Niente alternative per Zingaretti: deve battere l’ex rottamatore

Nicola Zingaretti non ha scelta: dovrà battere la furia cieca dell'ex rottamatore (non ancora rottamato). Quello che non ha imparato Matteo Renzi 

È rimasto prigioniero del 41% delle europee, l’inizio della caduta verticale del Partito Democratico. Non riuscendo a metabolizzare un fallimento politico su tutta la linea.

Quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo volle a Palazzo Chigi, chiudendo un occhio su uno dei più cinici ribaltoni politici della storia (quello che mandò a casa Enrico Letta), Matteo Renzi aveva sostanzialmente due missioni davanti: il rilancio dell’Italia e il contenimento, fino alla scomparsa, del Movimento Cinque Stelle.

Ha fallito entrambi sull’onda lunga negativa della disfatta del referendum costituzionale, delle sconfitte elettorali a raffica, dalle amministrative alle politiche, passando per le regionali.

Ma ha fallito soprattutto per aver lacerato il tessuto profondo di un Partito che ha sempre fatto della comunità il suo punto di forza. La rottamazione si è rivelata un boomerang.

Il suo predecessore Pierluigi Bersani, che le elezioni del 2013 le aveva vinte, non ha avuto altra scelta che quella di andarsene. Insieme non soltanto al “cattivissimo” Massimo D’Alema, ma anche insieme al mite Roberto Speranza.

E ieri, dal palco dell’Ergife, Matteo Renzi ha dimostrato di non aver imparato alcuna lezione, con le bordate riservate a Paolo Gentiloni. Il quale, infatti,  ha capito che è iniziato il momento di reagire.

Matteo Renzi fatica a metabolizzare che mai nessun leader del principale Partito della sinistra italiana aveva collezionato un numero così imponente di sconfitte e di lacerazioni. E che lui ha sì la maggioranza negli organismi dirigente del Partito per aver vinto le primarie 16 mesi fa, ma da allora la situazione è cambiata profondamente. In virtù delle sconfitte e delle scelte sbagliate.

Una su tutte: regalare il Movimento Cinque Stelle … alla Lega. Renzi continua a dividere, ad aprire solchi incolmabili, ad isolare un partito che senza confronto e alleanze è destinato all’estinzione.

Ha detto che non se ne andrà e cercherà ancora di mantenere la segreteria. Ma per fare cosa? Nessuna autocritica, nessuna analisi reale su quello che ha portato il Pd dal 41% a poco più del 18%.

Toccherà a Nicola Zingaretti cercare di vincere il congresso e dare al Pd una nuova prospettiva. Ieri il presidente della Regione Lazio ha detto che il limite insuperabile di Renzi è quello di non predisporsi mai all’ascolto degli altri.

Zingaretti non dovrà semplicemente vincere il congresso, ma affrontare una “guerra” interna che Renzi e il Giglio Magico gli scateneranno. Dovrà farlo andando in contrapposizione su tutto, dall’ultimo dei circoli fino alla sede del Nazareno.

Evitando però di scendere sullo stesso terreno dell’ex sindaco di Firenze. Quello della rottamazione continua. La storia insegna che Robespierre finì sotto quella ghigliottina che lui stesso aveva introdotto. Nella voracità politica della rottamazione ad ogni costo, Matteo Renzi ha rottamato sé stesso ma anche il Pd.

Zingaretti però non si illuda: per prendersi il Pd dovrà battere Matteo Renzi in modo netto. 

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