Il cambio d’insegna al Cassino Plant – via il biscione Alfa Romeo, spazio al tridente Maserati – diventa il simbolo di un settore in transizione. Mentre Federlazio lancia l’allarme sulla crisi dell’automotive nel Lazio, Exor rilancia con 4 miliardi di investimenti e la Fiom chiede garanzie per il futuro di Stellantis. Tra incertezze normative, cassa integrazione e sfide industriali, il destino della mobilità italiana si gioca tra Cassino, Bruxelles e Torino.
C’era una volta il logo dell’Alfa Romeo sullo stabilimento di Cassino, apparso come un fulmine rosso sotto il cielo grigio del comparto auto italiano. Correvano gli anni in cui Sergio Marchionne ancora stava sul ponte di comando a Torino e cercava di rendere produttivo un colosso industriale in agonia. La Fiat era Fiat e Stelvio era ancora solo il nome di un passo alpino e non un modello Suv sul quale lanciare il futuro industriale.
Quel logo — il biscione rampante — non era solo un segno di branding: era un’epifania industriale, un simbolo di fiducia, un “riposizionamento” come dicono i consulenti. Oggi quel biscione non c’è più. Al suo posto, il Tridente di Maserati ed è bastato questo per far sobbalzare la Ciociaria.
Fine dell’era Alfa a Cassino? No: qualcosa si muove

Niente fuga improvvisa. Il cambio d’insegna è un aggiornamento estetico, niente più. Il biscione resta a presidiare uno degli ingressi ma il Tridente compare con orgoglio sull’altro. I più ottimisti confidano in una imminente visita a Cassino Plant dell’uomo formatosi ai tempi di Marchionne e che oggi ne ha raccolto l’eredità Antonio Filosa. In genere quando viene il grande capo si tira tutto a lucido e si rinnovano le bandiere: a Cassino l’ultima volta non portò bene, il Ceo Carlos Tavares pare che avesse commentato “Questo non è un ospedale ma una fabbrica di automobili” face capire che bisognava tagliare ed i primi risparmi si fecero sulle pulizie. Ai tempi di Marchionne guai se i gabinetti erano meno puliti di quelli che gli operai avevano a casa.
Via il logo Alfa Romeo dall’ingresso operai ed al suo posto quello Maserati. Solo simboli. Sì ma i simboli contano. Dietro il restyling si cela un interrogativo scomodo: che ne sarà di Giulia e Stelvio, i due totem del rinascimento Alfista marchionniano? I timori sono di un possibile trasloco a Pomigliano: comprensibile, lì l’aria è rarefatta di ZES — Zone Economiche Speciali — e gonfia di incentivi.
L’allarme Federlazio

E mentre Cassino rifà il trucco, il sistema automotive italiano sembra perdere pezzi. Al tavolo regionale, Federlazio ha fatto suonare l’allarme: produzione in calo, competitività erosa, elettrico al palo. L’Italia segna un modesto 4,2% di immatricolazioni di EV nel 2024, contro una media UE del 13,6%. Il problema non è Cassino Plant, non è Stellantis, il vero dramma è europeo e sono degli obiettivi assurdi del Green Deal che si sono rivelati per quello che erano: irraggiungibili. Il terreno è scivoloso e la transizione ecologica si sta rivelando meno verde del previsto. L’Europa, schiacciata tra dazi, costi e rigidità normative, arranca mentre Cina e Stati Uniti corrono.
Domenico Beccidelli, presidente di Federlazio Frosinone, non le manda a dire: “La crisi è già qui. Il Lazio — e in particolare la provincia di Frosinone — la vivono in prima linea. Senza strumenti, risorse e visione, non si salva né l’industria né il tessuto sociale”. Il piano di Federlazio è chiaro: estensione dell’Area di Crisi Complessa, attivazione delle ZLS, decreti attuativi per le ZES e un grande piano di formazione per traghettare le competenze locali verso la mobilità sostenibile. Ma per ora — come spesso accade — i decreti sono ancora nei cassetti e il tempo stringe.

Domenico Beccidelli cambia lo spartito e suona una musica diversa. “Mezza provincia di Frosinone è ancora in Area di Crisi Complessa. Ritengo sia il caso di valutare la possibilità di inserire in quell’Area anche il Cassinate. Oggi l’Anagnino si è rivalutato e rilanciato mentre il Sud della provincia sta franando sotto il peso della crisi dell’Automotive. A noi, nel Nord del territorio, quella cura ha prodotto risultati. Credo che il professor Raffaele Trequattrini, commissario del Consorzio Industriale, abbia gli strumenti e le competenze per valutare anche questa via”.
La buona notizia? La porta John Elkann
Finalmente c’è una buona notizia. E la porta l’uomo che ha messo la faccia con i mercati nel momento in cui Tavares è stato congedato. È il nipote di Gianni Agnelli e si chiama John Elkann. La notizia è che Exor, la holding della famiglia Agnelli, ha 4 miliardi di euro in cassa e un portafoglio alleggerito ma rafforzato.

L’operazione su Ferrari — venduta in parte per monetizzare 3 miliardi con un ritorno undici volte superiore all’investimento — non è un addio ma una scommessa sul futuro elettrico del Cavallino. E mentre Exor rafforza la presa su Philips, accompagna CNH verso il 2030, porta VIA in Borsa e incoraggia Tata Motors con Iveco, l’Italia aspetta.
A Torino, Michele De Palma (Fiom) chiede alla premier Giorgia Meloni e al nuovo AD di Stellantis, Antonio Filosa, di garantire una strategia nazionale per l’auto. Vuole un Paese che faccia sistema, che non lasci soli i lavoratori davanti alla transizione. Perché i loghi si cambiano, ma le crisi non si cancellano con un colpo di pennello.
Il punto?

Cassino non è solo una fabbrica. È un termometro. E il mercurio, oggi, segna febbre. Ma il paziente è vivo ed è vigile. Resiste, contrariamente a quanto molti prevedevano. Debole ma resiste. Tigna ciociara. Le insegne si rinnovano ma se sotto il metallo non c’è un piano industriale chiaro, nessuna placca può mascherare la crisi. L’Italia, e il Lazio in particolare, non possono più permettersi di inseguire. Servono risposte, risorse e — finalmente — una visione. (Leggi qui: Il tavolo che zoppica sull’Automotive. E leggi anche: Cassino, il bivio dell’Automotive: Panda in Algeria, premium in bilico).
Non è solo una questione di auto. È una questione di futuro.



