Massimo Ruspandini, il senatore di destra partito da sinistra

Dalla famiglia comunista al seggio in Senato a destra con i Fratelli d’Italia. Dalla Ceccano rossa degli esordi a quella Ceccano che conta di portare per 50 anni il centro destra in Comune. Dal peso del Ventennio all'Europa millenaria, tutto con un Partito. Il suo, che ormai lo stesso Salvini è costretto a rincorrere. E con i nodi da sciogliere nei Comuni laziali dove FdI non ha ancora trovato legami stabili per vincere. Senza correnti.

È figlio di comunisti ed ha patito la gogna del ‘fascio‘ che spiazza la famiglia. Famiglia che però lo ha appoggiato: insegnandogli così che alla base di tutto deve esserci il confronto, a cui lui ora crede con convinzione. Ma ci crede mettendo avanti l’identità di Popolo, una identità che Massimo Ruspandini ha usato per essere controcorrente anche a destra. Ed europeista ante litteram con il faro dell’Europa millenaria, non con quella di Bruxelles. Fino a diventare senatore della Repubblica e punto di riferimento per i Fratelli d’Italia in provincia di Frosinone.

In queste ore il sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera assegna al suo Partito una crescita del 1,7% che porta FdI al 18% che rappresenta il miglior risultato di sempre nei sondaggi. Nello stesso periodo la Lega subisce una flessione di quasi un punto.

In provincia di Frosinone Fratelli d’Italia si prepara ad egemonizzare il centro destra. E punta ad un elettorato per metà orfano di Forza Italia per metà blandito da una Lega ancora a secco di nicchie di governo territoriale. Con qualche fastidiosa eccezione a Terracina, Fondi e Sora. Eccezione dove in un senso o in un altro il lavoro di Ruspandini sarà molto più determinante che nella sua roccaforte ceccanese. Un lavoro che ha due stelle polari: Giorgia Meloni e la guerra al correntismo, che a suo tempo ha distrutto AN. E gettato ombre anche in Ciociaria.

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Quando ha cominciato?
Massimo Ruspandini

«Ho iniziato ai tempi del liceo. In me c’era una passione che ho ereditato da una famiglia impegnata politicamente. Anche se lo era su opposta sponda. Mio padre era un militante di sinistra, è stato assessore con il Pci e poi socialista. Mio nonno materno è uno dei fondatori della sezione del Pci di Patrica. Da qui anche la vicinanza con l’attuale sindaco di Patrica che è mio cugino. Vengo dunque da una famiglia di sinistra».

Qualcosa non ha funzionato? Nonno e padre si saranno fatti qualche domanda.

«Il loro fu uno stupore vissuto nella rossa Ceccano anche con qualche difficoltà. Parliamo di anni in cui il peggio era già passato. Non erano già più gli anni della notte buia della Repubblica e dei ragazzi morti nelle strade. Tuttavia nella rossa Ceccano lo stereotipo del ‘fascista’ era ancora ben presente. Avere in città persone che militavano a destra soprattutto se provenienti da famiglie di sinistra era motivo di vergogna».

Come hanno affrontato in casa questa ‘vergogna’?

«I miei genitori mi hanno sempre dato la libertà di professare il mio credo politico. Né mi hanno mai ostacolato in questa mia passione. Però ci hanno sofferto proprio perché alcuni amici lasciavano serpeggiare la difficoltà nell’avere un figlio che frequentava la sezione del Msi».

Lei come ci è finito a destra?

«Ho avuto la possibilità di sperimentare la proverbiale ‘apertura’ della sinistra. Al liceo avere per me professori dell’ultrasinistra è stato molto formativo. Persone che si sciacquavano la bocca con i problemi delle classi meno abbienti. Tuttavia poi avevano un tenore di vita troppo diverso dal nostro che venivamo da famiglie normali. Ho quindi sempre giudicato borghese ed oppressivo quello status. Quello cioè che vedeva tutto il bene nella interpretazione della storia a sinistra e tutto il male a destra».

Cuore a sinistra e portafogli a destra non le sembravano conciliabili?

