Internazionale: protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

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JOE BIDEN

Bernie Sanders era più bravo di lui, ma è troppo socialista. Lui è meno bravo di Sanders e molto meno carismatico di Trump, ma è rassicurante. E ha vinto. Anche a fare la tara alle polemiche post voto. Non un cotillon al baraccone della fiera, ma la Casa Bianca. E con essa il sistema di potere più titanico del pianeta.

Il presidente Joe Biden. Foto Gage Skidmore

Joe Biden è il 46mo Presidente degli Stati Uniti d’America, il più votato di sempre, anche più di Obama che era l’icona di un tempo iconico. E’ il nono democratico del XX secolo che si accasa al 1600 di Pensylvania Avenue. L’unico neo è che per parlare della sua vittoria mai come in questo momento si deve andare in veloce incursione sulla sconfitta del suo antagonista.

‘Trump’ per la cronaca in italiano significa Briscola. Briscola come quella che ha preso, come quella che però è molto meno sonora di quanto non abbiano prospettato capriole sondaggistiche ancora una volta farlocche. Ha preso una briscola contro lo ‘spento’ Joe Biden e questo significa una cosa certa. Che cioè una fetta di americani tanto grande da fare peso nel sistema dei grandi elettori ha preferito la quiete alla tempesta, anche a costo di premiare la bonaccia. Chi pensasse, fra i millemila analisti di queste ore, che negli Usa i democratici abbiano ‘vinto’ sui repubblicani sbaglierebbe.

L’America pop non è mai stata repubblicana come in questo momento. E’ piena di soldati fatti rientrare (da Trump) dai fronti caldi con i soldi delle diarie in tasca e la bandiera in giardino. E di grigliatori di barbecue che non vogliono più gang afro o latine per strada. Solo che è un’America che per gran fetta non ha voluto più che le sue pulsioni conservatrici passassero per un tycoon tamarro. La riprova sta nel fatto che gli stati della Bible belt e Rust belt, le cinture della Bibbia e della Ruggine, un po’ hanno tenuto. Quelle zone del paese cioè dove si concentra l’America Wasp, bianca anglosassone e protestante. E con essa l’America popolare, post industriale e disagiata. Elefantini a 24 carati quindi.

Donald Trump

Quella che le questioni razziali manco se le sogna perché si sente essa stessa emarginata in punto di censo. Biden ha vinto rosicchiando voti a quelli e perdendo per strada gran parte dei voti latinos. Però ha stravinto in quel ceto medio, anche di nuance repubblicana, che chiedeva solidità senza watt e progetti senza slogan kitsch e tweet incazzerecci. E che non avrebbe digerito il post socialismo di Bernie Sanders, un gigante-mago che ha saputo ritirarsi intuendo l’enorme appeal ‘democristiano’ del suo sostituto.

Biden si è preso il vantaggio del voto per posta più fluviale di sempre e thank you Covid. Perché da sempre sono i dem a votare mettendo i loro disegni in mano ai portalettere. Lo fanno perché invece il voto repubblicano è spesso ostentato, pugnace, fatto di grossi pick up che sostano davanti ai seggi. E, con il sovranismo alimentato da Trump, bullo in presenza.

Una presenza stradaiola che vedremo ancora fare ressa e rissa in ogni strada d’America. Joe ha saputo fare della sua debolezza, un certo grigiume da funzionario modello, il suo punto di forza assoluta. Forza irrobustita da uno storyboard personale soffertissimo. E ha sfondato, perfino nell’Arizona vaccara e coyoteggiante. Ha sfondato malgrado un recupero clamorosamente efficace del suo avversario. Avversario che avrà pure il piglio di Cetto La Qualunque, ma è meno scemo di quanto non suggerisca il suo esserlo in pubblico. Ora il Carta Bollata in Chief si sbraccia a scomodare quella Corte Suprema dove ha piazzato una sua sodale. Lui invece, Joe ‘l’addormentato’ come lo chiamava Trump, si è svegliato dal sogno.

E si è svegliato a metà strada fra la Situation Room e lo Studio Ovale. E con lui un’America nuova che assomiglia in tutto e per tutto all’America di sempre. Cioè all’America prima di Trump. Perché lo spartiacque non era politico, non lo è mai stato. Era umano. E questo politologi e sondaggisti non lo capiranno mai. Perché nessuno di loro si ricorda del cugino bullo che andava bene per truccare il motorino, ma guai ad invitarlo alle feste.

Lo zio d’America.

KATIE PORTER

A Yale la chiamavano Beaver, con pochissima delicatezza, cioè “Castoro”. L’allusione cafoncella era ai suoi incisivi “importanti”. E quel soprannome, appioppatole nella sua cittadina natale in Iowa, se lo portò dietro anche ad Harward. Un soprannome talmente tenace da far dimenticare gli sfondi su cui veniva pronunciato, Yale e Harward, cioè due delle università più prestigiose d’America. Due palestre di eccellenza per menti eccellentissime.

