Voti comprati dai clan, condannata l’ex Consigliere Cetrone

Estorsione con metodo mafioso, voti comprati coinvolgendo il clan Di Silvio: 6 anni e mezzo all'ex consigliere regionale Pdl Gina Cetrone

Giurava di essere pronta a tutto per impedire la chiusura degli ospedali di Terracina e Fondi. Nell’Aula del Consiglio Regionale del Lazio alzava le barricate ogni volta che si trattava di tutelare il territorio. Il Consigliere Gina Cetrone di Sonnino si era fatta la reputazione di quella che dava fastidio. Nessuno si era stupito quando aveva denunciato “anonimi atteggiamenti d’intimidazione malavitosa, con il recondito scopo di fermare la mia volontà”. Oggi il tribunale di Latina l’ha condannata a sei anni e mezzo: ritiene che a minacciare fosse lei attraverso personaggi della malavita pontina.

Estorsione aggravata

È finita sotto processo dopo un’inchiesta dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Gli stessi che a gennaio 2020 ne avevano ottenuto l’arresto sulla base dei gravi indizi raccolti contro di lei.

Gina Cetrone

Oggi il Tribunale di Latina ha riconosciuto colpevole sia lei che l’ex marito Umberto Pagliaroli, condannato anche lui a sei anni e sei mesi. Per entrambi c’era l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso e la violenza privata. Con l’ex consigliere regionale del Popolo delle Libertà ed il suo ex marito sono stati condannati anche Gianluca Di Silvio (8 anni) ed Armando Lallà Di Silvio (4 anni).

L’accusa principale è quella di estorsione ai danni di un imprenditore di Pescara. Colpa di poche migliaia d’euro: circa 15mila. Soldi che la coppia doveva avere dal pescarese per una fornitura di vetro fatta dalla VetrItalia Srl società a loro riconducibile” hanno detto i magistrati dell’accusa. Dopo mesi di solleciti ed inutili attese, convinti che l’abruzzese li avesse truffati, hanno “richiesto l’intervento di Samuele Di Silvio per la riscossione del credito, previa autorizzazione di Armando Lallà Di Silvio, capo dell’associazione”. 

Metodo mafioso

Il tribunale di Latina

Storie di mafia? No, storie di metodi che il Codice classifica come mafiosi. In pratica, stando al provvedimento d’arresto, Gina Cetrone e Pagliaroli convocano l’imprenditore per reclamare il pagamento del vetro fornitogli ormai da tempo; lui però non ne vuole sentire di staccare l’assegno e loro gli impediscono di risalire in macchina ed andare via.

Dopo poco tempo arrivano sulla scena i Di Silvio: che “lo hanno minacciato, prospettando implicitamente conseguenze e ritorsioni violente nei suoi confronti”. Stando alle indagini, l’indomani la fattura viene onorata: l’imprenditore ‘si convince’ ad andare in banca e bonificare 15mila euro a favore della Vetritalia. Più altri 600 euro liquidi che vengono consegnati ‘per il disturbo‘ ai signori che la sera precedente gli avevano fatto vedere le cose sotto una luce diversa. 

I manifesti per Terracina

Dalle indagini erano emersi anche sospetti sulle elezioni comunali di Terracina del giugno 2016. Gli elementi raccolti dalla Squadra Mobile di Latina portano a sospettare che la malavita avrebbe impedito la copertura dei manifesti della candidata Gina Cetrone, garantendo che rimanessero sempre visibili. L’ex consigliere regionale Pdl e il marito, come riportato nell’ordinanza, avevano allacciato un accordo con il clan Di Silvio. In cambio di 25mila euro si sarebbe attivato affinchè la candidatura della donna a sindaco di Terracina avesse il massimo della visibilità alle elezioni.

Gina Cetrone

Una visibilità da ottenere “tramite affissione anche abusiva” dei manifesti elettorali di Cetrone “a scapito di quelli degli altri candidati“. Nel provvedimento cautelare si fa riferimento all’episodio di violenza messo in atto ai danni di addetti al servizio di affissione. “Fateve il lavoro vostro e noi ci famo il nostro… non mi coprite Gina Cetrone senno’ succede un casino“. La frase viene attribuita a Riccardo Agostino, poi collaboratore di Giustizia, e viene poi confermata in un interrogatorio del 16 luglio 2018. Nei sei anni e mezzo di condanna c’è anche questo. 

A sostenere la Pubblica accusa è stata l’Antimafia: ha chiesto la condanna a 7 anni e mezzo. I giudici ne hanno inflitto uno in meno.

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