A volte ritornano: Nino Gargano risorge dalla fossa e torna alla direzione Cosilam

A volte ritornano. E se sono democristiani allora puoi starne certo: è solo questione di tempo. Come l’araba fenice che rinasceva ogni volta dalle sue ceneri, il direttore generale del Cosilam Nino Gargano è tornato in sella.

Sul suo nome si era scatenata una specie di guerra santa tra le fazioni che l’estate scorsa si erano coalizzate per lanciare l’assalto alla presidenza del Consorzio di Sviluppo Industriale del Lazio Meridionale. La sua poltrona era finita addirittura nel programma elettorale: non c’è bisogno di un direttore generale, può benissimo fare tutto il presidente, assicurava all’epoca il presidente della Camera di Commercio Marcello Pigliacelli che spingeva per la presidenza a Pietro Zola in quanto è imprenditore che sa fare di conto; sulla sua tesi si attestavano immediatamente la componente Pd di Francesco De Angelis, il sistema delle imprese stimolato dal presidente di Unindustria Davide Papa.

Cosa aveva che non andava il direttore Nino Gargano? I suoi avversari dicevano che siccome il Cosilam era in bolletta, senza soldi e con un buco in bilancio grosso così, lui ne era il responsabile. Quindi doveva andarsene. A nulla erano valsi i consigli di quell’economista prestato al Cosilam che è il pro rettore Raffaele Trequattrini. Nel congedarsi dall’incarico che lo aveva visto per un paio d’anni alla guida del Cosilam, aveva arringato una difesa d’ufficio in favore di Gargano.

Aveva detto in sostanza che: i conti sono in fase di risanamento, entro un anno saranno in attivo, il buco lo hanno scavato le scellerate scelte fatte a suo tempo dalla politica, quindi il direttore ha lavorato bene; inoltre, avvisava il professore, che un pensiero a decapitare il suo direttore generale lo aveva fatto pure lui, stanti le richieste piombategli addosso per mesi: ma i pareri fornitigli da ben quattro diversi docenti universitari di Giurisprudenza avevano detto “Se lo cacci, qualsiasi giudice ti ordinerà di reintegrarlo, perché non hai un solo motivo valido per congedarlo”.

La verità dei fatti è un’altra. Nino Gargano è storicamente legato a filo triplo con Francesco Scalia da quando il senatore era ancora poco più di uno sbarbatello con la toga che ambiva a fare il sindaco di Ferentino; amicizia cementata nei 9 anni da primo cittadino, diventata d’acciaio nei nove e mezzo da presidente della Provincia, trasformata in patto di sangue al tempo di Scalia all’assessorato regionale al Personale e poi a Palazzo Madama. Quindi, bisognava puntare l’artiglieria su Gargano ed abbatterlo per colpire in realtà il senatore. Erano i tempi in cui Scalia e De Angelis si facevano le imboscate di notte, tentando di eliminarsi (politicamente) a vicenda.

Ora, il periodo del terrore è passato, Scalia e De Angelis sono tornati amici. E Nino Gargano risorge dalla fossa nella quale era sprofondato il giorno della votazione del nuovo presidente Cosilam: fallito anche l’ultima manovra con cui si era tentato di rinviare l’assemblea, eletto Pietro Zola al comando, il buon Nino aveva avuto un violento malore che l’aveva costretto in ospedale e ad un lungo ricovero, seguito da altrettanto lunga convalescenza. Durante i quali non poteva essere licenziato.

L’uscita di Nino dal sarcofago funebre nel quale era stato sistemato è avvenuta nelle ore scorse a Pontecorvo. Si è materializzato nel corso degli incontri itineranti tra il presidente Zola e gli imprenditori nei vari comuni toccati dal Consorzio. Nino, senza bende e fasciature che proteggevano i corpi dei faraoni dalle offese del tempo, è comparso al tavolo dei relatori, ad un paio di sedie di distanza dal ‘suo’ presidente.

Che sia miracolosamente guarito a seguito della ritrovata intesa tra i due Franceschi o che abbia deciso di tornare in paradiso a dispetto dei Santi perché è chiaro che non può essere cacciato, non è ancora ben chiaro.

La certezza ora è una sola: a volte ritornano. E se sono democristiani alla Gargano puoi starne sicuro.

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