Un campo democratico largo, ma chiaro contro i seminatori d’odio (di N. Zingaretti)

Non bastiamo da soli. Per questo occorre costruire un campo democratico largo ma chiaro. Lo dice Nicola Zingaretti, rispondendo all'invito alla mobilitazione lanciato da Massimo Cacciari e da un gruppo di personalità del mondo della Cultura

Nicola Zingaretti
Nicola Zingaretti

Segretario Nazionale del Partito Democratico

Massimo Cacciari e un gruppo di personalità del mondo della cultura ci chiamano alla mobilitazione per frenare e arginare la pericolosa deriva antidemocratica dell’Italia e dell’Europa. Chiedono una netta discontinuità delle forme, dei modi e degli indirizzi della nostra politica che condivido e per la quale sto tentando di dare il mio contributo.

È un compito da fare urgentemente e nei campi più diversi. So bene che il primo significativo banco di prova saranno le prossime elezioni europee. Dobbiamo arrivarci pronti.

L’Europa sull’orlo della disgregazione

L’Europa è sull’orlo di una drammatica disgregazione per l’aggressività dei nuovi nazionalismi risorgenti e per una serie di grandi errori commessi in questi anni dalla sua classe dirigente; inadeguata e priva di una credibile strategia.

La salvezza dell’Europa è impossibile se non si dà vita a un’Europa diversa.

Il nostro continente, dopo la Seconda guerra mondiale, ha progredito nel progetto unitario e ha avuto un ruolo propulsivo nel mondo. Aveva chiara la sua missione: la pace, la promozione umana, l’integrazione dei mercati e la crescita economica e sociale; poi c’è stato l’euro e la capacità di dare uno sbocco positivo alla dispersione di una parte importante del blocco dei paesi comunisti. C’è stato, infatti, l’allargamento a Est e la diffusione, in quei popoli, di principi e regole democratici e di libertà.

Tale missione si è storicamente esaurita. Oggi il vecchio continente stenta a trovarne una nuova e convincente. Così, da protagonista quale era, sta diventando un terreno debole di conquista per una destra illiberale e per una idea non nuova, anzi ricorrente, tecnocratica e docile solo rispetto ai mercati e alle direttive tedesche. Eppure la crisi economica e sociale e l’incredibile aumento delle disuguaglianze rendono chiara la nuova missione.

Gli amari frutti della globalizzazione

I processi di globalizzazione hanno dato frutti amari, insieme a opportunità rilevanti per grandi regioni e stati che un tempo si potevano definire del terzo mondo o sottosviluppati. I frutti amari riguardano un po’ dappertutto, anche dove l’aumento della ricchezza ha investito una parte dei poveri, l’enorme aumento della divaricazione della forbice sociale. La distanza tra chi ha troppo e chi non ha nulla.

È una tendenza che colpisce al cuore lo spirito costituente emancipativo che è stato così forte, nel vecchio continente, dopo le guerre sanguinose del ‘900. Dopo la liberazione dal nazifascismo si è aperta una fase creativa nella scrittura di carte fondamentali per i nostri popoli avanzati e democratici, tese ad affermare il valore delle persone, della loro vita e una mobilità sociale tra il basso verso l’alto concreta e, almeno per un periodo, funzionante. Sono state realmente queste le priorità degli stati e dell’Europa degli ultimi anni? Le scelte fatte avevano questi ambizione e obiettivi?

Le persone al centro dell’Europa

Con franchezza dobbiamo dire di no. Occorre dunque cambiare perché la crisi dell’Europa è anche figlia dell’errore di non aver sempre messo al centro del suo agire la missione storica dell’emancipazione umana e delle persone. Questo, invece, è lo spazio per una missione dell’Europa nel mondo che proviene dalla sua storia migliore. Quando le idee universali hanno prevalso sugli egoismi nazionali e sui conflitti etnici. Quando dentro lo stesso stato e nazione, convivevano pacificamente molteplici popoli.

Dunque, umanizzare la globalizzazione, correggere e riformare uno sviluppo capitalistico che altrimenti, abbandonato alla sua stessa natura, andrebbe incontro a una autodistruzione; distruggendo, al contempo, le risorse del pianeta e decretando conflitti inimmaginabili.

Sovranisti anti sovranità

Non so se sia più buffo o drammatico, il fatto che quelli che si proclamano sovranisti boicottando pregiudizialmente l’Europa, in realtà stanno portando la sovranità dell’Italia al suo definitivo spegnimento. L’Italia senza Europa sarebbe terra di conquista delle nuove e dinamiche potenze del mondo. Su questi temi dovremmo essere decisi e coraggiosi.

L’Europa sarà in grado di far sentire la sua voce e avrà un futuro, innanzitutto, se rafforzerà la sua democrazia. Se dimostrerà capacità di rappresentanza diretta dei cittadini; se porrà al centro il ruolo del Parlamento; se saprà rapportarsi alle mobilitazioni transnazionali dei sindacati, dei movimenti, delle associazioni culturali e di quelle che si battono per i diritti, in particolare delle donne e per una crescita sostenibile che rispetti l’ambiente e la qualità della vita.

Inoltre, l’Europa sarà un punto di riferimento se rafforzerà e rinnoverà il suo modello sociale che unisce la crescita, la libertà dei mercati e dell’impresa alla protezione e valorizzazione della vita dei cittadini.

Da soli non bastiamo

Insomma, l’Europa politica è oggi debole perché è debole la democrazia europea e perché stiamo abbandonando quelle conquiste che ci hanno fatto più civili, mentre proprio i paesi emergenti ne sentono, anche se confusamente e con contraddizioni, il bisogno interno di mutuarle e adattarle alla loro società.

Questi sono davvero i contenuti sui quali si svolgerà la campagna elettorale per le prossime europee. Dobbiamo suscitare un impegno corale. Non bastiamo da soli. È giusto costruire un campo democratico largo ma chiaro nelle sue finalità, contro i seminatori di odio e di divisioni che oggi vediamo così alacremente al lavoro.

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