Katie Porter

Palestre nelle quali lei, Katie Porter, si è allenata a diventare quello che è oggi. E cioè un membro della Camera dei Rappresentati degli Stati Uniti in quota dem.

Anzi, probabilmente il più temuto deputato dell’intero arco parlamentare negli scontri face to face. Una che quei denti tanto perculati li ha trasformati da incisivi in canini e li usa per mordere polpacci. E non mollarli.

E la prova provata sta nei registri delle sue audizioni in sede di commissioni di inchiesta. Lì dove lei incalza chiunque le capiti a tiro come farebbe una mangusta con un serpente. La riprova? L’ultimo «feroce interrogatorio», così lo definisce la CBS, del Ceo di Celgene, Mark Alles. Chi è il tipo? E il boss di una casa farmaceutica che aveva fatto lievitare alle stelle i prezzi di un farmaco contro il cancro. Ma senza che quel farmaco avesse subito migliorie tali da essere più efficace che in origine e quindi sovra prezzabile.

Nel 2005 il Revlimid costava 215 dollari, l’anno scorso per comprarne una confezione ce ne volevano 765. Step clinici per integrare la formula, migliorarne l’efficacia e giustificarne l’aumento? Zero. Incremento netto annuo nella casse di Celgene dopo l’aumento? 13 milioni di dollari. Bonus che Alles si era auto assegnato per i profitti maggiorati? 5 milioni di dollari l’anno. Set, gioco, match. Almeno nelle intenzioni del farmafurbo e almeno fino a quando non è stato inquadrato in punta di carabina dalla Porter.

Che in un video sull’audizione diventato virale sul web è entrata, ha posato la borsa e senza salutare nessuno è andata alla lavagna. Dove ha graffiato con scatti nevrili impugnando il gessetto come un machete solo un numero: 13.000.000, seguito dal simbolo del dollaro. Poi si è girata, ha guardato Alles come un puma guarderebbe un rognone e gli ha chiesto se conoscesse quel numero. Alles ha balbettato di presumere che fosse l’utile sul farmaco farlocco, innescando la risposta al vetriolo della Porter. «Quindi e ricapitolando. Il farmaco non è migliorato, i malati di cancro non sono migliorati. L’unica cosa che è migliorata è la sua voglia di fare soldi. Lei ha appena incontrato un’altra sua qualità che non sapeva di avere: quella di ridurre i prezzi. Subito».

Tutti in piedi.

FLOP

KIIR MAYARDIT

Lo scopo è azzoppare il gigante nigeriano, che ha troppa Cina e troppa Russia nei suoi circuiti di business. E con più sbocchi sul mare, che per i Paesi in comparaggio con il petrolio è vantaggio d’oro zecchino. Quindi l’unico modo per farlo era puntare a nazioni africane in predicato di baratto. Fra cosa? Fra risorse e strappi alla democrazia. Nazioni come il Sud Sudan. Già, perché in Africa non esiste solo il Sudan, ma anche uno stato che prende il nome del punto cardinale da cui prese il largo dalla ‘madrepatria’. E il Sud Sudan, una volta Egitto dei Faraoni, è stato con milioni di contraddizioni. Innanzitutto ha un presidente modello.

E quando parliamo di ‘modello’ non diamo accezione ganza al termine. In Africa i leader-tipo sono di solito ex militari delle immancabili due etnie che si scornano dopo il colonialismo. Sono quelli che hanno vinto su due fronti. Su quello esterno, pitturando di legnate gli ex boss stranieri, e su quello interno, sbarazzandosi di pericolosi rivali.

Kiir Mayardit

Ecco, lui, Kiir Mayardit, è un po’ così. Cappellone da vaquero del Texas calato in testa anche quando ingaggia le donnine che tanto gli piacciono e aria bulla di chi tiene il potere a filo di machete. E soprattutto tanta, ma tanta voglia di fare affari con il colosso Usa Chemex. Su cosa? Su una mega raffineria di greggio da 100 milioni di investimento base con cui sperdere birra per motori in tutta l’Africa sub sahariana. E fin qui nulla quaestio.

Ma in Africa fare affari significa più che in altri luoghi derogare dalla civiltà. Quindi trattare con gli occhi bendati. Bendati ad esempio sul fatto che Mayardit è sospettato di aver fatto fuori l’ex presidente Garang per succedergli. Come? Nulla di che: diciamo ‘agevolando’ l’avvitamento dell’elicottero presidenziale e il suo botto al suolo con un missile terra aria Stinger. Roba che in metafora avrebbe fatto comodo a suo tempo ad Al Gore, diciamo.

Oppure, come riporta The East African, organizzando festini a luci rossissime per gli intermediari del mega business. Festini con ragazzine minorenni e fascine intere di kat. Cioè la potente droga stimolante che le sue truppe di etnia dinka usarono per restare sveglie e barbare quando presero il potere.

