una delle divinità più amate.

Ed anche io l’ho sconsideratamente amata. Tanto che ai miei primi due cagnolini, due splendidi esemplari di corso, al maschio ho dato il nome di Argo, e mai fu più azzeccato per la fedeltà che dimostra, ed alla femmina quello di Nike. Inanellando così una serie di inutili equivoci che mi perseguitano ogni qualvolta mi chiedono il nome amici, conoscenti o veterinari vari.

Io soddisfatto dico “Nike” come la dea della vittoria, come la Nike di Samotracia ed in genere mi rimangono a guardare fingendo di aver compreso. Dopo mesi di vane sofferenze alla fine adesso dico direttamente “come la marca di scarpe tutti capiscono subito e mi evito minuti di spiegazioni inutili. L’ultima volta alla clinica veterinaria me la chiamavano proprio “naich” come la imbelle calzatura, alcune assistenti più evolute nelle lingue la pronunciavano “naichii” come gli americani pronunciano la marca di abbigliamento sportivo con quella fastidiosa voce nasale. Ogni volta era come una stilettata.

Nonostante questo piccolo inconveniente lessicale il fascino eterno della vittoria rimane immutato e la stessa statua della Nike di Samotracia vale, vi assicuro, da sola il viaggio a Parigi al Louvre dove è esposta.

È una delle opere più espressive dell’Ellenismo, concretizzando in sé l’ossimoro della scultura: rappresentare il movimento stando ferma. Le vibrazioni del panneggio, le ali spiegate, la tensione del corpo proteso invitano l’osservatore a intuirne i gesti e a completarne le parti incompiute. Un piacere vero.

Premio o esperienza

La vittoria dunque è certo che come concetto artistico e filosofico attraversa la cultura dell’uomo intensamente quanto pochi altri concetti. Apprezzata ed inseguita nella natura di tutti.

Pierre De Coubertin

Pochi sono i suoi ingenui detrattori. Uno di questi fu Pierre De Coubertin, pedagogista francese noto per essere l’ideatore dei Giochi Olimpici moderni: «L’importante non è vincere ma partecipare», disse. E questa frase è stata utilizzata come motto per tantissime manifestazioni sportive agonistiche o amatoriali. Per quanto la frase possa avere diversi significati sottostanti sono sicuro nel dire che, all’interno dello sport agonistico, non siano in tanti a essere d’accordo con questa affermazione, infatti in una competizione che si rispetti la parola d’ordine è vincere.

Al giorno d’oggi però, negli sport professionistici, al fascino romantico della vittoria si è aggiunta una componente economica che porta, soprattutto negli sport che hanno una maggiore visibilità, a ricercare il successo non solo per un soddisfacimento personale, ma anche per un ritorno economico non indifferente. Recentemente, infatti, l’ex presidente juventino Gianpiero Boniperti, ha riformulato o per meglio dire “stravolto” la frase di De Coubertin in «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». Stile Juve: non c’è che dire.

Il significato della vittoria

Ma cosa significa oggi vincere? Esistono due modi diversi di concepire la vittoria: vittoria come risultato o come premio, un punto di vista che sottolinea appunto il risultato di una gara o di un concorso, e vittoria come esperienza che enfatizza le qualità di una particolare esperienza. E questi due modi di interpretarla li abbiamo realmente vissuti domenica nella finale degli europei di calcio ed in quella di Wimbledon di Berrettini.

Per quanto riguarda il primo modo di concepire la vittoria, esso si fonda sul fatto semplice ma non banale che “o si vince o si perde” e tutto è basato puramente sui risultati oggettivi di una gara. Il secondo modo si focalizza più sulla prestazione, sull’“how to play the game“ piuttosto che sul risultato.

Questa seconda definizione si avvicina di più al concetto di De Coubertin, in quanto sottolinea che avere la possibilità di competere e di dare il meglio di sé sia già una vittoria. È interessante notare che, in questo concetto, è inscritto che dietro una vittoria non c’è solamente un uomo che ha corso più veloce degli altri, o una squadra che ha fatto più punti delle altre, ma molto di più.

Virtù e vittoria

Italia campione d’Europa

Fin dall’Antica Grecia, infatti, chi eccelleva in uno sport era considerato come portatore di aretê, virtù, al pari di chi eccelleva nel campo della guerra. Coloro che avevano aretê, non solo erano adorati tra gli uomini, ma anche favoriti dagli dei.

Nell’Iliade, per esempio, Omero racconta come, in una gara di corsa, la dea Atena avesse scelto come favorito Ulisse, avendo visto in lui una grande virtù, ed avesse fatto scivolare il suo avversario Aiace portando così Ulisse alla vittoria.

Anche oggi il vincitore è considerato colui che ha quel qualcosa in più rispetto agli avversari. E il punto che numerosi studiosi di diverse discipline dibattono è proprio la ricerca di quel “qualcosa in più”. Qualcosa che rende una persona o una squadra “vincente”.

Mentre, come si è visto prima, anche se in un modo eccessivamente semplicistico rispetto al dibattito filosofico sul significato di vittoria presso gli antichi greci nell’antichità, dietro ad una vittoria c’erano delle qualità inscritte nella persona che la rendevano migliore rispetto ai suoi avversari, oggi si cerca di capire come e se sia possibile fare in modo che una persona possa costruire la propria vittoria pur non essendo portatore innato di una virtù benevola.

Allora secondo la dicotomia espressa sopra è stata tanto bella la vittoria della nazionale espressa come risultato quanto la sconfitta di Berrettini che per bellezza della prestazione equivale ad una vittoria. Tanto che il nostro tennista è stato ricevuto e premiato da Mattarella insieme alla nazionale, che poi se lo è caricato sul pullman scoperto includendolo nel festeggiamento oceanico per le strade di Roma.

Le anime mediocri

La sfilata della Nazionale italiana (Foto Afp / AdnKronos)

Che belle immagini reali e figurate, funestate solo dai gufi. A sfilata terminata profetizzavano come acide cassandre l’imminente fine del mondo visto il corposo assembramento per festeggiare la vittoria. Sono gli stessi che lo urlarono quando vinse lo scudetto l’Inter e festeggiò in modo simile. Solo che poi la strage di contagi non ci fu.

Stavolta i supergufi sono stati più bravi. Non hanno aspettato i canonici 14 giorni di incubazione del virus: hanno iniziato  già il giorno dopo col bollettino dei presunti contagi in rapida risalita. Più veloci addirittura delle automobili futuriste.

Quanta mediocrità tutta in un colpo. Figli miei, dopo mesi di sofferenza, anche se momentanea, godete anche voi il piacere della vittoria tra una iettatura ed un’altra. Fateci riconciliare con la dea alata.

La vittoria di Vialli

Perché tra tante immagini che hanno allietato i nostri sensi in questi giorni una mi ha veramente aperto il cuore in mezzo alle innumerevoli banalità profuse. È quella di un uomo che ha appena vinto una battaglia tra più difficili nella vita e speriamo definitivamente. Gianluca Vialli che, pur provato da una terribile malattia, è stato una figura fondamentale nel percorso della vittoria azzurra. E quando l’ho sentito fare un bellissimo discorso alla squadra prima della finale citando delle frasi di Roosevelt ho provato un meraviglioso miscuglio di commozione, orgoglio e felicità.

Gianluca Vialli

E proprio con le sue parole saluto tutte le donne e gli uomini che coraggiosamente rifiutano la tentazione della mediocrità. Quelli che ancora credono nella meravigliosa ed immortale bellezza della vittoria.

«L’onore spetta all’uomo nell’arena, l’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanza. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria né la sconfitta».

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