Zingaretti ritira gli sherpa e protegge il Pd

Cosa c'è dietro alle mosse della notte intorno alla crisi. Il ritiro degli sherpa deciso da Zingaretti. Stop alle trattative. Non farà la ruota di scorta. La strategia di Renzi. La linea della chiarezza

Gli sherpa sono rientrati alla base, le trattative sono interrotte: solo qualcuno degli emissari resterà a portata di telefono, semmai dovesse squillare. Nicola Zingaretti ha ordinato agli uomini della sua diplomazia lo stop al confronto con il M5S. Le ultime mosse hanno spostato di nuovo il barometro della più folle crisi politica di sempre: la lancetta ora indica “Non Voto“, “Non Crisi“. Lega e Cinque Stelle torneranno tutti insieme appassionatamente.

Una crisi dai contorni psichiatrici. Scatenata da un errore di valutazione di Matteo Salvini. Per tentare di comprenderla bisogna riportare indietro di qualche giorno gli orologi.

La premessa

Un anno e mezzo fa il M5S ha vinto le elezioni ottenendo il 33% del consenso, il Pd è franato al 19% dimezzando i suoi voti, la Lega è salita fino al 17%.

Ma un anno di Governo ha logorato il movimento grillino a causa delle promesse impossibili da mantenere: l’Ilva lasciata aperta e venduta agli indiani, l’oleodotto Tap in Puglia non è stato fermato, la Tav si farà; niente streaming ma mandato Zero… (leggi qui Un anno di nulla).

Nello stesso momento, la Lega incassa i risultati dello stop ai migranti costruito dal ministro Marco Minniti durante il governo Gentiloni. E li spaccia per suoi. Risultato: alle Europee la Lega stravince, il M5S crolla, il Pd resta dov’è.

Matteo Salvini ha di fronte una serie di scadenze in avvicinamento: deve fare una manovra Finanziaria da macello sociale, gli industriali vedono all’orizzonte una crisi durissima e non vedono i risultati promessi, c’è l’imbarazzante inchiesta sui fondi russi. (leggi qui Il capolavoro di Salvini: la grande distrazione di massa).

L’ennesimo no e la guerriglia in aula con l’alleato durante il dibattito sulla Tav lo convincono a varcare il Rubicone.

Il Rubicone di Sabaudia

Dal palco di Sabaudia Matteo Salvini annuncia che “Qualcosa si è rotto” con l’alleato a 5 Stelle. (leggi qui «Qualcosa si è rotto»: Salvini accompagna alla porta i 5S. Di Maio: «Abbiamo scelto da tempo»). Si va alla sfiducia al premier Conte: la via è quella delle elezioni.

Con un obiettivo preciso: certificare alle urne che la Lega non più al 17% ma è salita almeno al 40%. E fare un governo tutto di centrodestra con Fratelli d’Italia e con un pezzo di Sovranisti staccati da Forza Italia ad opera di Giovanni Toti.

C’è un alleato su questa strategia: Nicola Zingaretti ha tutto l’interesse ad andare al voto per riequilibrare un Pd che l’ultima furbata Renziana ha portato in Parlamento solo con fedelissimi dell’ex sindaco di Firenze. Mentre ora gli equilibri sono cambiati.

L’altro Matteo mina i ponti

A far saltare i ponti che conducono alle elezioni e deviare il corso della crisi è Matteo Renzi. Fino ad un secondo prima ha denunciato il tentativo di Zingaretti per dialogare con il 5 Stelle, fino ad un’ora prima ha minacciato di andar via se si fosse parlato con ‘quelli che ci chiamano il partito di Bibbiano’, fino a prova contraria è stato lui ad impedire che l’allora Segretario Maurizio Martina trovasse una sintesi con il M5S con cui si poteva fare un Governo anziché dare il Paese alla Lega.

Ora dice che non bisogna andare al voto ma verificare se c’è la possibilità di un governo che eviti l’aumento dell’Iva.

Al Nazareno non sanno se dica sul serio o sia rimasto troppo al sole. Invece è una lucidissima strategia con cui cambiare il percorso della crisi.

