Top & Flop * Giovedì 15 agosto 2019

Top & Flop. Ogni notte, i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende l’indomani.

La vicenda dell’Open Arms e gli attacchi della Lega al reddito di cittadinanza certificano che i cocci gialloverdi non sono ricomponibili. La frattura è per sempre. Si deciderà tutto il 20 giugno al Senato, sulla sfiducia a Giuseppe Conte. Soprattutto si capirà se la maggioranza numerica che già esiste (Cinque Stelle, Pd, Leu e sinistra) può diventare anche politica.

In queste ore si stanno vagliando tutte le soluzioni possibili. E si iniziano a valutare i nomi di possibili premier ‘tecnici’ da Raffaele Cantone a Giovanni Maria Flick, dall’ex direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi al sogno proibito Mario Draghi. (leggi qui Il governo Dini disinnescò Berlusconi, ora chi sarà a “spegnere” Salvini?)

Il pallino vero però è nelle mani del Pd: se Nicola Zingaretti e Matteo Renzi trovano l’intesa, allora possono davvero pensare di mettere in campo un Governo di legislatura che releghi Matteo Salvini all’opposizione per tre anni. Altrimenti sarà  il Capitano a ribaltare la situazione e andare alle elezioni sull’onda lunga di sondaggi che gonfiano le vele del centrodestra. Saranno giorni infuocati.

TOP 

GIUSEPPE CONTE

Attacco frontale del premier a Matteo Salvini. In una lettera aperta al ministro dell’Interno e leader leghista, il presidente del Consiglio ha usato frasi pesantissime: “ennesimo esempio di sleale collaborazione”, “ossessionato dalla comunicazione”, “tuo premier” e via di questo passo.

Foto: © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Il professor Giuseppe Conte sta preparando la strada ad un altro esecutivo, perfettamente consapevole che in questo momento il suo ruolo potrà essere decisivo. Complicato (ma non impossibile) un Conte bis con una maggioranza giallo-rossa, più semplice un incarico di prestigio assoluto, tipo commissario europeo o ministro degli esteri. In ogni caso Conte sta “bombardando” il leader della Lega.

Avvelenato.

NICOLA ZINGARETTI

Chiunque altro avrebbe avuto una crisi di nervi dopo l’offensiva renziana, uscendo distrutto dal confronto a distanza. Come successe peraltro a Maurizio Martina dopo che Matteo Renzi aveva affossato l’intesa con i Cinque Stelle un anno e mezzo fa.

NICOLA ZINGARETTI Foto: © Imagoeconomia, V.P. Gerace

Ma il segretario nazionale dei Democrat è uno determinato, caparbio, intenzionato a gestire una situazione difficile. Il “lodo Bettini” va in questa direzione. Tutti nel Partito sanno che nessuno dei due può perdere la faccia. Non Matteo Renzi, non Nicola Zingaretti. La strada per un’intesa è strettissima ma c’è. Un Governo di legislatura, con personalità di altissimo spessore e un programma in grado di rilanciare tutte le battaglie dei Democrat. Senza far perdere la faccia ai Cinque Stelle, anche se è complicato pensare che Luigi Di Maio possa restare nell’esecutivo.

Zingaretti in ogni caso ha fatto decantare la situazione e prima del 20 agosto avrà un faccia a faccia con Matteo Renzi. Se in quell’occasione la fumata sarà bianca, allora il primo a congratularsi con entrambi sarà Massimo D’Alema. Il quale, con il Governo di Lamberto Dini disinnescò Berlusconi, andando perfino a vincere le elezioni del 1996.

Nicola Zingaretti, in fondo, viene dalla scuola del Pci. Falce e martello sulla… ruspa.

SILVIO BERLUSCONI

Silvio Berlusconi

Le dinamiche di questa pazza crisi di ferragosto lo hanno rimesso completamente in gioco. E a questo punto, se il Movimento 5 Stelle non concederà la marcia in dietro a Matteo Salvini, il Capitano sarebbe in difficoltà a guidare anche il centrodestra: verrebbe relegato all’opposizione per diverso tempo. Ed il Cav avrebbe il tempo di poter riparametrare il centrodestra su basi diverse. Costruendo con calma la successione, magari intorno al nome di Urbano Cairo.

