D’Alessandro si insedia ma non porta una stagione di grandi speranze

[dfads params=’groups=105&limit=1&orderby=random&return_javascript=1′]

 
Stefano Di Scanno
di STEFANO DI SCANNO
Direttore de L’inchiesta Quotidiano

 

L’ultima volta che dalle colonne de L’inchiesta Quotidiano invitammo un sindaco di Cassino a scrivere una bella storia, per la città non è andata proprio come si sperava. Per cui, stavolta, dal nuovo primo cittadino Carlo Maria D’Alessandro meglio che non ci si aspetti la trama giusta, capace di far riprendere quota al racconto della nostra terra. Ci si accontenti che alle sue parole seguano i fatti.

In fin dei conti la logica richiede solamente la coerenza. E di coerenza ce n’è stata poca in tutti gli attori della pessima campagna elettorale che ci lasciamo alle spalle. Buon ultimo il consigliere regionale Marino Fardelli che si erge a paladino del Pd senza farne parte fino a tutto il ballottaggio (la tessera l’ha presa on line, preannunciandola telefonicamente al segretario provinciale, martedì 21 giugno, complimenti e auguri) e comunque restando nel suo monogruppo consiliare alla Pisana (speriamo che qualcuno glielo sciolga adesso) che costa a noi contribuenti 185mila euro che finiscono direttamente nelle tasche del sedicente esponente del centrosinistra cassinate e si sommano al resto del lauto stipendio.

Lui, Mauro Buschini, Mario Abbruzzese e compagnia, sono stipendiati dai poveri contribuenti che in massima parte, s’è visto dalle urne, vorrebbero riaccompagnarli benevolmente ai loro lavori e alle loro premure casalinghe. Perché al successo di Raggi e Appendino ne seguiranno altri (non necessariamente dei Cinquestelle) con persone capaci di guardare alle necessità primarie, dall’acqua per tutti al sostegno per chi resta senza lavoro e senza reddito, dalla sanità salvavita che non escluda né cittadini né aree territoriali, al welfare capace di accudire i più deboli.

L’avviso di sfratto è arrivato direttamente al presidente Nicola Zingaretti che, comunque, cadrà in piedi con qualche posto da parlamentare, una volta sistemata la sua nuova corrente all’interno del Pd. Ha rifiutato il posto offertogli da Matteo Renzi nel direttorio nazionale ma questo non toglie che intende giocarsi la partita tra le macerie lasciate da rottamati e rottamatori vari.

A quel punto, grazie al superiore interesse nazionale, l’avrà scampata anche dai disoccupati dell’area di crisi Frosinone – Anagni: alle 352 famiglie senza reddito da metà giugno se ne aggiungeranno altre 500 entro la fine del 2016 a cominciare da ex Ilva, Marangoni e di altre realtà minori.

I chissenefrega del Pd locale e regionale al reddito di dignità lanciato da queste colonne lasceranno il segno. Sempre nelle urne.

Tornando a Cassino, la cacciata scostumata dal comitato Petrarcone di Francesco Scalia e Antonio Pompeo – in città entrambi sono stati invitati ed esibiti in più circostanze -, la dice lunga sulle contraddizioni di una politica locale frastagliata, tendenzialmente eccentrica e con esponenti spesso fuori controllo. L’aggregazione multicolore attorno al sindaco, la rivalità con Francesco Mosillo, l’imprenditore in rapida ascesa con l’ambizione di arrivare in un lampo in Piazza De Gasperi, la solita squadra abbruzzesiana che stavolta imbrocca il candidato giusto, i veleni senza fine alimentati 24 ore su 24 da Facebook, le contrapposizioni come sempre legate agli interessi dei leader del Pd provinciale, hanno occultato il tema vero della contesa. Il presente ed il futuro di Cassino, anche alla luce degli scarsi risultati delle ultime legislature, di centrodestra prima e di centrosinistra da ultimo.

Non è un vaffa al presidente della Provincia che restituisce forza e dignità ad una città il cui patrimonio anche ideale è stato svilito dai profittatori di ogni risma e, prima di tutto, dalla schiera di quelli che non han mai sudato e lavorato nella loro vita, restando sempre a spese dell’Erario. Purtroppo non si tratta di eccezioni.

Le urne dimostrano che una parte non residuale della comunità cassinate crede nelle furbe connessioni di parentele e amicizie, al di là e ben al di sopra di programmi, idee e schieramenti, nella clientela che va dagli esami universitari al rilascio dell’ultimo dei certificati, per non parlare delle promesse di lavoro. Vuol dire che i movimenti di voti si riducono a ristori per piaceri fatti o in arrivo e, in un simile scenario, le analisi politiche lasciano il tempo che trovano, un po’ come i problemi che indolentemente tutti fanno finta di non vedere da anni.

D’Alessandro non ha le sembianze del ricostruttore ed oltretutto porta con sé una compagnia su cui è lecito nutrire dubbi senza alcuna certezza. La prova dei fatti sarà senza sconti, a partire dalla vicenda Acea, per proseguire col famoso milione in bilancio per gli ultimi, con l’operazione trasparenza sui conti comunali e con la promessa del nuovo Palasport.

Ma nel frattempo ci sono già state le tensioni ai servizi sociali, che mostrano potenziali spinte voraci e quindi andrà misurato anche la capacità del primo cittadino di frenare appetiti e assalti vari agli uffici da parte di chi è in plateale conflitto d’interessi. Meglio che D’Alessandro si attenga alle poche cose dette che vanno attuate. Anche se Cassino ha bisogno di altro: di guardare oltre i propri confini, di nuove politiche di sviluppo infrastrutturale e industriale, di progettare una sanità capace di smarcarsi dalla marginalità ammazza-pazienti, di riorganizzazione servizi partendo da una programmazione intercomunale e possibilmente di area vasta.

La visione di un ruolo che torni ad essere di guida per una porzione strategica d’Italia centrale. Ma per questo compito c’è bisogno di gente capace di far meravigliare i propri concittadini. Roba improponibile specialmente dopo – ha fotografato Pellecchia – un “ballottaggio fra varie tonalità di grigio”.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright