Il 2026 si apre con una fase di transizione delicata per il sistema produttivo del Lazio meridionale. La fine del PNRR, i costi energetici, la crisi dell’automotive e la necessità di ripensare modelli di sviluppo impongono scelte rapide e coordinate. Domenico Beccidelli (Federlazio): "Occorre una nuova visione”
Il Lazio Meridionale è davanti a un passaggio decisivo. La fine imminente del PNRR, l’aumento strutturale dei costi di produzione, la crisi dell’automotive e la trasformazione dei modelli industriali impongono un salto di qualità che non può più essere rinviato. Per Domenico Beccidelli, presidente di Federlazio Frosinone, la vera partita non è difensiva, ma evolutiva: trasformare le fragilità in maturità industriale.
«Il 2025 per Federlazio è stato un anno molto operativo – spiega –. Oggi siamo presenti in tutti i tavoli regionali e istituzionali che contano. Questo ci consente di portare con continuità le istanze delle imprese del territorio, non in modo episodico ma strutturato».
Rappresentanza e visione

Il nodo centrale però non è solo la rappresentanza. È la visione. «Quando parliamo di aspettative per il nuovo anno, il fulcro è capire se il nostro sistema territoriale saprà davvero trasformare le pressioni che subisce in una nuova fase di maturità industriale. Non basta resistere: bisogna aumentare la capacità di competere». È un ragionamento che non sta in difesa ma è proiettato all’attacco: per Beccidelli non basta limare e contenere i costi, bisogna sviluppare prodotti e migliorare la qualità.
Un tema chiave è la fine della spinta straordinaria del PNRR. «La conclusione del Piano è ormai imminente e la manovra finanziaria non sembra ancora pienamente tarata su questo scenario. Il rischio è scoprire troppo tardi che quella stagione non tornerà».

L’anno che si è appena chiuso ha messo il mondo di fronte allo specchio: il tessuto industriale della provincia di Frosinone ha scoperto all’improvviso di essere in competizione con almeno mezza dozzina di altre aree industriali italiane. Oggi la geografia non basta più: non è sufficiente stare a metà strada tra Roma e Napoli ed a due passi dall’autostrada. Sottolinea Beccidelli, la competitività dei territori è misurata in modo sempre più netto. «Attrattività, infrastrutture, qualità dei servizi, capitale umano, capacità di fare rete. Su questi indicatori si gioca il rating di un territorio. Per migliorarlo serve un sistema realmente virtuoso».
Le criticità storiche
Ed è proprio qui che emergono le criticità storiche. A quelle ereditate dagli Anni 70 ed Anni 90 ora si aggiungo quelle nuove. «Il dialogo tra imprese, istituzioni, politica, scuola, università e finanza è ancora troppo frammentato. Entro il 2027 dobbiamo fare un salto di qualità: misurare, pianificare insieme e agire in modo coordinato. Altrimenti resteremo un insieme di buone intenzioni».

Per Beccidelli serve un coordinamento tra le province di Frosinone e Latina: «Sulla Zes, a lungo ognuna ha giocato una partita individuale mentre questo è un gioco di squadra. Non dobbiamo commettere lo stesso errore nella partita per la stazione Tav in provincia di Frosinone. Abbiamo bisogno di infrastrutture specializzate nell’energia: questo territorio non può continuare a dipendere dalle forniture degli altri».
Il comparto manifatturiero resta il perno dell’economia provinciale, ma non senza problemi. «In termini di produttività totale dei fattori non abbiamo ancora recuperato i livelli di marginalità del 2008, mentre altri Paesi europei sì. Molte aziende registrano fatturati record, ma con margini compressi dai costi dell’energia e delle materie prime».
La forbice si allarga

La forbice tra grandi gruppi e piccole imprese si allarga. «Le multinazionali hanno leve finanziarie e organizzative maggiori. Le Pmi, invece, faticano a investire in ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica, digitalizzazione e intelligenza artificiale».
Il capitolo automotive è emblematico. «Alcuni spiragli sulla neutralità tecnologica si sono aperti a livello europeo, ma i nostri costi di produzione restano elevati rispetto alla media UE. La riconversione non va letta come una sostituzione secca di settori: significa valorizzare il capitale umano in esubero e accompagnarlo verso comparti emergenti».
Un passaggio che richiede formazione strutturata. «Il mismatch tra domanda e offerta di profili specializzati resta critico. Investire in competenze è l’unico modo per proteggere l’occupazione e rafforzare l’ecosistema industriale».
Segnali incoraggianti

Eppure, accanto alle difficoltà, ci sono segnali incoraggianti. «La provincia di Frosinone è la prima nel Lazio per crescita dell’export ed è terza in Italia con oltre 1,7 miliardi nei primi nove mesi del 2025, trainata dal farmaceutico. Questo dimostra che la competitività esiste e che le condizioni di base sono giuste».
Per Beccidelli le priorità sono chiare e non negoziabili: «Energia a costi sostenibili in linea con l’Europa, sburocratizzazione reale, infrastrutture – la TAV è strategica – alleanze territoriali stabili e valorizzazione del capitale umano».
La linea di Federlazio è già tracciata. «Continueremo a stimolare questo cambio di passo, perché il nostro territorio possa massimizzare le performance e competere a livelli elevati già dal 2026».
L’augurio finale non è rituale. «Alla provincia di Frosinone auguro un vero ricomincio produttivo. Non annunciato, ma misurabile. È un territorio con una storia industriale importante e merita di tornare protagonista».