Nato con la camicia.

FLOP

MATTEO SALVINI

La conferenza stampa di oggi certifica che la sua strategia è completamente sballata: la stessa adottata da Napoleone quando invase la Russia. Ha voluto aprire al Movimento 5 Stelle: lo ha fatto però fuori tempo massimo, dopo avere spinto troppo in avanti il Carroccio. Tentando di creare i presupposti per una retromarcia imbarazzante. (leggi qui L’ipotesi di retromarcia della Lega e la fiera dei paradossi).

Matteo Salvini

La verità è che Matteo Salvini si è reso conto di non avere grandi spazi di manovra, completamente spiazzato e surclassato dall’altro Matteo: Renzi. Chi non approfitta ora per mettere all’angolo Salvini ne pagherà il prezzo politico domani. Soprattutto, Salvini ha dimostrato, al cospetto delle sue truppe leghiste, di non essere l’invincibile. Questa rischia di essere per lui una Caporetto senza attenuanti e senza mezzi termini.

Potrebbe essere il grande sconfitto di questa crisi: se non va al voto rischia di finire relegato all’opposizione, e non per una periodo breve; se anche andasse alle elezioni, dovrebbe sottostare al Cav. Andò per suonare e fu suonato.

GIANCARLO GIORGETTI

Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio ha detto oggi che per mesi ha chiesto invano a Matteo Salvini di staccare la spina ai Cinque Stelle. Senza ottenere alcun risultato. Quindi ha aggiunto che adesso il Capitano ha fatto tutto di sua volontà. Ergo, il Cardinale Richelieu del Carroccio (Giorgetti appunto) non è riuscito ad influire nel momento più delicato.

Giancarlo Giorgetti

Il problema della Lega, come lo è stato per Forza Italia, è che se viene meno il leader il Partito non è in grado di reggere a quelle percentuali e a quelle tensioni. Nel Carroccio sono tutti tifosi di Salvini. Ministri, deputati e senatori plaudono al Capo, inneggiano alla Bestia salviniana (il formidabile apparato di comunicazione del leader leghista). Nessuno ha il coraggio di avvertire il Capitano dei possibili pericoli o rischi politici. In pochissimi poi lo contrastano. Fra questi Luca Zaia. E Giancarlo Giorgetti fino a qualche tempo fa. Ma evidentemente pure lui è stato travolto dalla categoria dell’io di Matteo Salvini.

Certo è che Giorgetti ha certificato la propria perdita di influenza. Sul ponte sventola bandiera bianca.

ALESSANDRO DI BATTISTA

Non gliene va bene una. La comparsata in Francia dai gilet gialli (in compagnia di Luigi Di Maio) ha ulteriormente penalizzato i Cinque Stelle alle Europee. L’anno sabbatico rischia di essere vanificato dal superamento del limite dei due mandati. Ma soprattutto, da dove è rispuntato Matteo Renzi? Già perché “Dibba” assaporava già il ruolo di capo politico dei Cinque Stelle.

Di Battista e Frusone

In una campagna elettorale con poche chance di vittoria, ma con la prospettiva di guidare comunque un Partito del 20% tornato alle origini del… vaffa. Poi però è rispuntato Renzi, che ha anticipato e spiazzato tutti. Beppe Grillo e Davide Casaleggio hanno capito immediatamente che quella era l’occasione per calibrare il “vaffa” formato gigante su Salvini. A costo di abbracciare il nemico, a costo di baciare il rospo, a costo di stare nella stessa maggioranza di Luca Lotti e Maria Elena Boschi. A quel punto Di Battista ha dovuto cambiare nuovamente i piani. La campagna elettorale potrebbe non farsi.

Quanto alla leadership del Partito, in questo momento il candidato a prendere il posto di Luigi Di Maio è Roberto Fico. Non gli resta che il “vaffa”. A Salvini? Ma no, a Renzi. In silenzio però, senno Casaleggio s’incazza.

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