Internazionale: protagonisti della settimana XLI nel mondo

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP

CLAUDIA SHEINBAUM

“A loro dobbiamo la storia del nostro paese, della nostra patria“. A chi si riferiva Claudia Sheinbaum in merito ad una statua scelta per ornare il Paseo de la Reforma a Città del Messico? Alle donne indigene, cioè a quelle che secondo il suo parere sono state la vera spina dorsale di una nazione che ha pagato pegno come poche all’imperialismo truce e in punta di archibugio dell’Europa, segnatamente della Spagna. 

Foto: Eneas Mx

La Sheinmbaum, che di Mexico City è la sindaca, ha colto l’occasione al volo per rimettere il Paese in asse con la sua storia più genuina, e nel farlo ha sagacemente tenuto d’occhio il calendario e le ricorrenze che segna. Spieghiamola: pochi giorni fa, il 12 ottobre, è stato il Columbus Day, il giorno che ricorda la partenza da Palos del navigatore ispanico-marrano-genovese alla volta di quelle che avrebbe scoperto essere le Americhe e non la Cina gioielliera che cercava. E in America da un po’ di anni quello è un giorno più funesto che glorioso

Il perché è presto spiegato: la partenza di Colombo e la scoperta delle Americhe fu lo start di una batteria di genocidi, di colpa e di dolo, con cui l’Europa presentò il suo insanguinato biglietto da visita alle popolazioni indigene. Città del Messico allora si chiamava Tenochtitlan, capitale del regno Azteco, e quest’anno ricorrono i 700 anni della sua fondazione. 

Perciò la sindaca ha fatto due più due: anniversario della partenza di Colombo più anniversario della Città che grazie a Colombo divenne uno scannatoio uguale Dia de la Raza, il Giorno della Razza. Razza indigena, razza fiera delle sua identità e della sua componente femminile. Componente che a dire il vero con gli Aztechi non è che stesse messa benissimo ma un’iperbole prog non guastava e quindi va bene comunque. Quindi nel germanicante Giorno della Razza dal Paseo de la Reforma è stata fatta sparire una statua di Colombo del 1800 e al suo posto è stata scelta la statua di una donna indigena

Sarà lei a guardare i passanti del Messico mentre il Messico si ricorda del suo passato. Quel passato di quando con le loro falangi di Guerrieri Giaguaro e con le Guerre dei Fiori gli Aztechi facevano alle popolazioni nemiche dei Nahua e dei Tlaxcala esattamente le stesse cose che gli Spagnoli avrebbero fatto a loro. La storia è fatta così: di orgoglio ed amnesie, ma alla fine un popolo non deve mai stare troppo lontano dalla sua identità, e questo la sindaca Sheinmbaum lo ha capito benissimo.

Arriba l’iconoclasta.

MUQTADA AL SADR

Determinare la composizione parlamentare di un Paese dove la rappresentanza politica segue l’usta della religione e del settarismo etnico è roba da oroscopo, più che da sondaggio, e l’Iraq non ha fatto eccezione. Anzi, anche a contare la nuova legge elettorale con circoscrizioni smart, collegi uninominali e candidati più indipendenti l’Iraq di questo vaticinio d’urna è stato regola maestra

Foto: Fars Media Corp.

Con un voto anticipato sorvegliato da Onu col taccuino e forze speciali che occhieggiavano gli elettori da dietro i cavalli di frisia e con i giovani attivisti che in piazza hanno boicottato fino allo stremo, quello che è uscito dalle urne irachene è stato il minimo sindacale. Una sorta di “quanto basta” per considerare il Paese un conato di democrazia ma non certo, non ancora una democrazia solida e tridimensionale, perfino nei suoi difetti. 