E in un mondo dove conta di più far partire un’utilitaria che far partire l’etica di questo non frega un beneamato a nessuno.

Capo, ma non di stato.

LOS ANGELES

Nell’immaginario collettivo quando uno pensa a Los Angeles non ha molto da setacciare. In mente schizzano subito al top il sole, le palme, le ville vista mare dei ricconi e il rock n’roll spensierato dei Beach Boys. Roba leggera per lo più, “legno morbido di pioppo”, come diceva Guareschi. Leggere quindi sul Los Angeles Daily News che la città è coinvolta in faccende di bollette, erogazione idrica e contenziosi fa un po’ specie. Perché uno il siparietto burocratico se lo aspetterebbe magari da Philadelphia o Boston. Cioè dalle città musone, quacchereggianti e severe della East Coast. Non da LA che ha Hollywood e la free cannabis.

Foto: Alek Leckszas

Eppure l’Fbi ha messo proprio la città in tacca di mira, e ha consegnato ad un giudice un fascicolo sfociato in sentenza. Pronunciamento per il quale la città è stata condannata a pagare 2,5 milioni di dollari ai suoi cittadini. Ed è una prima tranche che fa parte di un pacchetto monstre da 300 milioni di dollari, roba da embolo.

Si era nel 2013. E sotto accusa ci era finito il software di fatturazione dei consumi idrici. Con esso il Dipartimento dell’acqua e dell’energia. In buona sostanza il sistema inviava bollette maggiorate a tantissimi e bollette zero a pochi. Indipendentemente dai consumi.

Nel trappolone era incappato perfino Sammy Hagar. Chi è? Per i poveracci che non vanno oltre la trap è una rockstar planetaria. Secondo frontman di quegli stessi Van Halen che ad inizio ottobre avevano perso il genio della sei corde Eddie.

Anche Hagar, assieme ad altre migliaia di persone, aveva promosso una class action mostruosa. Questo perché gli erano arrivate fatture a cinque zeri su una villa in cui non aveva abitato. Per la cronaca era impegnato a sbolognare il suo castello di Lake Arrowhead, sempre in California. Inizialmente la città di Los Angeles aveva incolpato la società di consulenza Pricewaterhouse-Coopers. Ma gli avvocati maghetti della stessa erano riusciti a dimostrare che la società con le bollette giant non c’entrava nulla. Era scesa in campo l’Fbi, perché in America se fai il furbo sull’acqua diventi indagato federale.

La sentenza non ha tardato ad arrivare, e Sammy Hagar ha voluto festeggiare a modo suo, ricordando anche l’amico chitarrista scomparso da poco. Come? Esibendo la copertina di un disco che con Eddie aveva portato a successo. Il titolo in acronimo? F.U.C.K.

A adesso paga.

MENZIONE SPECIALE

MAHATHIR MOHAMAD

In Francia il terrorismo islamico è tornato ad uccidere e lo ha fatto in sequenza truculenta, micidiale ed inequivocabile. E, cosa ancor più grave ancorché sospetta, senza una vera regia. Cioè d’impeto e seguendo gli impulsi di radicalizzazioni speed. Vale a dire cotte e mangiate nell’arco di un attimo di raccoglimento davanti ad un coltellaccio e ad una sura. Perché Charlie Hebdo la butta giù ruvida, perché Macron ha dato capocciate a Erdogan, perché Parigi ha le mani in pasta in Libia. Poco cale: il dato che scavalca la semantica del terrore è che oltralpe si sgozzano persone: in chiesa, in piazza e per strada. Neanche il tempo di lenire il dolore per la Francia che sono arrivati poi le urla, gli spari e i morti di Vienna.

MAHATHIR MOHAMAD

Insomma, il clima non è dei più favorevoli a derive sceme sul tema. Poco giova dunque che Mahathir Mohamad, al quale già inviamo maledizioni per il numero esorbitante di H nel suo nome, abbia fatto retromarcia.

Da cosa? Da un post che aveva scritto subito a monte degli attentati. Post secondo cui «i musulmani hanno il diritto di arrabbiarsi e uccidere milioni di francesi per il massacri del passato».

In un nuovo post l’ex leader malese, perché di lui si tratta, aveva smentito se stesso. Un dietro front tanto goffo da assomigliare a quando retrocedi spiccio e investi il gatto di casa dopo aver sfondato il garage. E si è detto disgustato, secondo Al Jazeera, dalle interpretazioni decontestualizzate date dai social sporchi, infidi e bruttaccioni.

Forse Mohamad pensa di essere ancora ai tempi di Mompracem, invero sceneggiati. Ma dimentica che con i libri di Salgari non ci si tagliano capocce vicino alle acquasantiere, ci si inganna solo meravigliosamente il tempo.

Sindrome di Brooke.

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