Zingaretti annuncia la svolta del Pd: in soffitta il vecchio Partito

Foto © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Nuova stagione congressuale, apertura alle Sardine, alla società civile e ai movimenti ecologisti. Il segretario punta ad un nuovo bipolarismo e alla sfida diretta con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Probabilmente ritiene superata l’esperienza dei Cinque Stelle.

Nel giro di pochissime ore Nicola Zingaretti ha annunciato la rivoluzione del Partito Democratico. Prima, nel corso di un appuntamento politico al “Nord Face” a Milano, ha detto: “Vinciamo le elezioni regionali e poi faremo il congresso nazionale del Pd, non per un nuovo Partito ma per un Partito nuovo più aperto e inclusivo”. Quindi l’intervista a Massimo Giannini su La Repubblica, dove il segretario dei Democrat ha delineato i contorni del nuovo Partito. Spiegando: “Apro a Sardine, società civile, ecologisti”. 

Non ai Cinque Stelle. Ed è proprio questo l’elemento fondamentale del ragionamento di Nicola Zingaretti. Il quale evidentemente ritiene di poter vincere in Emilia Romagna, ma forse anche in Calabria. Inoltre, analizzando quelli che sono i flussi elettorali dell’ultimo anno e mezzo, il leader del maggior Partito della sinistra italiana pensa che l’esperienza tripolare sia ormai superata. Con il fallimento dei Cinque Stelle.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica, Sara Minelli

Il segretario ha deciso. A Repubblica ha detto: “Convoco il congresso, con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese“.

L’interpretazione che ne dà Massimo Giannini è molto più dirompente ed efficace.

Detta altrimenti, e al di fuori del politichese: il Partito democratico si scioglie, e nasce un nuovo soggetto politico più vasto e plurale, con l’obiettivo di includere (non solo nella raccolta del consenso, ma anche nella ridefinizione delle strutture e degli organigrammi) la società civile, i movimenti, le sardine, tutte le forze democratiche, progressiste e ambientaliste. Magari cambiano anche simbolo e nome, benché per adesso (a due settimane dalla madre di tutte le battaglie) l’argomento sia ancora e comprensibilmente un tabù.

E che di conseguenza si vada verso un nuovo bipolarismo: da una parte la Destra egemonizzata dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, nella quale Forza Italia di Silvio Berlusconi mantiene una posizione importante ma residuale. Dall’altra un nuovo centrosinistra nel quale il Pd resta centrale.

Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti, Foto © Stefano Carofei / Imagoeconomica

Il problema è che la grande illusione dei Cinque Stelle si è rivelata per quello che è: nulla. Nulla di concreto, nulla di politico. Solo una massa infinita di no per fare dispetto. No alle olimpiadi che avrebbero fornito le risorse con cui impedire a Roma di diventare la pattumiera a cielo aperto che è oggi. No ad un’infinita serie di progetti. No che hanno fatto scappare tutti i centri decisionali da una Roma invivibile e arretrata. E soprattutto No che marcano una distanza profondissima dalla cultura di governo che invece c’è nel Pd.

Zingaretti è realista. “È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza…“.

Occorre allora una svolta. Come quella di Berlinguer che dichiarò conclusa la spinta della Rivoluzione d’Ottobre. O quella di Occhetto che alla Bolognina decretò la fine dell’ideologia comunista nel Partito.

I tempi sono maturi, per Nicola Zingaretti. Il Pd è salvo, oggi non è più il partito debole, isolato e sconfitto del 4 marzo 2018. Abbiamo retto l’urto di due scissioni, e oggi i sondaggi ci danno al 20%. Siamo il secondo partito italiano, e siamo l’unico Partito nazionale dell’alleanza, l’unico che si presenta ovunque alle elezioni, l’unico sul quale si può cementare il pilastro della resistenza alle destre “.

Nicola Zingaretti

Ma da solo non può farcela. Da qui l’apertura alle Sardine, il vero fenomeno politico del momento. Una svolta anche sul campo dei temi dell’ecologia. Certamente però un dato c’è: il congresso del Partito Democratico. Un congresso che potrebbe essere completamente “rifondativo”. L’esperienza del governo giallorosso ha di fatto superato l’impostazione di Piazza Grande. Serve un nuovo orizzonte, che probabilmente guarda all’Ulivo. Modernizzato però.

Giannini su Repubblica la sintetizza così:

È la logica di “Piazza Grande”: un partito nuovo, che rinasce sulle ceneri del vecchio, e che apre le porte a tutti i progressisti. Non tanto ai fuoriusciti (in questo momento i nomi di Bersani e D’Alema restano impronunciabili). Quanto piuttosto a quelli che non sono mai entrati, come Mattia Santori e gli altri ragazzi delle 92 piazze anti-Salvini, come il movimento dei sindaci “civici” guidati da Beppe Sala e Antonio Decaro, come la galassia dei verdi. 

Il passaggio più delicato sarà quello del rapporto con le Sardine. Per farle diventare un valore aggiunto bisognerà non commettere errori.

In un’impostazione del genere però il sistema elettorale è fondamentale: con un bipolarismo forte ci vorrebbe il maggioritario predominante. Invece si va verso il proporzionale. A meno di qualche ribaltone dell’ultima ora.

La vera rivoluzione è quella della mentalità, del modo di vedere. E di interpretare il Partito. I ritardi sul Congresso a Frosinone fanno già parte del vecchio.

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