Il voto su Acea è una lavata di faccia del Pd davanti agli elettori

STEFANO DI SCANNO per L’INCHIESTA QUOTIDIANO

Battutisti a parte, c’è poco da ridere dopo l’adunata di sindaci sulla risoluzione contrattuale nei confronti di Acea.

Il valore della votazione coincide, guarda caso, con gli intenti del Pd per salvare la faccia davanti agli elettori e sfangarla fino a giugno: è squisitamente politico e sarebbe quindi illusorio aspettarsi ricadute tangibili. Insomma, se i signori di Acea ostentano tranquillità non è un caso. Tanto nessuno continuerà a chiedere conto ed andrà a vedere il perché di costi così elevati da trasformarsi in vessazioni per le famiglie. Tutti continueranno tranquillamente a far finta che non esista la necessità di mettere in piedi un sistema di distribuzione gratuita per gli ultimi, costringendo gestore e comuni a farsi carico della norma di civiltà che vieta di staccare la fornitura a chi tenta solo di sopravvivere. Nessuno contesterà in tempo reale mancati investimenti, interruzioni del flusso idrico e disfunzioni che trascinano la provincia di Frosinone in fondo alla classifica nazionale dei territori con reti colabrodo.

La cuccagna continuerà con introiti di centinaia di milioni di euro, incrementi tariffari e conguagli ma l’avviso recapitato a Mamalchi e colleghi non può essere liquidato o nascosto dietro una campagna pubblicitaria o confuso fra le polemiche più o meno artatamente montate. Innanzitutto perché i vertici di Acea devono pur prendere in considerazione regole minime di relazioni pubbliche. Vale a dire la necessità di ricostruire una reputazione accettabile per una società invisa in provincia di Frosinone, al punto di aver costretto i primi cittadini a votare tutti per la risoluzione. In secondo luogo, è vero che le tendenze normative nazionali (non meno di quelle regionali – a proposito… l’assessore Refrigeri non aveva annunciato la definizione degli ambiti idrici entro febbraio? -) giocano a favore del grande monopolista romano, ma non si può gestire un bene comune a dispetto dei cittadini. E la folla davanti al palazzo della Provincia è destinata solamente a crescere sia per numero che per esasperazione di animi.

Il gestore idrico ignora che, per missione oltre che per educazione, dovrebbe puntare a relazionarsi positivamente con i propri utenti? Sicuramente la svolta non avviene anche e soprattutto per responsabilità dei sindaci e della segreteria tecnico operativa che, durante l’assemblea di giovedì, hanno mostrato approssimazione e lacune inconcepibili. Non c’è stata preparazione all’appuntamento pur considerato di rilievo assoluto e la delibera votata è – come sostenuto correttamente dal sindaco Salvati – un documento lacunoso che si presta a contestazioni fin troppo prevedibili. L’atteggiamento mostrato dai sindaci in gran parte è stato quello di liberarsi di un fardello, dando in pasto ai cittadini quel che chiedono da anni. Emblematiche le parole del primo cittadino di Cassino che, durante la consulta, ha dichiarato che avrebbe sostenuto la risoluzione contrattuale per inadempienza, solo perché si sarebbe “rotto il …” (testuale) di ascoltare le lamentele per il servizio Acea. Ora va spiegato al nostro amministratore che la battaglia affrontata dai Comitati non è per togliere seccature all’avvocato Petrarcone, nella qualità di eletto, ed ai suoi colleghi, ma per riottenere la gestione pubblica del servizio idrico. Tanto per chiarezza.

Ma con un atteggiamento simile non c’è speranza in un approccio determinato e rigoroso (con tanto di pezze d’appoggio, come erano quelle contenute nel deliberato del sindaco di Ceccano, Caligiore) di fronte al problema. Ad aver la meglio è il caos aizzato da qualcuno a proposito: del resto il Consiglio comunale di Cassino ha deliberato l’uscita dall’Ato 5 proprio mentre l’amministrazione provvede a perfezionale il trasferimento dell’acquedotto comunale all’Acea, adempiendo alla sentenza del giudice amministrativo. Pompeo e la Sto cercano di far passare anche di fronte all’assemblea dei sindaci l’adeguamento tariffario, con conguaglio da 53 milioni a favore della multiutility, e al contempo sostengono a chiacchiere l’urgenza di voltare pagina.

Una classe dirigente inadeguata – quella della prima repubblica – ci ha lasciato in eredità i 60 milioni di debiti del Consorzio degli Aurunci (di cui leggerete su queste pagine più avanti) – una classe dirigente incompetente e superficiale ci sta facendo dissanguare da un privato che non conosce limiti all’esosità. L’avvio della risoluzione è solo una sveglia per tutti, che per la verità Antonellis da solo va suonando almeno dal 2009: perché Acea deve capire che qui, in giro – tra mancati investimenti, costi delle tariffe tutti da spiegare, fatturazioni a fronte di consumi da dimostrare, interruzioni e connessi – il grande moroso potrebbe essere uno solo.

Ma sulla consistenza delle cifre da restituire alla collettività si aspetta che giunga un calcolo puntuale. Da parte della Finanza.

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