Giuliano Giannichedda… una vita da mediano

Giuliano Giannichedda, l'uomo ed il campione. Dai primi calci a Pontecorvo fino alla Nazionale, passando per il Sora delle meraviglie. Dove Luiso diceva che aveva i piedi a ferro da stiro. I palloni di spugna per giocare in casa, le sfide con il fratello Gianluca "più bravo tecnicamente". I grandi allenatori ed i compagni di squadra e...

Quando arrivò a Sora, Pasquale Luiso (uno che al tempo era già famoso in Italia e profumava di imminente Serie A), lo vide calciare un pallone e disse: “Ha i piedi a ferro da stiro”. A furia di stirare palloni ha raggiunto la maglia della Juventus, della Lazio e della Nazionale, facendo il mediano.

Ligabue non avrebbe potuto dipingerlo meglio: “Una vita a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni, lavorando sui polmoni”. I piedi non saranno stati buoni ma Mario Del Signore, uno dei suoi scopritori nelle giovanili del Pontecorvo, capì che testa e polmoni già c’erano: e da ragazzino lo schierava sempre con quelli di un anno più grandi.

Lavorando come Oriali“, non avrà vinto i Mondiali ma l’oro dei giochi del Mediterraneo si, e con la Nazionale. A Faccia Faccia: Giuliano Giannichedda.

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Da Castrocielo al Pontecorvo, fino alla Juventus, alla Lazio (come capitano), alla Nazionale (otto volte): com’è fatta la strada?

Io penso che la consapevolezza di tutto la acquisisci quando tutto finsice. Quando termina la carriera forse capisci cosa hai fatto. Perché quando inizi a giocare avviene tutto in maniera così veloce… Giochi con talmente tanta passione, allenamento dopo allenamento, che poi arrivi a giocare in una delle squadre più forti del mondo, che è stata la Juventus. Quando firmi il contratto allora forse ti senti ‘arrivato’. Però te ne accorgi sempre alla fine“.

Giuliano Giannichedda con la maglia della Juventus
Cioè lì, in quel momento, mentre si firma il contratto con la Juve, nella testa è pur sempre un gioco, come nel cortile di casa?

Si, è un gioco, una passione, una cosa che porti avanti. Poi è chiaro che quando ne diventi consapevole arrivano le responsabilità. Perché giocare a calcio significa allenarsi tutti i giorni e fare una vita seria. È quindi chiaro che portare avanti questa condotta ti porta ad avere responsabilità. Soprattutto quando arrivi in serie A ed in particolare in certe squadre: tu diventi anche un esempio per tutti quelli che ti guardano. È chiaro perciò che da un gioco si passa ad una serie di responsabilità. Però continua ad essere un gioco, una passione“.

Dicono che fondamentale, da bambino, sia stato suo padre che giocò in serie D.

Mio padre è stato fondamentale perché sia a me che a mio fratello ci ha inculcato la passione del calcio. Noi poi andavano a vederlo giocare allo stadio la domenica. Però ad essere fondamentale è stata tutta la famiglia; io ho avuto la fortuna di averne una bellisisma, che mi ha sempre sostenuto e portato a raggiungere i traguardi di cui parliamo“.

Leggenda vuole che il fratello Gianluca, poi diventato avvocato, fosse più dotato tecnicamente…

Vero, più dotato tecnicamente. Infatti ci allenavamo insieme a livello tecnico perché, avendo altre caratteristiche non doveva ‘smarcarmi’, si diceva una volta“.

Giuliano Giannichedda sulle Figurine Panini
A Natale vi regalavano palloni, rigorosamente di spugna altrimenti mamma si arrabbiava…

Palloni di tutti i tipi, però in casa solo di spugna, perché qualche volta abbiamo provato con palloni un po’ più duri, però… mia madre ci correva dietro per tutta casa…

Trattativa lampo: quando diventò professionista papà impiegò solo 24 ore per decidere.

Si, chiaramente allora, dato che io ero giovane, ogni scelta la prendevo a casa con i miei, perché è chiaro che diventa difficile scegliere; è anche un percorso di fortuna, dato che in quel momento non sai se quella sia la cosa giusta, quanto meno però è ponderata. Mio padre ci pensò bene, ne parlammo a casa, e poi decidemmo di intraprendere questa strada“.

Ma davvero Luiso diceva che aveva i piedi a ferro da stiro?

