Zingaretti sul bulldozer spiana i vecchi pilastri del Pd

Nicola Zingaretti dagli studi di SkyTg24 demolisce i pilastri del Pd renziano. Basta con i leader ed il leaderismo. Il Segretario non deve essere necessariamente il candidato premier. Renzi? Parla il voto degli italiani. Il fuoco di fila dei renziani contro il governatore

Nicola Zingaretti sale su bulldozer e spiana le ultime macerie di un Pd che non ha funzionato. Riduce in polvere ciò che rimane di un Partito nel quale gli elettori non si sono riconosciuti. E se ne sono allontanati.

Ingrana la marcia nello studio di SkyTg24. «Il Partito dei capi e dei gruppi è fallito, bisogna costruire una nuova fase di pluralismo interno».

È la dichiarazione di esaurimento del renzismo: basta con gli uomini al comando, basta con i leader ed il loro leaderismo, c’è un’Italia che è stata ricostruita dalle macerie della guerra con un Partito che era una squadra. E dove il Segretario era la sintesi di quelle voci.

Segretario e non premier

Il governatore del Lazio candidato alla Segreteria Nazionale del Partito Democratico punta il bulldozer verso i pilastri. La proposta di separare le figure del Segretario e del candidato premier? «Sono d’accordo, l’ho sempre pensato e sostenuto anche in altri congressi».

È stato un altro caposaldo del Pd renziano. Al quale Zingaretti dice subito basta. Basta con il Segretario che deve fare automaticamente il candidato Presidente del Consiglio del Ministri. Perché la politica è una cosa, l’amministrazione è un’altra.

«Renzi candidato poco credibile»: non l’ho detto

Gli domandano di Matteo Renzi. Mettendogli in mano un cerino acceso. In queste settimane Nicola Zingaretti è stato attento a non accendere fuochi. Le ha trascorse a  costruire consenso, edificando ponti verso le altre forze di sinistra, spianando strade verso chi non si è sentito più a casa sua ed ha lasciato il Pd.

«Renzi non si vuole candidare… Io credo che questa nuova stagione ha un senso se si cimenta una nuova classe politica che non è segnata da quanto è avvenuto fino adesso. Abbiamo un enorme problema di credibilità».

Provano l’affondo. A vedere quanto è largo il solco tra l’aspirante Segretario che non sparge veleni e quel suo predecessore dalla vena polemica tutta toscana con cui ha reso il Pd un cimitero di amicizie ed un semenzaio di inimicizie.

Gli credono se Renzi abbia un problema di credibilità. Zingaretti risponde: «Non lo dico io ma i cittadini della Repubblica Italiana. Non possiamo negare che negli ultimi 5 anni, al netto delle Europee, abbiamo visto il Pd perdere voti, e questo non inizia solo nell’ultima legislatura. Negli ultimi 10 anni: si partì nel 2008 con 12 milioni di voti, nel 2018 siamo a sei milioni. Per questo occorre cambiare, soprattutto chiamare al protagonismo una nuova generazione».

La sintesi che ne ricava Repubblica nel titolo è Pd, Zingaretti: “Renzi candidato? È poco credibile, lo dicono gli italiani”. Una chiave di lettura che il Governatore non riconosce. Il suo staff si precipita a dettare alle agenzie di stampa: “Nicola Zingaretti non ha mai pronunciato la frase ‘Renzi non è credibile’. Come si evince dalla registrazione della trasmissione su Sky ha solo risposto in maniera articolata ad una domanda della giornalista“.

Non è un Partito (solo) per vecchi

A Nicola Zingaretti viene mostrato un grafico in cui emerge che gran parte dell’elettorato Pd è costituito da persone anziane. «Se non cambiamo ora il rapporto con i giovani – spiega – cosa altro deve accadere? I Partiti che prendono più voti dai giovani sono quelli che li stanno pugnalando alle spalle. Nel Def non c’è traccia di investimenti sulla scuola, la formazione, le attività produttive».

