Internazionale: protagonisti della settimana XXV nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

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DAVID DUSHMAN

David sapeva benissimo che i cingoli larghi del suo T-34 prima o poi gli sarebbero tornati utili. Il commissario del popolo, un colonnello georgiano come il Padre della Patria, glielo aveva anche spiegato magnificando la novità, ma lui non l’aveva ancora capita bene. Lo capì quel 27 gennaio del 1945, quando usò l’impennaggio della corazza inclinata e quei grossi pattini rotanti più larghi di quelli di qualsiasi panzer per abbattere la recinzione elettrificata di Auschwitz. Lo fece alla fine di una lunga cavalcata meccanizzata ad inseguire gli odiati tedeschi con l’intento dichiarato di prenderli a ditate negli occhi, possibilmente fino a Berlino.

David Dushman

Una volta dentro al campo David sollevò la botola frontale, gettò uno sguardo intorno, vide un orizzonte di scheletri che ululavano muti e vomitò, vomitò e pianse

«Noi non sapevamo quasi nulla di Auschwitz – avrebbe detto poi David ad un giornalista del quotidiano Sueddeutsche -. Uscirono barcollando dalla caserma, si sedettero e si sdraiarono tra le cataste di morti che con gli occhiali da carrista sporchi di grasso avevamo scambiato per legna secca impilata. Fu orrendo. Abbiamo buttato loro tutto il nostro cibo in scatola e siamo andati subito a dare la caccia ai fascisti, in quel momento non volevamo fare altro: ammazzarli tutti».

David aveva combattuto a Kursk e a Stalingrado, aveva visto la morte declinata in ogni possibile forma, colore, sapore o fetore, ma la morte com’è davvero la conobbe ad Auschwitz

Finita la guerra diventò uno schermidore provetto, guidò la nazionale femminile alle Olimpiadi e da sfigatissimo ebreo russo dovette assistere anche al massacro di Monaco ad opera di Settembre Nero. David, David Dushman di 98 anni, l’uomo che vide tutte le morti nel mondo nella morte dell’Olocausto, è morto venerdì scorso in una clinica di Monaco.

Era l’ultimo soldato in vita fra quelli dell’Armata Rossa che avevano liberato Auschwitz, l’ultimo ad aver visto coi propri occhi e i cui occhi ancora si inumidivano. Occhi che diventavano polle strette di sale liquido dove noi vediamo solo vecchi documentari, post negazionisti cretini e teste rasate che non sanno, teste fortunate nel vuoto cosmico che contengono, ignare di quello che osannano scimmiottando l’Abominio. 

E niente, volevamo solo dirvelo, che David ci ha lasciati, così magari il prossimo cancello lo abbattiamo noi in suo nome, o magari facciamo un mondo senza più cancelli.

Shalom, compagno.

PCC

La vulgata democristiana dell’Italia rurale immune al boom attribuiva ai comunisti una perfida e cannibale peculiarità: secondo i furbi favolisti dello scudo crociato i comunisti mangiavano i bambini. Le grandi carestie del 1921/’23, gli isolati orrori dell’assedio di Stalingrado e le vignette di Walter Molino sulla Domenica del Corriere contribuirono ad alimentare il mito per cui se nel cuore avevi falce e martello nello stomaco avevi costolette di pargolo, fatta eccezione per Fassino a cui si ripropone anche il brodo.

E a traino dell’Urss ci andò la Cina, paro paro per le stesse ragioni di fame sistemica diventata stornello horror kitsch. A dire il vero, fatte salve guerre e carestie di esordio dei due grandi leviatani socialisti, questi paesoni di pargoli e nuove nascite ebbero bisogno e come. Era il bisogno spasmodico che hanno le nazioni immense in fregola di foraggio demografico per alimentare la loro utopia almeno all’inizio. Poi le cose cambiarono.

La Cina per esempio, nel 1979/’80, decise che l’incremento delle nascite era diventato eccessivo per la sua autarchia e mise un freno: si poteva fare solo un figlio, chi avesse “sforato” rischiava e non certo sanzioni light. La politica del figlio unico tenne botta fino al 2013, quando la nuova Cina che del comunismo conservava la buccia ma che vedeva la mistica del business germinarle in polpa portò il limite massimo a due figli. Poi, mentre al mondo succedevano tante altre cose, una in particolare era andata a rodere il Grande Dragone: i vecchi invecchiavano, il lavoro decuplicava perché la Cina aveva scoperto il capitalismo e in età lavorativa ci arrivavano sempre meno persone.

Ecco perché il PCC, il Partito comunista cinese – e datemi un amen per la caparbietà di chiamarti così quando fai tresca anche coi marziani – ha rimosso il limite dei due figli per famiglia e lo ha portato a tre. La notizia è di questi giorni e l’ha lanciata l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Ed è una notizia che dà la cifra esatta di dove il Dragone vuole andare a parare per il prossimo cinquantennio: alla leadership. Perché se noi occidentali abbiamo la benedizione della libertà loro hanno la maledizione del predominio e settano le loro dimensioni in base alle sfide che intendono raccogliere e vincere. La Cina del terzo millennio è un unico, immenso cantiere guardato da un unico, immenso esercito che porta a spasso per il mondo un business plan che ha sfrattato l’etica prima e più degli altri.