Vabbè, Pasquale scherza sempre, però è chiaro che all’inizio… Io non sono mai stato un ‘ragazzino’, perché a 15/16 anni già cominciavo a giocare in Promozione e in Eccellenza assieme a quelli grandi. Allora tutti quei percorsi che ti permettono di migliorare tecnicamente, rappresentato dalle scuole calcio, le Primavere di oggi oppure gli Allievi, io non li ho fatti perché, per mia fortuna a vedere com’è andata, giocavo sempre con i grandi. E allora… Però alla fine sono migliorato, perché arrivare a certi livelli è difficile“.

In campo, nel Sora delle meraviglie, con Luiso e Promutico, gli urlavano di mettere la palla in banca.

La palla in banca significava che quando la passavi a loro poi non sbagliavano mai, ma lo dicevano perché io le recuperavo tutte e poi chiaramente le giocavano loro“.

Era un Sora irripetibile: cosa mettere in bacheca di quegli anni?
Pasquale Luiso con la maglia del Sora

Innanzitutto era una società serissima, con il presidente Annunziata che dava l’esempio a tutti. Secondo me poi, il deus ex machina era sicuramente mister Claudio Di Pucchio, perché era davvero eccezionale sotto tutti i profili. A noi giovani ci trattava come i grandi, in quanto a rispetto, educazione e ciò che dovevamo fare in campo e fuori. In campo poi secondo me è stato un precursore, perché tanti anni fa già ci spiegava le cose di adesso“.

La prima cosa che ha detto è stata “società seria”. L’organizzazione in una società è l’elemento base?

E’ un elemento fondamentale se si vuole arrivare a certi livelli. Io faccio sempre un esempio: ho avuto la fortuna di giocare in serie A per tanti anni; quando sono arrivato alla Juve ho capito perché la Juve vince, perché lì c’è una società in cui conta il presidente, poi soprattutto i direttori, poi c’è l’allenatore e poi i calciatori. Per cui c’è una struttura piramidale, c’è un’organizzazione chiara e con ruoli definiti, competenze specifiche. E secondo me quando la società è seria si riescono sicuramente ad ottenere obiettivi importanti“.

È per questo che il Frosinone è passato in così poco tempo dall’Interregionale fino ai vertici del calcio?

Anche per questo. Perché anche in questo caso abbiamo un presidente, un grandissimo industriale che tratta la squadra di calcio come un’azienda. Bisogna lavorare, bisogna che ognuno faccia il suo e il Frosinone, da che si è partiti dalle categorie più basse, è arrivato due volte in serie A, ha uno stadio di proprietà che in Italia hanno Juve e Frosinone stesso. Per cui grandissimi complimenti per i grandissimi risultati al presidente Maurizio Stirpe ed a tutto il Frosinone“.

Giannichedda in azione con l’Udinese Foto © Grazia Neri
Da Sora a Udine ci sono 700 chilometri, sono tanti?

Tanti si, perché quando sei un ragazzo è chiaro che ti allontani dagli amici, dalla famiglia e un po’ il contraccolpo si sente, però fortuna ha voluto sia che avessi una famiglia che mi è stata sempre vicino, sia che cominciassi a giocare in serie A. Perché la serie A è un palcoscenico talmente importante da portarti ad allenarti e a far si che le altre cose e la vita di tutti i giorni non ci siano, perché pensi solo a quell’obiettivo“.

Faceva freddo ad Udine?

Si, tanto freddo…

Non solo da un punto di vista meteorologico. Nei rapporti, nella squadra, com’è stata l’esperienza di Udine per uno che parte da Castrocielo, mette a frutto il suo talento a Pontecorvo e si sviluppa cacisticamente a Sora?

Freddo no, loro in quanto a lavoro e cultura sono eccezionali. I friulani sono stati la mia fortuna, capitare a 20 anni su ad Udine ha significato imparare come ragazzo e come uomo. Sono cresciuto molto lì, perchè loro, a livello di rispetto, di cultura del lavoro e di serietà sono sicuramente eccezionali. Bisognerebbe solo andare a vedere come vivono. Però si, di indole rispetto a noi sono un po’ freddi. La mia fortuna è stata che io lì ci arrivavo da calciatore, e il calciatore è un po’ osannato, perché gioca per la tua squadra… La mia caratteristica poi di dare tutto in campo mi ha fatto volere bene un po’ da tutti“. 

Ci sono decine di talenti dai piedi buoni: tutti dicono però che il campione si riconosce dalla testa e dalla disciplina, è vero?

Ci vuole tutto, ci vogliono anche i piedi, però io ho visto, aimè, tanti ragazzi che erano più dotati del sottoscritto che non sono arrivati proprio perché mancavano di disciplina, di testa. È un mondo che sembra bello perché tutti vedono il prodotto finito; è chiaro che quando parli di Ronaldo è tutto bello. Però poi la statistica dice che è uno su 26mila che arriva in serie A, gli altri che si allenano ma non arrivano hanno sempre qualcosa che non va. Importantisismi secondo me sono abnegazione, impegno e serietà“.

