I cafoni del volante (Il caffè di Monia)

Un caffè automobilistico. Contro i cafoni del volante. Che usano l'auto come estensione della loro cafonaggine. Un invito ad andare piano e godervi questo fine settimana.

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

La metamorfosi li colpisce una volta saliti a bordo. Non è chiaro se ad innescarla sia il contatto con il sedile in pelle o con il volante cucito a mano. Sui loro volti appaiono le righe dei tiranni e non importa che nella loro vita di tutti i giorni siano santi, anacoreti o missionari spersi a nutrire bambini in giungla. È così che da tranquilli padri di famiglia o premurose madri impegnate, si trasformano in ‘cafoni del volante‘.

In faccia, i cafoni col Suv, avranno sempre tatuata la montagna dall’alto della quale scrutano il mondo di noi mortali; invece i cafoni con la sportiva vedranno il petto gonfiarsi, il respiro farsi più corto, per fare spazio alla potenza dei loro cavalli vapore. Con i quali sfidare noi, gli educati del motore: perché non è il Suv o la Ferrari a fare il cafone ma il suo modo di concepire la vita, del quale l’auto è solo l’estensione cafonesca.

Io guido un’auto che Henry Ford mi comprerebbe per il suo angolo dei ricordi, bassa come gli istinti di uno stupratore e miserella come l’Albania degli anni ’90. Perciò quando una come me guidando incontra uno dei cafoni del volante , il duello non è atto possibile, ma fatto garantito. In nome e per conto di tutti gli educati del motore.

Il cafone del volante ha due codici in capoccia: quello della strada e quello del darwinismo da carrozzeria, per il quale se guidi un’auto grossa come un carro armato sovietico e che magari porta fieramente stampigliata sulla mascherina la stella a tre punte di Stoccarda ti scatta la sindrome dal marchese Del Grillo e scusate tanto ma “iosoio e voi nonsieteuncazzo“. 

Spesso dimentica che il bolide non lo ha sudato fino all’ultimo bullone; perché molte volte il cafone al volante siede su qualcosa che non ha faticato ad ottenere. È proprio questo a contribuire alla sua metamorfosi.

Così il cafone del volante scruta dall’alto il prossimo. Fossi pure Ghandi, in quel trappolone di sussiego e spocchia ci cadi a pie’ pari. E dov’è che il mostro a quattro ruote diventa più che mai tiranno? Dove se non nel luogo in cui tutta la bile di questo pazzo mondo va a spruzzarsi addosso agli stomaci malati di noi miserrime anime alla guida? Al semaforo. Tu arrivi, arrivi per prima non perché hai corso ma perché il Fato degli automobilisti ha voluto, bastardo, che proprio in quel momento tu fossi lì.

Tu lì e dietro di te il mostro ruggente che ti guata dallo specchietto come un T Rex di carbonio e caucciù. I secondi in cui il rosso campeggia, occhiuto a dirti che no, non devi ancora partire, diventano la sequenza che scandisce un duello di ingranaggi e sociologia. 

Davanti tu a dare piccole e timide accelerate per tenere in vita un motore assassinato da cento trilioni di chilometri e da tua madre che staccava la frizione all’altezza della rotula, dietro un Kraken da millemila cavalli che sgasa discreto ma in crescendo, così, giusto per farti capire che l’Apocalisse è proprio dietro di te. 

Non lo ha messo lo start and stop il bastardo, vuole giocare a chi ce l’ha più lungo e poco importa che io non ce l’abbia proprio, anzi, la cosa lo eccita ancora di più. 

Scatta il verde e succede l’ovvio, tutto in pochi secondi: io ingrano una prima asfittica che fa fare alla mia auto un penoso saltello in avanti di un metro e diciotto centimetri, il mostro dietro ha già telecomandato col pensiero una prima automatica buzzurra e aggressiva. Spizza quasi il didietro ammaccato del mio relitto, mi si affianca per un attimo mentre di fronte le altre auto arrivano, mi sorpassa con sdegno e suona. 

Pigia sul clacson come se lo avessi appena insultato a gesti col pugno stanco e cotto dallo sterzo gli avessi insultato la madre.

Nel nanosecondo in cui mi ha sorpassato ho sbirciato nell’abitacolo del nazi conducente: è uno che una volta sceso dalla macchina ti farebbe tenerezza, lo aiuteresti ad attraversare le strisce pedonali… un vecchietto con un cappellino da pesca rosso, un soldo di cacio vizzo e innocuo.

Probabilmente prega i santi, bacia e coccola i nipotini e cala briscole clamorose con gli amici al bar, quando non sta al volante. 

Perché quando sei cafone dentro e sali a bordo dell’auto, non sei tu che guidi. E’ l’auto che guida te e nelle auto grosse, di fianco a chi guida, ad ispirarne gesti e pensieri, c’è sempre e solo il maledetto Darwin.