«Quella divisione manichea fece accendere in me qualche curiosità. Poi con qualche approfondimento feci maturare e tengo ancora oggi la convinzione che non sia affatto così».

Mi sta dicendo che il fascismo non era solo manganello ed olio di ricino?
Il senatore Ruspandini con il direttore Porcu

«Credo di no. Penso che sia un periodo consegnato alla storia. Periodo che presenta numerose criticità da approfondire alla luce di questa contemporaneità. Anche alla luce del periodo storico in cui il fascismo si afferma».

Così lei mi diventa eretico anche all’interno della stessa destra. Molti sono di destra proprio perché ci sono i totem del manganello e dell’olio di ricino. Lei sta dicendo che la destra è molto altro.

«In Italia se uno è bravo o cattivo questo lo sceglie sempre la sinistra. Se quindi le cose che uno dice vanno nella direzione della sinistra, anche in approfondimento storico, sei bravo. Se dici cose che la sinistra non vuole sentire sei cattivo. Il grande errore di Fini, errore che che non sta commettendo Giorgia, fu proprio quello di piegarsi alla volontà dei salotti buoni. Salotti che vorrebbero che ognuno di noi ripetesse come un mantra quello che vogliono sentirsi dire».

«Il sistema arrivò quasi ad obbligare Fini a dire: ‘Il fascismo è il male assoluto’. Come se esistesse qualcosa di annoverabile in questa definizione. Ognuno di noi è figlio di una storia. Quando penso al fascismo io penso alle centinaia di donne che nella Repubblica Sociale partirono volontarie. Penso alla discriminazione che subirono in tanti. Tanti che magari non avevano vissuto il fascismo. Sicuramente penso anche ai tanti errori del fascismo».

Cosa significa essere di destra oggi?

«Domanda difficile, che rimanda ad una profonda discussione. E che richiama sensibilità soggettive. Io ho un forte senso dell’identità. Senso che non significa affatto esclusione del diverso. Io credo che il confronto possa arricchire sempre. Credo che la mia identità sia importante perché affonda nelle radici di questo popolo e della nostra storia. Il confronto con gli altri è forte se impariamo a conoscerci, e conoscendo noi stessi conosciamo anche il posto a cui apparteniamo».

«Non sono per un mondo privo di radici e riferimenti culturali. Un mondo dove non esiste il rispetto per ciò che abbiamo avuto dalla nostra appartenenza. Da un radicamento cioè figlio della famiglia, della religione, di questi posti meravigliosi che abbiamo l’onore di abitare, spesso indegnamente».

Ruspandini con Giorgia Meloni © Imagoeconomica
Almirante ad un certo punto diventò filo atlantico. Voi partite da una posizione anti europeista. Poi però abbiamo visto che la sola alternativa è cambiare l’Europa dall’interno. Che destra è quella di Fratelli d’Italia?

«Negli anni ’60 ci fu un dibattito sulla collocazione della destra in questo senso. C’era chi ripercorreva l’idea dell’Italia nel Mediterraneo. Chi invece guardava ad ovest. C’era chi diceva, come le frange giovanili: ‘Né Usa, né Urss, Europa nazione’. Paradossalmente quindi noi siamo stati i primi a guardare all’Europa nel solco della tradizione millenaria che la vede centro del mondo. Un mondo ideale che da un punto di vista filosofico si contrapponeva ad un ‘non luogo’, soprattutto per quanto riguarda l’Occidente».

«E’ incredibile quindi come oggi si siano capovolti gli orizzonti. Da una parte la sinistra che è europeista per vocazione. La sinistra che una volta ti diceva ‘Adda ‘venì Baffone ad abbeverare i cavalli in san Pietro‘. Dall’altra un Almirante stesso che diceva che ‘l’Europa o va a destra o non si fa‘. Tuttavia la nostra è un’Europa che ha 5000 anni di storia, non ne ha 60 come quella di Bruxelles. È cioè qualche cosa di più profondo ed immenso. Noi non siamo anti europeisti».