L’economia è in picchiata. Le promesse fatte per mesi e strillate dai palchi durante la campagna elettorale ora si scontrano con la realtà dei numeri. «Questo Paese ha bisogno di una alternativa, e per farlo bisogna cambiare anche un gruppo dirigente che e’ segnato da questi anni. Credo che il cambiamento abbia bisogno di coerenze, e portare a livello nazionale esperienze amministrative di governo premiate dagli elettori sarebbe il primo elemento di discontinuità».

C’è un mondo fuori dal Pd

Ora Nicola Zingaretti punta a quel mondo che confina con il Pd. Non per assorbirlo e fagocitarlo. Ma per creare un’alleanza come quella che ha vinto le elezioni di marzo nel Lazio mentre in tutto il Paese il Pd si sgretolava.

«Io mi candidato a segretario del Pd ma guardo anche a un mondo che è fuori dal Pd e che voglio recuperare».

Il segnale verrà dato sabato e domenica a ‘Piazza Grande’: nella grande manifestazione che segnerà l’avvio della marcia di Zingaretti verso la guida del Pd  ci saranno tanti che non sono del Pd. «Voglio cominciare questo percorso insieme anche a chi è diverso da noi perché bisogna smetterla di pensare che tutto quello che non è Pd è un nemico. C’è una bellissima parola ‘alleati’. Insieme si può fare parte di un grande campo per l’alternativa».

E come si fa. «Si decide insieme, ci si ascolta e ci si confronta. Bisogna finirla di imporre le soluzioni agli altri».

Uno Stato più semplice e più efficiente

«Dobbiamo produrre una discontinuità netta, dobbiamo cambiare il Partito e le nostre politiche».

In che modo? Puntando su uno Stato più snello, con una burocrazia più efficiente. Un Paese nel quale le cose siano chiare. Dove non sia la furbizia a dominare. «Non c’è dubbio che tra le grandi questioni da affrontare c’è la semplificazione dello Stato. E mi permetto di dire che tra i grandi problemi sulla non semplificazione dello Stato è stata e non c’è dubbio l’avvio di una riforma poi bocciata del referendum che puntava alla semplificazione dello Stato. Ora non bisogna stare con le mani in mano. Se vogliamo rilanciare il Paese invece di mettere paura al mondo per ricostruire la fiducia bisogna aggredire i nodi strutturali e non c’è dubbio che una semplificazione della burocrazia va fatta».

È l’incertezza a rendere cialtrone e spaghettaro questo Paese. A farlo rappresentare come una macchietta della quale si ha poco rispetto.

La svolta che Zingaretti vuole imporre passa proprio per la certezza. Da assicurare a chi investe. «Gli imprenditori non investono in questo Paese perché c’è un costo dell’incertezza e io che faccio il presidente di regione lo so», ha aggiunto spiegando le difficoltà che incontrano gli imprenditori e i giovani in questo senso.

Il fuoco delle polemiche

Che Nicola Zingaretti sia diventato l’uomo da battere lo si capisce con chiarezza scorrendo le agenzie di stampa. Nonostante abbia detto con chiarezza che non ha dichiarato che Renzi sia un candidato poco credibile, il fuoco delle artiglierie di seconda fila renziana si apre sul Governatore.

Il deputato renziano Carmelo Miceli risponde giudicando «Triste che Nicola Zingaretti non abbia capito che i nostri militanti sono stanchi del fuoco amico. Dovrebbe lavorare per la resistenza civile, non attaccare un compagno di Partito».

Si accoda la parlamentare Raffaella Paita: «C’é un governo che fa acqua da tutte le parti, che rischia di trascinare il Paese verso il collasso economico, che fa vergognare l’Italia agli occhi del mondo, e Nicola Zingaretti non trova niente di meglio da fare che attaccare a freddo Matteo Renzi?»

Così come il senatore Salvatore Margiotta «È spiacevole che Nicola Zingaretti lanci la propria candidatura a segretario Pd».

È il vero segnale che il Governatore è l’uomo da battere.