I fondi della Regione per pagare multe, regali e ristoranti

ANDREA OSSINO per IL TEMPO

Consulenze a sei zeri. Contributi destinati ad associazioni che non avevano neanche uno statuto. Bandi pubblici bloccati, con i relativi stanziamenti che finiscono nelle casse di associazioni create ad hoc. E poi ci sono le multe, gli alberghi, i ristoranti e i cesti natalizi pagati attraverso i fondi economali, quelli destinati alle spese straordinarie. Benvenuti alla Regione Lazio, dove il secondo capitolo dell’inchiesta relativa alle «spese pazze» alza il sipario dietro al quale, tra il 2010 e il 2013, sarebbe andato in scena il «sistema». Lo stesso «sistema Lazio» narrato da Franco Fiorito. Un racconto, quello dell’ex capogruppo regionale del Pdl travolto dalle indagini, che ha parzialmente trovato e continua a trovare riscontro nelle indagini condotte dalla Guardia di finanza di Rieti e nelle relazioni della Corte dei conti. Inchieste che svelano come in via della Pisana, grazie ad alcune variazioni di bilancio, circa 4 milioni e mezzo di euro di fondi pubblici, verrebbero sperperati proprio quando i servizi come la scuola o la sanità sono al collasso. I baschi verdi hanno indagato per oltre un anno e alla fine hanno depositato una corposa informativa che attualmente è sul tavolo del procuratore capo di Rieti, ma non è escluso che l’indagine venga spostata a Roma, per competenza territoriale. Nel documento la Gdf pone all’attenzione della Procura le posizioni di 38 persone. E sebbene non siano ancora iscritte sul registro degli indagati, i militari ipotizzano reati ben precisi, al vaglio della procura: truffa, peculato, abuso d’ufficio e illecito finanziamento. Si tratta di politici, funzionari, dipendenti e consulenti. Nell’informativa compaiono i nomi dei sei componenti dell’ufficio di presidenza della giunta Polverini: l’ex presidente Mario Abbruzzese (Pdl), Raffaele D’Ambrosio (Udc), Isabella Rauti (Pdl), i consiglieri Claudio Bucci e Gianfranco Gatti, il segretario generale Nazzareno Cecinelli. Tra i pubblici funzionari, pure Vincenzo I., Antonio C., Lidia N., Andrea C., Marzia M. e Antonella R.. Anche questi ultimi al momento non sono state iscritti sul «modello 21». Diverse le modalità attraverso le quali il denaro sarebbe stato elargito.

UN AFFARE DA UN MILIONE
Il primo metodo è relativo alle consulenze ed era stato già rivelato dalla Sezione di Controllo della Corte dei Conti, nel 2012, durante l’annuale verifica di Bilancio. «In realtà – scriveva la Sezione di Controllo – ai sempre crescenti vincoli adottati dal Legislatore in materia di assunzioni di personale (…) le amministrazioni hanno, in genere, risposto (…) mediante il ricorso alle collaborazioni e alle consulenze in maniera generalizzata, anche per lo svolgimento di funzioni ordinarie e non temporanee. La normativa vincolistica in materia di spesa del personale ha così generato un «effetto di ritorno non virtuoso», in termini di «aumento di spesa per le collaborazioni esterne». Ancora «le relative Direzioni regionali non hanno contezza diretta degli incarichi consulenziali dalle stesse affidati, della somma impegnata, dei nominativi dei consulenti incaricati, degli oggetti degli incarichi». Non c’è da meravigliarsi, dunque, se le consulenze che i finanzieri adesso ritengono essere state elargite in maniera anomala ammontano a oltre un milione di euro. Sono 24 infatti quelle contestate, spesso affidate ad amici o a persone vicine ai partiti. E tra queste ce ne sono alcune che sono state pagate anche 83mila euro nonostante si sospetta fossero prive di utilità, copiate da Internet o da tesi di laurea. Come la relazione corrispondente alla tesi di laurea «Attuazione del diritto comunitario attraverso la legislazione regionale», scritta nel 2007 da uno studente della Federico II di Napoli, o la «Relazione sul sistema dei controlli delle Regioni e degli Enti locali» identica al documento del centro Studi Emilia Romagna: «Il sistema dei controlli regionali». Oltre ai lavori copiati ve ne sono alcuni identici. Per ottenere il rinnovo della consulenza infatti sarebbe bastato presentare il primo elaborato con qualche piccolo approfondimento. In altri casi invece il fascicolo stesso risulterebbe privo della relazione.

BANDI BLOCCATI E CONTRIBUTI
Tra le migliaia di associazioni che lavorano con la regione Lazio, i contributi versati a circa 200 enti, il 100% del campione analizzato, risulta essere «sospetto» in quanto o le associazioni non avevano uno statuto, o non avevano neanche richiesto i fondi. Inoltre, nel 2011, viene bloccato il bando che avrebbe dovuto stanziare contributi per iniziative in campo culturale, sociale e dello sviluppo territoriale. L’affare non è da poco: 3 milioni di euro elargiti senza fatture, senza che qualcuno controllasse le spese o nonostante il veto dell’ufficio di controllo regionale. La sospensione del bando infatti portò all’assegnazione dei fondi direttamente presso l’Ufficio di Presidenza. Così a godere del denaro furono sempre le stesse associazioni, strutture vicine all’ufficio di presidenza, ai politici, create ad hoc una settimana prima di ricevere fondi. C’è anche il caso di un’associazione che avrebbe speso una minima parte del finanziamento prima di consegnarlo al partito, Rifondazione Comunista.

FONDI ECONOMALI
Multe, ristoranti, alberghi e cesti natalizi. Così sarebbe stato speso il fondo economale. Il denaro destinato alle spese straordinarie e urgenti, 300 mila euro, era finito infatti prima ancora che venisse fatta richiesta di un nuovo credito. Tra un albergo a Rimini e un cesto di salumi e salsicce. In tutti i casi, secondo gli investigatori, il trucco era sempre lo stesso: sovrastimare le spese preventive per poi effettuare variazioni di bilancio, frazionando le somme in altri capitoli di spesa.

 

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