“I veri europeisti siamo noi”

«Noi siamo i veri europeisti. Questa però è un’Europa su cui tutti balbettano concetti a mo’ di slogan. La nostra è un’Europa millenaria, che abbiamo fondato sui miti greci e latini. Sui miti degli indoeuropei. Su questa profonda ed incisiva esperienza che ha dato al mondo gli strumenti per cui oggi siamo qui a parlare. Senza l’Europa sarebbe stata un’altra umanità».

Dall’Europa all’Italia. Salvini si è fatto il governo con i Cinque Stelle. È un traditore?
GIORGIA MELONI CON MATTEO SALVINI

«Secondo me Salvini ha un’altra visione del mondo. È molto più diverso di quello che appare. La lettura della società di un leghista è molto meno complessa rispetto a chi come noi viene dalla destra sociale. E che ha dovuto subire e farsi una serie di domande per essere pronto alle sfide. Questo senza essere additato di nostalgia e di tutti gli stereotipi che ci vengono quotidianamente affibbiati».

Da circa un anno voi, proprio perché Partito ideologizzato, avete cominciato ad allagare i confini. Aprendovi cioè a chi proviene da altri partiti del centrodestra: è il caso di tantissime intelligenze che non si sentivano più a casa loro in Forza Italia. In questo modo avete costretto anche Salvini ad abbassare il ponte levatoio della Lega: rivelatasi meno ‘attrattiva’ proprio perché senza un’ideologia.

«Si. Il perimetro in cui spazia FdI è perimetro di centrodestra. Aperto cioè a tutti coloro che vogliano costruire una casa della destra in grado di governare la Nazione. E di farlo secondo principi di libertà che per me il vecchio centrodestra non ha saputo offrire. Parlo di indipendenza dalla magistratura, dai poteri forti. Indipendenza anche dal mondo produttivo. Una indipendenza che possa rappresentare una forza. Noi dobbiamo trattare con gli industriali, ma anche con i disoccupati e con gli artigiani. Dobbiamo avere un rapporto con la magistratura corretto. Dobbiamo fare cioè cose che altrove sono normali ma che in Italia non lo sono state. E questo può farlo proprio chi viene da un’anomalia della storia».

L’unità del centro destra è un dovere?

«In questo momento e proprio perché noi siamo per la democrazia diretta credo sia una necessità».

Nicola Procaccini, Francesco Zicchieri, Claudio Fazzone
Però le due città del Basso Lazio chiamate al voto in questo momento, cioè Fondi e Terracina, dimostrano l’esatto contrario.

«Fondi e Terracina sono due anomalie. Anomalie figlie di una terra che è particolarmente fertile per il centro destra. Se lì sommiamo le forze in campo straripiamo oltre il 70%».

Cioè siete talmente tanti che non avete bisogno di mettervi assieme?

«Credo sia questo il vero problema. Lì la sinistra è completamente scomparsa e questo a livello locale e nella conta dei posti, pratica umanissima, porta a questa situazione. Tuttavia non ci sono pregiudizi ideologici o voglia di spaccare il centro destra».

Ceccano: mezzo secolo di ‘destra’

In provincia di Frosinone il comune più grande chiamato alle urne è Ceccano. Che per voi doveva essere l’emblema della disfatta: cade in anticipo la prima amministrazione di centrodestra, della quale oltretutto il padre putativo è stato lei. Però siete riusciti a ricomporre una quadro di centrodestra unito, unitario e ancora più largo, con un comportamento ‘politicamente epilettico’. Come avete fatto a trasformare una sconfitta in una vittoria?

«Anche questo fa parte della meravigliosa anomalia della nostra Italia. Ceccano è un unicum da questo punto di vista. Io ho detto una delle poche cose che mi piacerebbe di me fossero ricordate. Ho detto che Ceccano è un paese talmente particolare da innescare un meccanismo assurdo. Dopo 50 anni di sinistra a Ceccano ci possono stare altri 50 anni, ma di centro destra. O della nostra destra, che a Ceccano è particolarmente originale rispetto al resto della provincia».

