La bontà di bimba morta in una gabbia per uccelli (Il caffè di Monia)

Da bambina raccolsi un uccellino caduto dal nido e divenne il mio compagno di giochi. A distanza di anni è accaduto lo stesso incontro e...

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Era il 1979, credo. Di sicuro mi ricordo che ancora giocavo nella mia realtà serena ed infinitamente spaziosa da bambina. Mi ricordo che trovai un cuccioletto di cardellino sfuggito dal nido. Era un mostriciattolo con gli occhi neri enormi, una rada peluria, delle alucce appena accennate e la pelle, traslucida, nella quale si vedeva pulsare il sangue ed il minuscolo cuore.

Avevo sette anni. Non avevo occhi per le diversità. Non sapevo nulla della durezza della natura, non avevo cognizione del futuro, vivevo in un continuo contingente e la scala dei valori morali si conformava secondo una geometria non euclidea. Così quell’uccello finì in una scatola per scarpe, nutrito con una pappina di molliche di pane, acqua e semini tritati, infilata nel beccuccio tramite una siringa di vetro di quelle che si usavano allora. Quelle che si conservavano con la garza in bollitori d’alluminio che somigliavano a gavette.

Le prime notti furono terribili. L’uccellino, nonostante le cure, pigolava continuamente e quando mio padre fece per disfarsene, io chiesi di tenerlo nella mia cameretta, con la porta chiusa. C’era spazio sufficiente per entrambi. L’uccellino si calmava solo quando lo tenevo nelle mie palme di bambina, calde, affettuose e delicate. Stranamente non morì.

Divenne sempre più robusto e domestico. Totalmente “incluso”. Circolava per casa saltellando ed accennando anche qualche volo. Per la sua sicurezza e su richiesta inderogabile di mia madre finì in gabbia, quelle minuscole da cardellini, ma rimase un uccello umanizzato fino alla sua tragica dipartita. Si poteva aprire la gabbia, prenderlo in mano e giocarci senza che accennasse la minima fuga. Anzi, sembrava che gli piacesse. Aveva anche un bel canto.

Poi, un brutto giorno, il chiodino che reggeva la gabbia cedette e l’uccello morì nella caduta. Gli furono riservate delle esequie con la tumulazione in un grosso vaso di fiori sul balcone. Recentemente, mia madre ha finito per disfarsi di quel vaso dal quale, svuotandolo della terra, sono usciti i poveri resti dell’uccellino che, per qualche tempo, era stato il mio compagno di giochi. Quel piccolo essere aveva anche un nome, ma non lo ricordo più e non aveva mai imparato a volare.

L’altra sera quando sono tornata a casa, ho trovato vicino al portone il piccioncino di un merlo. Anche lui caduto dal nido. Saltellava debolmente, probabilmente già consumato dalla fame che negli uccelli è molto più ferale che negli uomini. Aveva trovato rifugio nell’angolo tra due pareti e tremava debolmente, senza nemmeno pigolare.

Per un istante, uno solo, ho pensato alla scatola di scarpe, alle mie figlie con la siringa di plastica, al pigolio notturno, alle grandi orbite lungo le quali si avviano le occorrenze della vita, alla consapevolezza della fragilità ed all’ineluttabilità del destino. Così ho raccolto delicatamente il piccolo merlo sporcandomi delle sue feci bianchissime e l’ho portato via dall’angolo in cui si era chiuso. L’ho poggiato su un muretto, abbastanza lontano da quello che è il camminamento preferito dei gatti, e mi sono allontanata, senza mai girarmi.

Vorrei che questo racconto finisse con una morale, vorrei evocare la ferocia dell’indifferenza nella quale si è soffocata la pietà dell’altrui disgrazia, vorrei trovare una ragione qualsiasi per non pensare che la vita costantemente corrompe, caparbiamente degenera, lentamente inasprisce, ma non la trovo.

Cause nobili meritano un finale all’altezza. L’abuso dei buoni sentimenti li svaluta e li rende ridicoli estraendo la pietra nera che ciascuno di noi per sopravvivenza o per necessità, consapevolmente o meno, tiene nascosta nel cuore.