Giuliano Giannichedda allenatore
Poi ci sono i fuoriclasse, genio e sregolatezza: Maradona, Gascoigne, Best, tanto per fare i nomi più celebri. Però se non sei un Maradona meglio affidarsi alla testa…

Ognuno deve sfruttare le proprie caratteristiche e conoscere i propri limiti. È chiaro poi che quando non sei un fuoriclasse devi sfruttare le tua peculiarità. Io ho fatto così“.

In genere tutti vogliono fare il centravanti. Come le è venuto in mente di fare il mediano? Che poi è quello che fatica più di tutti…

Si, lo so. Però quando vedi che arrivi davanti alla porta e tiri fuori allora ti dici ‘meglio che giochi un po’ più indietro, così almeno riesco a fare qualche partita‘”.

Che effetto fa entrare a vent’anni in un catino pieno di gente che urla il tuo nome?

Sono emozioni forti. Forti perché quando entri dentro lo stadio e lo vedi tutto pieno è una bella sensazione. All’inizio fa un po’ effetto, poi, quando cominci a fare una bella carriera e ci sono le partite piene di gente in uno stadio da 70mila posti allora lì vuoi giocare, perché hai l’adrenaina che penso solo il calcio possa dare“.

Pagato 88 miliardi di lire insieme al compagno di squadra Fiore: come si mantengono testa a posto e piedi per terra quando si sa che il proprio cartellino vale tanto?

È che li hanno dati all’Udinese e non li hanno dato a noi. Così è più facile mantenere i piedi per terra… Ma no… quello arriva da ciò che mi hanno insegnato i miei genitori: lavorare tanto. Poi quando arrivi ti fa piacere perché significa che sei considerato un giocatore importante. Però il nostro compito poi resta sempre quello di allenarsi e giocare a calcio“.

La gente pensa che quella del calciatore sia una bella vita: macchine, donne, si corre appresso ad un pallone… Invece è fatta di tante rinunce. Qual è stata la più pesante?
Giuliano Giannichedda con Paolo Maldini

Quando lo fai con grande pasisone e voglia, di rinunce non ne fai. Forse la più grande è stata quella per cui, come ho detto prima, te ne vai fuori a 20 anni e devi rinunciare agli affetti familiari e agli amici che sono cresciuti con te perché vai fuori per lavoro. Però poi quando giochi a calcio… la vita è bella ma non per macchine o donne; perché fai una cosa che fin da ragazzino va a giocare davanti a tantisisma gente“.

E’ talmente tanta la passione di giocare a pallone che a 20 anni si puo’ tranquillamente rinunciare alla discoteca o a fare qualcosa dopo le 10 di sera?

No, quelle cose si fanno e secondo me vanno fatte, però nel modo giusto, nel senso che poi, quando finisci di giocare, hai quei quaranta giorni estivi oppure la domenica di sosta in cui puoi uscire… Perché nessuno non è andato in discoteca o non ha fatto una cena con gli amici, però devi farlo al momento giusto“.

Dicono che il mediano sia destinato a diventare un grande allenatore perché è l’unico che ha la visione globale del campo.

Grande allenatore… mah, è la posizione che hai in campo, perché il mediano è quello che guarda tutto, che deve sapere dove tappare i buchi; se la squadra si sbilancia devi essere sempre al posto giusto e nel momento giusto, devi aiutare la difesa, aiutare l’attacco perché devi accompagnare le punte, per cui il mediano è quello che ha la visione globale del campo“.

A chi si è ispirato di più quando ha iniziato? Imitava qualcuno?

Mio padre era milanista e noi guardavamo spesso le partite del Milan. Non è come oggi che ci sono tutti i giorni e a tutte le ore, però noi guardavamo spesso il Diavolo e all’epoca c’era Rijkaard, uno dei tre olandesi, un calciatore fortissimo che abbinava qualità e quantità, con un fisico importante“.

Claudio Di Pucchio ai tempi della Lazio. Foto LazioWiki/ progetto enciclopedico sulla S.S. Lazio
Ha detto che ha saltato di fatto la scuola calcio, ma gli allenatori che l’hanno avuta da giovane in squadra, a Sora e Pontecorvo, correggevano il ragazzo? Cercavano di insegnargli a calciare il pallone?