«E’ destra molto sociale, di popolo, giovanile, Io credo che Ceccano sia benevolmente condannata ad avere per il prossimo mezzo secolo amministrazioni di centro destra. Proprio perché noi abbiamo una media di età bassissima, non solo rispetto alla sinistra ma anche alla politica provinciale. E’ chiaro che i 20enni e i 30/40enni di oggi saranno gli amministratori del futuro. Noi abbiamo una fucina inesauribile di ragazzi che guardano a noi».

La Prossima tappa è Sora, lì invece il dialogo non è facile.
IRuspandini con il capogruppo FdI a Sora Simona Castagna

«E’ una realtà più complessa e completamente diversa. Realtà dove a differenza di Ceccano la componente di centro è macroscopica e molto più invasiva».

Non c’è una forza, ci sono tante debolezze. Allora ha ragione il sindaco uscente Roberto De Donatis, quando dice che l’unica soluzione è una piattaforma che metta assieme diverse sensibilità.

«A Sora c’è ancora una forte componente di centro, sia nella Lega che in altre realtà. Mentre invece a Ceccano abbiamo una sorta di ‘destra-centro’. Per destra io intendo questa area vasta che fa riferimento a noi. Basti pensare che a Ceccano almeno 4 liste fanno riferimento a Fratelli d’Italia, quasi un monocolore. Nelle altre realtà dove coesistono Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia c’è bisogno di un contributo di mediazione molto più forte».

«Anche qui si misurano una serie di anime. Tuttavia io auspico sempre un ricambio generazionale. Credo cioè che la soluzione, che nell’immediato fa perdere qualche punto o qualche occasione, sia proprio il ricambio generazionale. E proprio quello a volte puo’ essere la chiave per trovare l’unità».

In autunno dovremo andare a votare in un referendum per il taglio di 350 parlamentari. E’ un testo messo a punto dal M5S. Di fatto la provincia di Frosinone, da 7 parlamentari se ne ritroverebbe forse uno. Lei consiglia di votare si o no? E: messa così, è un suicidio?

«Lo è, nel nome di quest’idea malsana della politica che deve rincorrere a tutti i costi l’elettorato. Un’idea che svuota le rappresentanze e deprime l’impegno delle persone sul territorio. Comunque è un referendum a cui FdI voterà si. Lo farà per dare l’ennesimo contributo alla semplificazione ed un certo modo anche al risparmio, anche se parliamo di briciole. Però non vogliamo lasciare il campo ai Cinque Stelle su questa sia pur discutibile lotta alla semplificazione».

A questo punto state inseguendo i Cinque Stelle?

«Questo è stato un tema che tv e giornali hanno sponsorizzato molto. Questo fino a disegnare uno scenario in cui se dici che sei contro il taglio dei parlamentari fai automaticamente parte della casta. Se invece vuoi tagliare stai con il popolo».

Foto: © Stefano Strani
Ma il parlamentare, lei che ci sta dentro da senatore, è casta o no?

«Senza sminuire l’istituto del parlamentare io credo che molti parlamentari abbiamo goduto di privilegi. Questo perché secondo me negli anni si sono anche sopravvalutati».

Oggi però Ruspandini, volendo, potrebbe essere ‘casta’?

«Per qualcuno probabilmente si. Io sono lì da due anni e non mi sento assolutamente così. Io sono uomo di popolo e non sarà nessun titolo ad ‘elevarmi’ rispetto ad una condizione da cui non ho bisogno di emanciparmi. Io sono un uomo del popolo, ancorato alle mie origini. E sono origini che mi fanno pensare come il titolo più grande del quale io possa fregiarmi non sia tanto quello di senatore della Repubblica. Quello è un sogno gigantesco dal quale ancora non mi sveglio. E che mi porta a prendere per pazzo chiunque me lo avesse detto in passato».

Non è più logico, invece di tagliare 350 rappresentanti come Ruspandini, imporre regole per cui chi va a rappresentare il popolo sia davvero preparato? Non è che molti fra i suoi colleghi brillino per preparazione.

«Molti sono stati scelti con 20 voti sulla piattaforma Rousseau. Quelli non sono assolutamente preparati».

