L’ultima lettera di Umberto: «Grazie di tutto»

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Prima di andare via, Umberto Celani, fondatore e direttore dei principali quotidiani locali Ciociaria Oggi e La Provincia, aveva scritto una lettera disponendo che venisse pubblicata il giorno dopo la sua morte. E’ in edicola oggi, giorno dei suoi funerali, che si terranno alle 11.30 a Frosinone presso la Chiesa della Sacra Famiglia.

di UMBERTO CELANI
Grazie di tutto. A voi amici lettori per quasi cinquant’anni di sopportazione delle mie cronache, dei miei sfoghi domenicali e delle malinconie che vi ho trasmesso. Soprattutto delle delusioni per avere abbaiato alla luna senza riuscire mai ad arrivare in Paradiso proprio come i ragli dell’asino. Chissà se ci riesco ora.

Grazie anche a voi colleghi di ieri e di oggi dai miei inizi alle mie direzioni. E’ stato un onore ed un piacere navigare con voi, condividere quotidianamente questa professione faticosa che ti assorbe totalmente, smentendo la fatidica battuta “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”.

Grazie anche ai miei editori che ricordo con affetto. In particolare a Giuseppe Ciarrapico che ha creduto per primo, forse intuendole, nelle mie capacità e ad Arnaldo Zeppieri che ha reso possibile la mia rivincita professionale.

Grazie anche ai miei nemici, ma che dico?, ai miei avversari con i quali mi sono sempre confrontato lealmente imponendo, spesso, la mia cultura del lavoro ed in ogni momento coerenza, onestà intellettuale e rispetto. Li saluto tutti cordialmente.

Nemici? Non credo di averne non conoscendo il sentimento dell’odio, forse un tale che ad un certo punto della mia vita si è messo ‘di mezzo’ fino a frantumarmi il cuore che, si sa, non è possibile ingessare. Una… Mosca, meglio dire un vezzeggiativo di moscato, che ha distrutto alcune mie certezze, lasciandomi una ferita mai rimarginata ed una sofferenza costante che mi ha allontanato spiritualmente dalla persona che si è lasciata abbindolare.

Non dico grazie ai miei pochi amici veri, non si usa. Ma li lascio con tanto affetto e rimpianto per averli sacrificati spesso al mio lavoro, cosa che del resto ho fatto con la famiglia. Sono con me, erano dentro di me, ora stanno spingendo la mia anima, spero verso la Luce.

I miei sogni? Per buona parte realizzati. Nella professione di sicuro, pur con il cruccio di non aver visto sulla testata di questo giornale “fondato da Umberto Celani”. Fa niente, ma andrebbe bene anche il riconoscimento postumo. Non per me, ma per coloro che (pochi o tanti non lo so) mi considerano ‘caro’ e che ne trarrebbero gioia e consolazione.

Lascio la vita terrena, purtroppo, con una incompiuta. Mio figlio Umberto ancora troppo giovane che ‘consegno’ alla mamma che mi è stata teneramente accanto soprattutto nel momento del dolore e della disperazione. Senza farmelo mai pesare. Un bacio e ricordati che ti affido un patrimonio, sì, Umberto. Attenta a non deviarlo, ma aiutalo a crescere all’interno di quei consigli che ho dato sia a lui che a te. Per quanto sarà possibile mi auguro di poterlo seguire dall’alto e di potergli far sentire, ogni tanto, il mio alito. A te, Tiziana, dico che ti ho amato e ti amo da… morire. Lo faccio pubblicamente sciogliendoti da ogni impegno con me. Anima e coscienza tua!

Le mie figlie, Alessandra, Daniela e Valentina. Le mie nipoti ed i miei nipoti: che il Padreterno vi sia sempre accanto e se mi sarà concesso ci metterò anche del mio per proteggervi.

Il resto? E’ la società, è la vita, è tutto ciò che non è più niente per me e vi dico che potermi allontanare dall’ipocrisia terrena alla fine è, tutto sommato, una consolazione in questo ultimo viaggio. E, infatti, oggi proprio per andarmene in serenità con me stesso vi prego di lasciare stare i fiori, è sufficiente una rosa. Un’unica rosa sulla bara. Né ipocriti né lacrime, vi prego. Vi detto anche l’epitaffio per evitare di rotolarmi nella tomba al passaggio dei frequentatori del cimitero. Sulla lapide mi appagherebbe la scritta: “So che queste lacrime non ti riporteranno in vita, perciò io piango”.

Ho deciso di lasciare questo mio saluto postumo in uno degli ultimi risvegli a Sabaudia dove, spesso, sono riuscito ad estraniarmi da ciò che mi circondava ed a purificarmi da tutto. Ero sveglio, seduto davanti casa, il sole non era ancora riuscito a bucare il buio per irradiarmi con i suoi raggi, ma intorno la pace era celestiale. Un momento magico per riflettere e per rileggersi. Malinconico! Ad un tratto quel silenzio, quasi innaturale, è stato squarciato dal lungo lamento di una civetta e poco dopo dal canto di un gallo. La civetta ed il gallo. La prima da sempre è considerata presagio di sventura, simbolo di morte. Il secondo è vero che segnala il risveglio, quindi la vita, ma è anche sinonimo di tradimento. Ed ecco perché, quella mattina a Sabaudia, in attesa dell’alba, ho avuto i miei presagi ed ho pensato di scrivermi il ‘coccodrillo’.

Agli ipocriti chiedo di non intervenire, il lor commiato non mi interessa. Ad Arnaldo Zeppieri chiedo di mantenere l’impegno assunto. Lui sa di cosa si tratta. E’, però, tempo che la smetta e mi rimetta alla clemenza del Padre Eterno nella cui infinita bontà confido.

E’ anche tempo dei saluti ed eccovi il mio arrivederci al giorno della resurrezione dei morti secondo l’Antico patto. Vengo. Gianlù sto arrivando, trovami un po’ di spazio sulla panchina. I giornali li porto io.

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