Vittorio, l’ultimo cantastorie dei destini maledetti

L’ultimo dei cantastorie si materializza nell’ombra. Prende forma poco alla volta sullo sfondo di un palcoscenico antico. Fino a quel momento è rimasto in silenzio mentre le luci colorate sparate dal proiettore, ballavano sul telone davanti a lui disegnando le immagini di un campione del basket. Una gara giocata un quarto di secolo fa, tra due squadre nazionali che non esistono più. Perché i Paesi che rappresentavano, l’unione Sovietica e la Jugoslavia, non sono più sulla carta geografica. L’immagine si ferma, la partita resta in sospeso. Il cantastorie Vittorio Macioce esce dall’ombra e inizia a raccontare sul palcoscenico del teatro Ducale di Alvito.

Sera qualsiasi di un inizio d’estate. Il cantastorie ha lasciato per un attimo la fabbrica dei racconti. Quella che ad ogni giornalista non piace: la redazione del proprio giornale. Perché lì è la cronaca a dettare le regole del racconto, ad imporre l’asciutto dei fatti, imponendo di dimenticare che dietro ogni delitto o ogni successo c’è una storia e ci sono delle vite che la animano. E’ per questo che molti giornalisti diventano scrittori: per fare pace con la propria voglia di raccontare, con il bisogno di essere onesti fino in fondo con i lettori e raccontargli quell’umanità che ormai sul piombo dei giornali non trova più spazio. Sarà perché ormai i giornali non si fanno più col piombo ma con la composizione a freddo?

 

Vittorio Macioce è uno degli ultimi cantastorie del nostro tempo. Il Giornale di Milano lo sa e per questo gli ha affidato a lungo la pagina della Cultura. E ora lo ha promosso a capo della strategica cronaca Romana dove si racconta la politica.

Ma le storie che piacciono a Vittorio sono altre. Sono storie vere, incontrate durante la sua professione, che hanno il sapore delle favole. Sarà per questo che, per raccontarle, venerdì sera ha scelto il palcoscenico del Teatro Ducale di Alvito: il suo paese. E’ il paese nel quale il papà meccanico, grande innovatore, appassionato di motori e di sfide, a dieci anni mette quel bambino a cavallo di una moto per lanciarlo su una pista; ma il bambino ha paura e piange, il papà dice «Mi sa che questo è meglio se lo faccio studiare». Mai intuizione fu più indovinata. Altrimenti le storie di Vittorio non sarebbero arrivate ad Alvito. Ed al mondo.

 

 

Il cantastorie appare sul palcoscenico ed inizia a raccontare. Poggia le parole sull’aria, sul nulla delle emozioni. Senza un testo scritto. La prima storia è di sport e amicizia, di guerra e odio, di destini che si incrociano e diventano tragedia. E’ la storia di due grandi campioni del basket, Vlade Divac e Drazen Petrovic: il Mozart del canestro e la montagna da cesto. Inseparabili, complementari, amici: divisi all’improvviso da una bandiera gettata sul parquet della finale Urss – Jugoslavia che assegnò il mondiale a questi ultimi. Ultimo tragico segnale inviato agli uomini dallo Sport:  quella squadra unita aveva piegato la potentissima madre di tutte le Russie, la Jugoslavia unita non imparò niente quella notte.

E quella notte litigarono due uomini. Anzi, uno dei due. Non si parlarono per anni. Il filo della storia si snoda da quel parquet e arriva fino agli Usa ed ai mitici Lakers dove uno dei due milita, passa per la Germania, prosegue fino al suo epilogo. Tragedia e rimpianto… In sala, tra le poltroncine, c’è gente che piange: le storie di Vittorio hanno toccato le corde del sentimento.

 

 

Saltano da una favola all’altra quelle parole. Raccontando ancora le tragedie moderne. Manca solo il C’era una volta all’inizio, ma i bambini intorno al Cantastorie ora ci sono tutti. E così Vittorio, racconta di quando incontrò in aereo Sinisa Mihajlovic, oggi allenatore del Torino, ieri campione dell’Inter, prima ancora idolo dello Stella Rossa di Belgrado. Racconta dell’amico cresciuto con Sinisa e che un giorno gli incendiò quella casa dove insieme avevano giocato da bambini, sparando su tutte le sue foto, minacciando i genitori di fare altrettanto con loro se non fossero andati via.

Uomini e guerre, solitari nella folla, idoli e tragedie. Sempre assurde, come i destini che riannodano i fili, anche per Sinisa: Vittorio racconta che il calciatore salva la vita dello zio croato nonostante avesse giurato d’ammazzare il cognato, suo padre, perché serbo. Il potere di una parola: ‘Perchè?‘ e l’uomo posto di fronte al suo odio diventa muto per il resto della vita.  Come accadde allo zio di Sinisa quando lo salvò dai paramilitari serbi che l’avevano fatto prigioniero e se lo portò nella stessa casa in cui aveva ospitato suo padre, il cognato che aveva giurato di uccidere.

 

 

Il tempo scorre e nessuno nel teatro guarda l’orologio. Gli uomini tornati bambini affamati di storie, in quel teatro, battono le mani come non hanno mai fatto, sperando che Vittorio  il Cantastorie gliene racconti un’altra, delle sue favole moderne. E così iniziano a rombare i motori e le parole cominciano a disegnare un Drake in bianco e nero che riconosce in un ragazzino canadese la reincarnazione di Tazio Nuvolari e lo vuole nella sua scuderia Ferrari… Parole, parole una dietro l’altra, incatenate tra loro, attaccate ognuna ad un’emozione che arriva dritta al cuore.

E così ecco la storia della rivalità tra Gilles Villeneuve e Didier Pironì, anche questa nata per un malinteso, non su un parquet ma sull’asfalto della pista di Imola. E finita nel tragico circuito di Zolder in Belgio quando, per noi tutti comuni mortali, Gilles è volato via, ma in realtà quel dio dei motori è solo tornato nell’Olimpo dal quale era sceso solo per un momento e regalarci il senso dello stupore.

 

 

L’apoteosi però si raggiunge con Rumble in the Jungle: il mitico match di Cassius ClayMohamed Alì contro George Foreman sul ring di Kinshasa. Qui Vittorio ha posato le parole su un foglio di carta. E lascia che sia una voce narrante a recitarle: perché è recitazione pura quell’articolo ‘Ti suderai ogni no e sarà rugiada‘. E’ emozione che porta nell’America razzista, tra le Pantere nere di Malcom X, sfiora le paludi del Vietnam, passa per un massaggiatore italiano costretto a cambiare nome per non essere bollato come mafioso, mostra il sudore del campione sotto i riflettori e rivela il segreto: non è sudore ma è rugiada, ogni no pronunciato o subìto da Clay – Alì diventa rugiada. Con la quale resistere al dolore, tirare fuori la rabbia, vincere il match della Storia.

La voce di David Duszynski è teatro, il testo di Vittorio è interpretato da un giovane pifferaio magico che usa come unico strumento la voce, con i suoi cambi di tono e di ritmo, portando tutti nel percorso delle emozioni. E accompagnandoli fino alla foresta di Kishasa, in una notte illuminata intorno ad un ring, round dopo round, nel sottofondo scritto da Loreto Gismondi, il basso di Maurizio Turriziani, le tastiere di Alessia Capoccia. Ritmo, parole, cambi di passo e di nota che scorrono paralleli, insieme ai colpi di Foreman ed il ringhio di Alì – Clay. Colpo dopo colpo, parola dopo parola, nota dopo nota. Fino al knock out.

Ma non finisce lì, sul tappeto del ring. Perché c’è il seguito della storia. Atlanta, olimpiadi del centenario.

“Il nome dell’ultimo tedoforo è rimasto segreto. Il pubblico non sa chi sarà l’atleta che accenderà il braciere. La penultima è una ragazza dal viso dolce e le braccia forti. È Janet Evans, quattro medaglie d’oro nel nuoto tra 400, 800 e 1500 stile libero. Quando passa la fiaccola si vede un’ombra che si illumina. È lui, ma molti faticano a riconoscerlo. È pesante, si muove a fatica, come una farfalla che si spegne nella notte. Ma quella notte durerà altri vent’anni. Il braccio sinistro trema, la mano destra sembra non reggere la torcia, solo lo sguardo non cambia.

È dritto, lontano, fiero, orgoglioso. È lo sguardo del più grande. C’è un silenzio sacro, maestoso, neppure un singulto o un sospiro, si vedono solo le lacrime di un intero stadio luccicare come una costellazione. Come sudore. Sale. Rugiada. Ali ha fatto pace con l’America. L’America con se stessa. Non per sempre. Ma quella notte sì. Solo gli dei possono fermare la storia. E a quel punto sarebbe la fine. È la lezione di Giobbe. E Cassius Marcelo Clay, che ha voluto essere Muhammad Ali, l’ha raccontata al mondo, per diventare leggenda. «Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra».

 

Grazie Vittorio per averci ricordato che le parole dei Giornalisti possono ancora emozionare.

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