L’alternativa con Roberta

La mossa di Renzi rimette al centro della discussione Luigi Di Maio: il grande sconfitto che il M5S si preparava a rispedire allo stadio San Paolo per esaurimento dei mandati elettivi previsti dallo Statuto. Il Movimento si preparava a passarlo per le armi ed a cedere la leadership all’altra ala interna: Fico – Lombardi – Di Battista.

Nei giorni precedenti gli sherpa di Nicola Zingaretti avevano costruito un solidissimo ponte di Bailey che stabiliva una linea di contatto da percorrere dopo le elezioni. Costruendo così le condizioni per un governo di centrosinistra con l’ala più politica del Movimento. (leggi qui Il Retroscena. Così la ‘sintonia’ Pd-M5S ha blindato l’Aula della Regione Lazio).

Ma quella linea era percorribile anche in caso di un ribaltone: con un governo solido e capace di durare tre anni. Si spiega così la sortita della capogruppo in Regione Lazio Roberta Lombardi che chiede al M5S di evitare i voto e percorrere la via di un confronto. (leggi qui Lombardi (5S): «Pronti ad un governo con il Pd»).

È il segnale che potrebbe dare il via alla rivoluzione. Ma è a quel punto che Renzi fa brillare le sue mine.

La resurrezione di Luigino

Il voltafaccia di Matteo Renzi trasforma Luigi Di Maio da perdente a salvatore del M5S. (leggi qui L’anticipo di Renzi che ha spiazzato Zingaretti). Lo rende di nuovo interlocutore. Lo trasforma in una vittima del tradimento leghista. Gli toglie la patente di incapace che ha condotto il Movimento dalle stelle alla polvere in un anno.

Nicola Zingaretti deve fare buon viso a cattivissimo gioco. Ma c’è in ballo: l’unità del Partito, la tenuta democratica del Paese, l’aumento dell’Iva. il Segretario e governatore del Lazio si assesta un paio di pizzichi e (non si sa se tramite gli sherpa o direttamente) si sente con Renzi. Interviene Goffredo Bettini ad evitare la rottura e definire un punto di sintesi con Area DEm (Franceschini) e gli altri che vorrebbero verificare la possibilità di un governo nonostante Zingaretti abbia detto no (leggi qui Con franchezza dico no). Il lodo Bettini dice: no a governicchio come sostenuto da Zingaretti, andiamo però a vedere se ci sono le condizioni per un governo solido che ci porti a fine legislatura (leggi qui Il lodo Bettini allenta la tensione: dialogo Renzi – Zingaretti).

La resurrezione di Matteo

Matteo Salvini capisce che tutto rischia di essere perduto ed ingrana la retromarcia al Carroccio. (Leggi qui L’ipotesi di retromarcia della Lega e la fiera dei paradossi). Prova a ricomporre con il Movimento 5 Stelle.

La sua bestia della comunicazione mette in giro un segnale preciso: offerta del ruolo di premier a Luigi Di Maio come ristoro. E ministeri chiave alla Lega.

È a questo punto che Nicola Zingaretti ritira le delegazioni e richiama gli ambasciatori.

Il ritiro degli sherpa

Se giocasse il ruolo della ruota di scorta verrebbe massacrato. Ed è un ruolo che in nessun modo ha inteso giocare. Ha battuto la strada della coerenza e della chiarezza. La linea del Segretario è quella che porta alle elezioni, in alternativa un accordo per un governo che duri tre anni. (leggi qui Zingaretti rottama i carrozzoni).

Il ritiro degli sherpa mette in chiaro che non è Zingaretti a volere ricucire la crisi ad ogni coso. Che non è la ruota di scorta. Che la linea è definita: elezioni o governo di legislatura. Niente spazio per l’altro grande rischio: che Matteo Renzi voglia far saltare tutto a metà del percorso un’altra volta, facendo l’opposizione dall’interno e mandando il Pd a disgregarsi. Per raccogliere le macerie delle mine fatte brillare sul più bello.

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