GIORGIA MELONI
Com’è Giorgia Meloni? Quella pubblica la vediamo attraverso il teleschermo. Quella vista dall’interno quanto è diversa?

«Sarebbe facile da parte mia dipingerla con toni elogiativi. Io ho una visione per cui a volte noi siamo degli strumenti. Ecco, io credo che Giorgia sia il mezzo che il destino ha individuato per risollevare la nostra Nazione. Credo poi che non essendo Giorgia un prodotto da laboratorio o figlia di logiche mercantili e commerciali la sua forza sia nel fatto che è un prodotto che viene dal basso. Oggi molti prodotti vengono studiati a tavolino con adeguate forme di comunicazione. Lo vediamo in Francia con Macron e in altre zone d’Europa».

«Le risposte delle democrazie sono spesso filtrate da una serie di battaglie comunicative anche sui social. Giorgia invece viene dal basso. E attinge la sua energia da quella parte di Italia e di destra italiana che qui hanno sempre avuto un ruolo. Ruolo che a differenza degli altri lei porta come un peso. E’ consapevole. Se dovessi pensare all’anti casta io direi Giorgia Meloni. In lei vedi il sacrificio della rappresentanza, non lusso o ambizione. Vedi il peso della rappresentanza».

Cosa sta accadendo in Fratelli d’Italia a Frosinone?

«Sta accadendo quel che accade in un partito che grazie al suo leader passa con scioltezza dal 3 al 16%. Io ripeto sempre che le fortune dei Partiti dipendono dai loro leader. Partito che in provincia di Frosinone si avvia verso il 20/22%. Questo ci riporta a dinamiche proprie dei Partiti grandi. Dinamiche che vanno oggettivizzate, filtrate e nelle quali ci si deve saper muovere. Senza escludere nessuno e senza far si che qualcuno possa imporre la sua prepotente presenza».

RUSPANDINI E L’EX PARLAMENTARE UE ALESSANDRO FOGLIETTA
Cioè: siete cresciuti tanto, siete cresciuti in fretta. Ora c’è bisogno di cambiare il modello di gestione di questo Partito?

«Esatto. Questa è la grande sfida. Con l’obbligo di dare una risposta forte a tutti quelli che entrano. Mettere cioè ordine nel caos di tutti coloro che arrivano e reclamano. E gestire bene questo passaggio. È questa la sfida che la classe dirigente di Fratelli d’Italia deve sentire sua. Quella di non lasciare il campo ad un correntismo sfrenato che ha distrutto AN. Come è successo anche nel PdL».

«Oggi Giorgia ricostruisce FdI su un modello che è diversissimo da Alleanza Nazionale. Lì non ti chiedevano come ti chiami, ma ‘con chi stai’. Questi colonnelli si erano impadroniti della storia, del territorio e delle tessere. Ed avevano creato un mostro politico».

Il ‘mostro politico’ di AN

«Noi dobbiamo essere diversi da quel modello perché quello è stato un modello perdente. In tempi in cui tra l’altro la politica aveva più posti da dare, più ancora di salvataggio e camere di compensazione».

Gianfranco Fini al congresso di Fiuggi

«Non puo’ esserci la corrente di Ruspandini o di un santone di Roma. Non è più quello il tempo e la gente non ci capirebbe. Io so che le correnti hanno contribuito alla dialettica interna di molti partiti. Tuttavia dobbiamo sforzarci di superarle. La gente non le capisce più queste cose. Quindi anche all’interno dei Partiti non possiamo far finta che in questa provincia non sia accaduto nulla».

«Noi siamo la provincia che è stata costellata da scandali anche a destra. Non dobbiamo dimenticarlo mai. Una provincia in cui i litigi hanno avuto la meglio sui giornali e con una dose di conflittualità ben oltre l’immaginabile. Quindi dobbiamo sforzarci a lavare i panni sporchi in casa. E di costruire qualcosa di diverso che non sia però gestito dalle correnti. Correnti che ci possono essere ma che devono esserci in maniera diversa. Né possono essere istituzionalizzate».