Si, io ho avuto grandissimi istruttori, perché a quell’età devi essere fortunato ad avere istruttori, più che allenatori. Ne ho avuti di molto bravi, uno è stato Del Signore, l’altro Di Pucchio, anche il compianto Petrilli è stato un grandissimo mister. Ne ho avuti di bravi che mi hanno insegnato, perché poi il percorso sembra facile, però fare ogni volta step by step, serie dopo serie, Promozione, Eccellenza, poi serie C, serie A è chiaro che i miglioramenti devono esserci, altrimenti non arrivi“.

Oggi ci sono molti allenatori che strillano ai ragazzini in campo come se stessero parlando ad adulti, è l’approccio migliore?

Dipende dall’età. Secondo me non lo è, perché se urli sempre e in ogni momento del giorno poi alla fine il ragazzino non ti ascolta più. Bisogna saper correggere, infatti ho parlato di strutture e non di allenatori, perché ad una certa età si è più istruttori“.

E’ vero che il dramma vero con il calcio giovanile sono i genitori che vengono a seguire la partite dei figli?

I genitori sono un problema, perché il genitore non capisce che il bambino percepisce l’ansia della prestazione dopo i 14/15 anni. Se il genitore mette prima pressione al figlio è solo un fatto deleterio. Il ragazzino, fino ai 12/13 anni gioca per puro diverimento e deve solo divertirsi“.

Più le mamme o più i papà?

Prima erano solo i papà. Ultimamente anche le mamme, e lì diventa un problema“.

A lei mamma e papà venivano a seguirla quando era a Sora?

Si, soprattutto mio padre. Io poi non volevo mai mia madre al campo perché lei è una che si preoccupa; magari un calcio, una testata, meglio stare tranqullli, anche se poi di nascosto alla fine veniva, venivano tutti“.

Il benvenuto all’allenatore della selezione di Serie D
Ha allenato la Pro Piacenza, prima ancora è stato Commissario Tecnico della Rappresentativa Allievi, con la quale il 9 aprile 2012 ha vinto il Torneo delle Regioni, ora allena la rappresentativa nazionale di Serie D: come sono cambiati i ragazzi?

Sono cambiati così come sono cambiate le generazioni nel futuro. Prima avevamo solo il pallone, il regalo era il pallone con cui giocavo assieme a mio fratello ed agli amici in piazza. Oggi purtroppo a pallone in piazza forse ce ne gioca uno, gli altri sono tutti con tablet, smart phones. Il gioco è camabiato in quello, nel senso che prima per noi giocare a calcio era la priorità, adesso di priorità ce ne sono due, tre o più. E’ cambiato un po’ l’approccio delle nuove generazioni verso lo sport“.

Prendere i ragazzi dall’estero è un buon investimento?

Se portano qualità e nuova mentalità si, se devono essere presi per altri motivi oppure perché ci sono amicizie diverse no“.

Da cosa si riconosce un campione?

I campione è quello che abbiamo detto prima, nato per fare quello sport, in questo caso per giocare a calcio. Io ho avuto la fortuna di vedere Messi a 18 anni e giocarci contro; si vede che è un campione, però mi piace ricordare che è campione anche fuori. Ci sono buoni giocatori che giocano a calcio, il campione è tale anche fuori“.

Campione e fuoriclasse sono due cose diverse? Perché il fuoriclasse è quello che, insomma, ha il Talento di Dio nei piedi… potrebbe anche non allenarsi. Il campione è quello che si allena in maniera metodica, ci si applica e raggiunge i grandi livelli. Oppure è soltanto una definizione che non ha senso?

E’ giusta. Il fuoriclasse è quello… Maradona, un fuoriclasse...”

A 16 anni esordio nella Nazionale argentina: scusate, è Maradona e non si allenava mai…

Cristiano Ronaldo è un campione, perché è un grandissimo giocatore, ma poi però è anche un esempio per tutti, per quello che fa, per l’impegno che ci mette, per come è stato bravo ad arrivare a quei livelli… E’ un campione“.

Leggenda vuole che Messi sia stato scartato ad un provino da giovanissimo soprattutto perché troppo basso: si può sbagliare nel giudicare  ragazzini?

Si, perché questa cosa è successa quando Messi aveva 13 o 14 anni ed era davvero piccolo. E’ chiaro che quando poi vai al provino arrivi al campo e devi fare una partita di 40/45 minuti, al massimo un’ora. Se in quel momento trovi tutti giganti e tu sei piccolino è chiaro che la struttura fisica a quell’età può essere importante. Puoi essere bravo anche tecnicamente, però poi se non cresci rimani bravino“.

