Monsignor Paglia, Pannella e la croce di Romero

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Monsignor Vincenzo Paglia è il vescovo di Terni e l’ascoltatissimo presidente del Pontificio Collegio per la Famiglia. Soprattutto è di Boville Ernica. È’ stato tra gli ultimi ad incontrare Marco Pannella e forse ad indicargli una prospettiva per l’anima una volta arrivato nell’aldilà. Lo racconta il settimanale Famiglia Cristiana.

FRANCESCO ANFOSSI per FAMIGLIA CRISTIANA

«Ho preso in mano la croce che portava monsignor Romero, e non riesco staccarmene”.
Così Marco Pannella si è congedato da Papa Francesco nell’ultima lettera recapitatagli dal suo amico monsignor Vincenzo Paglia. Quella croce dorata, adornata da cinque smeraldi di un verde intensissimo, è tornata al petto dell’arcivescovo. “Ho quasi il rimorso di essermela ripresa. Ma la compagna di Marco mi ha detto che la sentiva ancora addosso, anche nei giorni seguenti”. Monsignor Paglia ripercorre ancora una volta quei momenti, la visita nell’appartamento di Pannella, lo sguardo sofferente, l’abbraccio tra i due. “Quando ha visto la mia croce”, ricorda l’arcivescovo, “mi ha chiesto da dove veniva. Ho spiegato a Marco che apparteneva all’arcivescovo Oscar Romero, del quale avevo seguito come postulatore la causa di beatificazione. Me l’aveva donata monsignor Ricardo Urioste, che era stato suo vescovo ausiliare. Me la diede come aiuto a superare tutti gli ostacoli che avrei incontrato in questa causa, mi diceva. Da allora la porto quasi come una reliquia, la reliquia di un martire. E mi commuove che a distanza di un anno dalla beatificazione, avvenuta il 24 maggio 2015, abbia affascinato e toccato in punto di morte un uomo come Pannella, un non credente, uno lontano dalla Chiesa. A testimoniare che lo Spirito davvero soffia sempre dove vuole”.

Cosa le disse Pannella quando seppe che era stata dell’arcivescovo di San Salvador?
«Mi chiese di parlargli della vicenda di Romero e io gli spiegai chi era, gli raccontai la storia di quel pastore che era arcivescovo a San Salvador, una città totalmente in mano a un governo oppressivo, dominato da un’oligarchia militare che teneva in pugno il Paese. Gli parlai della sua opera di difesa degli oppressi, dei poveri, dei bambini perseguitati. Romero per porre fine a quelle ingiustizie aveva solo una voce e una radio diocesana, che il Governo silenziava e distruggeva sistematicamente. Ma quella radio non cessò mai di difondere la voce degli opprressi. A quel punto Marco sentì una specie di tremore prese la croce e la tirò verso di sé».

Pensava a Radio radicale?
«Credo di sì, ma non so cosa gli si agitasse nella testa, io dovetti sfilarmela per non farmela strappare e lui se la rigirava tra le mani. Poi se l’è messa al collo. Se l’è tenuta anche mentre scriveva la lettera a papa Francesco. L’avrebbe voluta tenere fino alla fine, ma io l’ho ripresa, anche se come le ho detto ho avuto un po’ di rimorso. La sua compagna mi ha detto che ha sempre pensato a quella croce come se continuasse a tenerla al collo”.

Pannella era un ateo dichiarato anche se diceva di avere uno spirito religioso, un difensore dei diritti civili ma anche libertario e antiproibizionista, libertino, protagonista di campagne come il divorzio e l’aborto. La lettera e il racconto di quella croce possono far pensare a un riavvicinamento a Dio in punto di morte?
«Penso che queste cose attengano alla sfera intima e personale degli individui, quindi non le rispondo. Ma certamente tra di noi c’era una grande affetto reciproco. Pannella era una personalità complessa, anche spiritualmente. Abbiamo parlato spesso di Vangelo. Noi siamo uno mi ha detto, siamo ecclesia. Ma tra di noi non c’è mai stata una corsa alla conversione. Lui sapeva che io pregavo per lui e questo lo commuoveva al punto che mi abbracciava quando ci incontravamo».