Troppo moderno, bocciato il progetto della ex Marazzi

PIERFEDERICO PERNARELLA
IL MESSAGGERO ED.FROSINONE

Un progetto industriale innovativo, a tal punto innovativo da essere bocciato perché in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento in poter fare rientrare la star-up. Hanno il sapore amaro, amarissimo della beffa le motivazioni con cui la Regione Lazio, chiamata ad esprimersi sulla valutazione d’impatto ambientale, ha “bocciato” il progetto della “Saxa Gres”, società italo-inglese che intendeva riattivare lo stabilimento dell’ex Marazzi di Anagni per realizzare un impianto per produrre ceramiche con le ceneri dei termovalorizzatori.

La procedura per riattivazione dell’impianto, dopo il fallimento dell’Area Industria Ceramiche, era costata un confronto lungo e complesso con il tribunale, ma anche questo ostacolo era stato superato. Anche le risorse finanziarie erano state trovate, attraverso un sistema, anche questo innovativo. Tra acquisizioni e investimenti produttivi era previsto uno stanziamento di oltre 15 milioni di euro. La “Saxa Gres” è una società per azioni partecipata al 100 per cento da una holding inglese di proprietà dell’imprenditore banchiere Daniele Bartoccioni Menconi, già dirigente di JP Morgan e Merrill Lynch. E per raccogliere fondi necessari a portare avanti l’investimento “Saxa Gres” aveva emesso minibond quotati in borsa ed acquistati da investitori istituzionali inglesi, americani, ma anche da professionisti ed imprenditori italiani.

Insomma, tutto sembrava andare per il verso giusto. Mancava soltanto l’ok della Regione Lazio. Che non è arrivato. La ragione è la seguente: «L’attività di recupero nelle forme proposte, preso atto delle caratteristiche positive comunque insite nella proposta progettuale va-lutata e sopra richiamate, allo stato attuale non può essere realizzata secondo la vigente normativa di riferimento, in quanto l’utilizzo delle ceneri non pericolose è previsto solo nell’ambito produttivo dei cementifici mentre per le ceneri di natura pericolosa non esiste alcuna specifica norma».

Quindi, si legge ancora nel provvedimento della Regione, «in attesa di criteri da adottarsi in sede comunitaria ovvero attraverso decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, l’attività di recupero delle ceneri da termovalorizzatore nelle modalità proposte può essere consentita solo nell’ambito degli impianti di sperimentazione e ricerca». Per cui «la valutazione non può avere ulteriore corso ».

In altre parole la normativa (ancora ferma al 1998) prevede il riutilizzo delle ceneri dei termovalorizzatori soltanto nei cementifici. Unica eccezione viene riservata ai centri di ricerca. Per i progetti industriali, invece, il Ministero dell’Ambiente dovrebbe in sede di Unione Europea. Se e quando questo accadrà, si tratta comunque di tempi molto lunghi. Dunque, per farla breve, l’investimento della “Saxa Gres” nel distretto industriale di Anagni può attendere. Possono attendere anche i 94 lavoratori dell’Area Industria Ceramiche rimasti a casa dopo il fallimento dell’azienda. Per loro il progetto delle ceramiche realizzate con le ceneri dei termovalorizzatori era l’ultima spiaggia per tornare in fabbrica.

La vicenda lascia perplessi anche perché l’iniziativa della “Saxa Gres” poteva rappresentare anche una soluzione, industriale, al problema del riutilizzo delle scorie post combustione dei termovalorizzatori. In caso di mancato riutilizzo, finiscono in discarica. Una questione enorme sotto il profilo ambientale. La provincia di Frosinone aveva il suo perché strategico: vicino ad Anagni c’è l’inceneritore di Colleferro, c’è poi l’impianto di San Vittore del Lazio, che avrebbe dovuto essere il principale fornitore di ceneri. In gergo tecnico questo tipo di produzioni, che prevedono il riutilizzo di materiale di scarto, si chiama “circular economy”, ma in provincia di Frosinone, in Italia, è ancora fanta-industria.

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