Giuliano Giannichedda con la maglia della Lazio
Pensiamo a quei 25.999 che non arriverano in serie A e nemmeno in B e in C: la vita non è una partita di pallone, però va vissuta come se fosse un match di 90 minuti…

In quei momenti tu devi dare tutto; ci sono 17, 18 e 19 anni nel corso dei quali puoi fare il salto di qualità, è giusto che in quei tre anni tu dia il tutto per quello che stai facendo, che sia calcio, tennis o altro. Però  momento devi dare tutto e ci devi provare, perché poi potresti avere dei rimpianti“.

Anche se non si diventa uno su 26mila, comunque il calcio insegna tanto, vero o falso?

Verissimo. Il calcio è una scuola di vita. Lo sport è scuola di vita, soprattutto il calcio, perché è sporti di gruppo e nelle dinamiche di gruppo si impara a rispettare gli altri, si impara l’educazione, ad avere un proprio ruolo e secondo me anche a crescere in quanto a personalità“.

Del Signore, Petrilli, Di Pucchio, Zoff, Zaccheroni, Guidolin, Spalletti, di certo qualcuno lo avrò dimenticato: a quale allenatore si sente più legato e cosa le hanno insegnato? 

E poi ho avuto Mancini, Capello, questa è la fortuna di cui dicevo prima…

Cioé da ognuno ha avuto qualcosa…

Ho avuto degli insegnanti di calcio, parliamo della Serie A: Zaccheroni e Spalletti erano insegnanti di calcio. Poi ho avuto Capello, che in quanto a gestione dello spogliatoio è eccezionale; ho avuto Mancini, attuale CT della Nazionale, altra persona che a livello gestionale era perfetto. Quando hai allenatori così bravi puoi solo apprendere, magari ad avere solo un decimo da oguno di loro significa che…“.

Giuliano Giannichedda con la maglia della Nazionale
Ha rubato un po’ il mestiere a tutti loro come fanno i giornalisti: si cresce rubando il mestiere a quelli più bravi…

Si, come quando giochi, che cerchi di imparare e fissare con gli occhi quello che fanno i giocatori più bravi e anche con i mister cerchi ci capire cosa faccia l’uno, cosa dica l’altro. E’ importante poi nella gestione gobale, quando farai l’allenatore, perché tu dovrai parlare a 25 teste, oguna diversa“.

Ma Zoff parlava? Perché visto dall’altra parte del teleschermo abbiamo sempre avuto l’impressione che non parlasse.

No, parlava poco ma diceva cose giuste. Poi ci sono persone che non hanno bisogno di parlare, perché hanno un tale carisma che qualunque cosa, anche un solo sguardo, puo’ far capire molto“.

Del Piero, Ibraimovich, qui se cominciamo ad elencarli non si finisce più, ha raccontato anche di Messi… I campioni sono sempre viziati?

Assolutamente no. E’ un po’ la televisione che li fa apparire così. Ormai sono dalla mattina alla sera in Tv, sui social e si deve per forza trovare il difetto. Io ho giocato con questi due campioni davvero eccezionali, soprattutto Del Piero che davvero era un esempio per tutti. Al di là del calciatore che era, che non si discute, come uomo poi era eccezionale“.

Calcio e tentazioni: dicono che ce ne siano tante. 

Ci possono esere. Però se hai dietro una base di veri principi e valori imparati in famiglia allora le puoi tenere a distanza facilmente“.

Allora è vero che la famiglia è la prima cosa…

La famiglia è importante, perché tu ti trovi a 20 anni a 700 chilometri da casa, cominci a guadagnare anche soldi importanti e se non hai dietro una famiglia e dei valori che ti hanno insegnato diventa tutto più difficile“.

Giuliano Giannichedda dopo una vittoria della Lazio
A un ragazzino che sogna di diventare Giannichedda cosa consiglia?

Di divertirsi fino a 15/16 anni perché poi le cose vengono naturalmente, non c’è raccomandazione o procuratore, solo tanto impegno e tanta voglia di divertirsi, assieme a tanta passione“.

Insomma, tornando alle mamme che urlano fuori durante la partita, se un ragazzino è un talento nessun allenatore è così matto da non schierarlo…

E ci mancherebbe, l’allenatore vuole vincere la partita come tutti i ragazzini che giocano, per cui se qualcuno a volte gioca, altre no i motivi ci saranno“.

E comunque anche se non si diventa uno su 26mila la vita non è un calcio di rigore…

Assolutamente no. La vita è tante altre cose. Ci si deve provare e si devono perseguire gli obiettivi perché sono quello che ti piace, ma se non diventi qualcuno di certo sarai migliorato su altro“.

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