Scalia ci riprova ancora con le Assicurazioni

MARCO PALOMBI PER IL FATTO QUOTIDIANO

È l’ennesimo assalto da 6 anni in qua. Ma forse è quello decisivo: le compagnie assicurative e il loro molti amici in Parlamento e al Governo, potrebbero oggi incassare una vittoria che vale un miliardo e mezzo di euro l’anno. Dove prenderanno questi soldi? Agli assicurati RC Auto è più precisamente, alle vittime di incidente stradale che subiscono danni gravi o muoiono. Come? Ironicamente con un emendamento di 4 righe alla ddl concorrenza.

I micro danni, quelli che da tabella valgono da 1 a 9 punti percentuali, sono già sistemati: il governo Monti ha provveduto a rendere praticamente impossibile dimostrare le microlesioni (tipo il famigerato colpo di frusta) e le compagnie hanno potuto pagare oltre un miliardo di premi in meno per quel capitolo (400 euro in meno ad assicurato in media). Sui danni gravi invece, cioè dal 9% in su fino alla morte, non c’è stato niente da fare: i giudici continuano ad usare le ‘tabelle di Milano’, cioè quelle elaborate dagli esperti del tribunale milanese, unanimemente giudicate (anche dalla Cassazione) scientificamente inappuntabili.

Qual è il problema? Secondo le compagnie costano troppo: quel capitolo nel 2014 valeva 5 miliardi ed Ania, la Confindustria delle assicurazioni, prova a sforbiciarlo di circa un terzo da anni. La via scelta finora era sostituire alle ‘Tabelle di Milano’ quelle preparate dal Ministero dello Sviluppo: diminuivano i risarcimenti tra il 30 e il 50% per cosette tipo la perdita di un braccio o la morte: al Ministero d’altronde, da anni Ania è di casa al punto che a quelle tabelle lavorarono solo esperti vicini al mondo assicurativo.

A farle entrare in vigore ci provò per primo Silvio Berlusconi, poi provò Mario Monti, poi Enrico Letta e già una volta pure Matteo Renzi: ora si torna alla carica ma il modo scelto è diverso. La sede della tentativo, come detto, è il disegno di legge sulla Concorrenza: va ricordato che, sul capitolo RC Auto, il disegno di legge era uscito da Palazzo Chigi già in formato Ania, cioè come volevano le Assicurazioni. Nel passaggio alla Camera, però, una mezza rivolta dentro lo stesso Pd portò alla cancellazione delle norme più scandalose.

In Senato, ora, ci riprovano. E lo strumento è un emendamento presentato dal senatore Pd Francesco Scalia, segretario della commissione Industria. (leggi qui il precedente)

La proposta di modifica di Scalia è stata riformulata su richiesta di Governo e relatori ed è dunque uno dei ‘segnalati’ per l’approvazione. Uno dei relatori, sia detto per inciso, è Luigi Marino, senatore centrista già capo delle cooperative bianche e di Alleanza delle Cooperative, dove stanno pure quelle rosse cioè Unipol insieme ad Allianz e Generali, e rappresenta i due terzi del mercato.

Ecco cosa ha scritto Scalia: «Quando sussista un danno biologico, l’ammontare complessivo del risarcimento riconosciuto è esaustivo del risarcimento di ogni danno non patrimoniale, incluso quello derivante dalla lesione di ogni diritto primario o costituzionalmente protetto della persona».

Tradotto: viene eliminato quello che si chiama danno morale, che nella pratica vale tra il 25% e il 30% del risarcimento. In soldi sui 5 miliardi del capitolo macro danni e morte significano uno sconto per le assicurazioni tra 1,2 e 1,5 miliardi.

Si ricorda che le compagnie non sono in perdita: il 2014 si è chiuso con 6 miliardi di utili. L’emendamento Scalia verrà discusso oggi in una riunione tra governo e maggioranza, tra le proteste di Associazione Vittime della Strada e avvocatura. I precedenti non lasciano ben sperare.

Tra le modifiche approvate in Commissione al Senato ce ne sono già un paio di marca Ania: uno impone solo all’assicurato di presentare i suoi testimoni al momento della denuncia del sinistro (per la compagnia invece vale ancora il Codice Civile); un’altra consente alle assicurazioni di rinviare di 120 giorni il momento in cui il cliente può denunciarli se non vogliono risarcirlo.

Il Governo ha i suoi motivi per trattare coi guanti le assicurazioni: la metà degli investimenti delle compagnie – centinaia di miliardi – è in titoli di Stato. Ania lo ricorda spesso.

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