Hanno esordito le schede biometriche per evitare il voto plurimo e i brogli tanto cari ai pirati del consenso, è vero, ma quello che del voto iracheno si temeva era il merito, più che la forma. Perché non tutte le vittorie legittime sono vittorie buone e non tutti gli stalli messicani sono indice di vigorosa dialettica democratica. O almeno non nei Paesi dove dietro il potere c’è sempre un mitra, un versetto del Corano o una strizzatina d’occhio all’Iran sciita e nucleare che secondo l’Agenzia Atomica Internazionale ha appena prodotto 120 chili di uranio in più del dovuto e “chissà perché”

Ne sa qualcosa Muqtada Al Sadr, ex conducator ammazza yankees con l’esercito del Mahdi ed oggi ago sciita della bilancia irachena con la coalizione Sairoon, visto che i numeri paiono avergli consegnato il Paese. C’erano da scegliere 329 deputati  e da insediare un governo e a deciderlo ci è andato il miserrimo 41% degli aventi diritto, cifra nanissima perfino rispetto al già nano 44% del 2018. Ecco, Sadr di seggi se ne sarebbe presi 74, quanto basta per dettar legge nel complicato gioco di alleanze che verrà e additare un premier.

E’ andata quindi che l’uscente Al Kadhimi, già oppositore di Saddam, ex esiliato, capo spione, giornalista e pupillo di Washington le ha prese dai Sadristi. Costoro, da ex sparatori di marines sono diventati bestie nere dell’Isis e miliziani non più del Mahdi, ma “della Pace”, trasformandosi da sgherri in papabili guide di un Paese tuttora in cerca di bussola. Il tutto con un occhio all’Iran e all’islam sciita, cioè a quello che riconosce a Maometto l’infallibilità assoluta anche fuori dalla materia della fede, per esempio in politica. 

Chi ha vinto? Al Sadr e l’integralismo temporale. Chi ha perso? Al Kadhimi e il trasformismo un tanto al chilo. Chi ha perso davvero? Ovvio, l’Iraq che guardava al futuro. Cosa ha perso? L’ennesima, forse l’ultima, occasione per guardarci, ma non lo sa ancora.

Apriti Sesamo.

DOWN

DAVID CHIPMAN

Non ce l’ha fatta, e quel che è peggio, con lui non ce l’hanno fatta quelli che avrebbero voluto che ce la facesse, cioè la Casa Bianca, Joe Biden e il Partito Democratico Usa. Malgrado 25 anni di servizio attivo come agente operativo e malgrado alcune brillanti operazioni sul traffico di armi. Traffico dalla Virginia che è sovranista da sempre al nord rugginoso che sovranista lo sta diventando. David Chipman ha ritirato ufficialmente la sua candidatura alla carica di direttore del Batf, una delle agenzie federali Usa più potenti e, a sentire chi di queste cose ne mastica, forse la più potente di tutte. 

David Chipman

Cosa rende il Batf, che pare abbia mire sulla nostra Trieste, un vero e proprio “regno a parte”? La natura di ciò di cui si occupa, ovvio: l’alcol, il tabacco, le armi da fuoco e le indagini sugli attentati con esplosivi. Il Bureau of Alcol, Tobacco, Firearms and Explosives dipende dal dipartimento della Giustizia e ha le mani in pasta sugli spot più nevralgici della vita Usa perché sono gli spot più danarecci, quelli a cui sono legati gli interessi legali più vicini di sempre all’illegalità. 

E Chipman, agente senior gradito a Biden, aveva provato la scalata, ma è ruzzolato giù dalla china dei suoi stessi peccati di eccellenza. La sua nomina era andata in stallo per mesi e l’amministrazione Biden stava facendo di tutto per salvare la faccia: non a Chipman, ma a chi lo aveva sponsorizzato, cioè lei stessa. Poi è arrivata la resa e la telefonata del presidente a Chipman stesso: “Ritirati ché non ce la facciamo”. 

Perché “non ce la facciamo”? Perché il lato repubblicano del Congresso ha detto no, dice Joe Biden che incolpa gli avversari di aver “perso un ottimo direttore”. Ma anche perché alcuni Dem avevano detto neanche loro Chipman lo avrebbero mai votato, lo avevano detto sempre a Biden che a quel punto, paviduccio, non ha saputo più chi incolpare della mancata occasione, se non Chipman stesso. 

Il tipo è “chiacchierato” perché è consigliere del gruppo sul controllo delle armi Giffords. Attenzione: negli Usa le lobby sono legali e chi rappresenta un gruppo di potere deve solo dirlo chiaramente, nessuno gli bacchetterà mai le mani in punto di diritto, anche se ricopre ruoli pubblici. Ma il comparaggio fra Chipman e il gruppo che da tempo si batte per la sicurezza delle armi da fuoco è troppo stretto per non costituire peccato originale in un Paese che al sessappiglio delle armi da fuoco non rinuncia in maniera bipartisan. 

Negli anni la potentissima National Rifle Association ha stroncato più carriere che vite e ne sa qualcosa la stessa fondatrice del gruppo, Gabby Gifford, che dopo essere stata resa invalida da un colpo vagante sparatole in testa nel 2011 aveva lottato come una leonessa, ma con risultati minimal. Insomma, in polpa Chipman è troppo “pacifista” per dirigere il Batf e il suo stesso Partito glielo ha ricordato

Il dato politico è che negli Usa il direttore del Batf deve avere il placet di tutti, ma proprio tutti. Il dato etico è che negli Usa il direttore del Batf non deve avere macchie, e negli Usa combattere la cultura delle armi è la macchia più grossa di tutte.

Disarmato.

GAVIN NEWSOM

Da uno che è stato sindaco di San Francisco, città icona delle lotte civili su sesso consapevole e free gender e che è pure governatore della California fresco di rielezione, stato che sulla libertà ci ha costruito una mistica, ci si sarebbe aspettata maggior celerità. Questo anche a contare che sul tavolo di Gavin Newsom la legge sullo stealth ci è arrivata con i voti unanimi di Camera e Senato statali, insomma confezionata solo per una firma veloce veloce, “a sentimento” come diciamo noi italiani spicci a sud di Firenze. 

Foto: Charlie Nguyen, Berkeley (California)

Definiamo legge sullo stealth sennò qui credono che parliamo di bombardieri che eludono i radar, anche se a ben vedere il principio è lo stesso: il parlamento dello stato con l’Orso in bandiera ha approvato una legge che renderebbe l’atto di rimuovere di nascosto il preservativo prima del sesso (stealthing, appunto) equiparabile ad una violenza sessuale minore in termini di ricorso e danni. 

Lo scopo era rendere quella condotta un reato, ma la sponsor fierissima del disegno, la deputata Cristina Garcia, aveva intuito che su certe cose è meglio procedere per gradi. Perciò, dopo un primo tentativo fallito qualche anno fa sul filone penale, ha “bussato” sull’impugnabilità civile e sul risarcimento danni e ha fatto bingo, incassando il si corale in parlamento statale. 

La palla, palla speranzosa, era quindi passata al governatore della California Gavin Newsom, che aveva tempo fino al 10 ottobre per la firma e che ha traccheggiato prima della stessa fino alla più nevrotica delle zone Cesarini. I media locali saranno stati anche pruriginosi e infamucci nel citare fonti repubblicane federali che avrebbero “consigliato” a Newsom di pensarci bene prima di impugnare la stilografica figa, ma senza controprova il dubbio resta. 

Pare che gli “orsi” repubblicani lo abbiano allettato con la promessa di una politica più soft rispetto agli esposti di alcuni sceriffi di contea che il nostro, nel suo attico al 1526 di Hyatt Regency  si è guadagnato per essere troppo “morbido” con l’immigrazione clandestina.

Lo stealthing era un treno veloce e Newsom, che ha avuto una certa Kamala Harris sui banchi del governo, lo ha fatto diventare l’accelerato per Piovarolo. Forse c’entrano le elezioni straordinarie di settembre, con Newsom impegnato a picchiare duro il battagliero conduttore di talk show repubblicano Larry Elder. Tuttavia resta il fatto che in uno Stato dove i dem superano i conservatori per 2 a 1 ritardare una lotta di civiltà è stato sbagliato anche in punto di strategia.

E se in politica anche la velocità di un atto è il sintomo della fiducia etica che in esso si ripone (vero, cari Dem di casa nostra col Ddl Zan?) allora la California di Newsom è più lumaca che gheparda.

Attico senza profilattico.

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