Pechino fa affari con tutti, offre prestiti, incassa insolvenze e si fa pagare in materie prime, cantieri e debito pubblico nazionale, ultimamente con un’autostrada non pagata si è praticamente mangiata il Montenegro. Scherzando scherzando si è rosicchiata tre quarti di Africa e ha bisogno di forza lavoro per sostenere questa gigantesca impalcatura: di soldati, operai, ingegneri, ufficiali di partito, commercianti e scienziati. E dal suo punto di vista ha fatto bene i conti per continuare a mangiare in futuro: non bambini, ma nazioni.

Cicogna mandarina.

FLOP

KAMALA HARRIS

Kamala Harris e Joe Biden

Il «Do not come, do not come» di Kamala Harris ha fatto il giro del mondo, continua ad orbitare negli editoriali planetari e sta diventando slogan bifido. Da un lato quel «Non venite, non venite» era apparso sacrosanta invocazione di un governante a ché i migranti non raggiungano di stramacchio il suo Paese. Poi c’è l’altro lato, quello per cui molti in quel gargarismo padronale ci avevano visto una sorta di ingiunzione, ancor più fuori luogo perché pronunciata da una vicepresidente Usa icona dell’inclusione. Una cosa è chiara: in tema di contrasto all’immigrazione illegale gli Stati Uniti avranno sempre doveri più tosti delle loro pulsioni etiche, dem o repubblicane che siano.

Della Harris in questo periodo si ricorderà, tanto per restare sul pezzo, il suo primo viaggio ufficiale nel triangolo dei migranti, quello El Salvador-Honduras-Guatemala. Un triangolo senza un vertice dato che il Salvador è rimasto pia intenzione di agenda. La vice di Biden invece aveva fatto nido in Guatemala ed aveva tenuto una conferenza stampa con il chiacchierato presidentissimo Alejandro Giammattei. Durante il summit e in faccia a decine di flash la Harris aveva detto che gli Usa avrebbero istituito una task force contro “la tratta di esseri umani, un gruppo incaricato di dare supporto ai pubblici ministeri del Guatemala e di creare una magistratura indipendente che decida senza farsi corrompere o influenzare.

Chiariamola meglio e liquidiamo i personaggi minori della faccenda: il Guatemala è corrotto, il suo presidente arresta gli oppositori e le migrazioni verso gli Usa sono un business a sei zeri. Insomma anche Zio Sam ha la sua Libia con le cui corruttele fare i conti. Però ai più non è sfuggita la solennità un po’ tonta con cui Kamala Harris ha preso due inciampi. Li ha presi ed ha offerto il fianco a quanti in questi mesi l’hanno accusata di essere dov’è più per quel che è che per quello che sa fare.

Quando mai si è visto che un Paese istituisce una task force per “educare” la magistratura, sia pur corrotta, di un altro Paese? Certe cose si fanno ma non si dicono e i “meregani” in questo sono sempre stati maestri. E ancora: perché, o Kamala, invocare l’indipendenza della magistratura, la sua purezza rispetto alle influenze del sistema complesso che tiene a governo, quando vieni da un paese che i giudici li elegge con vere e proprie campagne elettorali come se fossero in corsa per un seggio alla Pisana?

Anche in questo caso ci sono argomenti che vanno lasciati a decantare perché, come diceva Kissinger, «Tutti siamo uomini del presidente, specialmente i giudici, ma non devono saperlo». Kamala Harris ha la mission di confermare che dietro la forma della sua funzione di totem c’è la sostanza del pensiero complesso che gli Usa richiedono ai suoi leader. È ora perciò che capisca che non bastano i requisiti per salire sul ring della geopolitica: con quelli ci vinci il giro di giostra, ma stare in arcione al cavalluccio è tutta un’altra cosa.

Le faremo sapere.

LA TURCHIA

Quando si parla di nuove frontiere della guerra guardiamo tutti l’orologio del mondo che fa cose bizzarre: da un lato ci dice che il progresso avanza, dall’altro ci suggerisce infido che il progresso non è la civiltà, e che quindi abbiamo ben poco da ridere. Poi, a volte, l’orologio accelera e lo fa al polso di paesi che, Dio ci perdoni, avremmo preferito impegnati ancora a sfregare pietre per arrostire mammouth, paesi come la Turchia.

Leggiamo su The National Interest, rivista Usa specializzata in geopolitica ed armi, che «il drone Kargu-2 è una delle più inquietanti e letali macchine da guerra prodotte dall’industria turca. Un vero e proprio asso nella manica di Ankara». Che fa l’attrezzo? E’ un quadrimotore ben diverso dal più conosciuto Bayraktar: uccellaccio sì, ma da sorveglianza. E tutto sommato ha peculiarità che a prima vista non lo rendono così infido: vola per massimo 30 minuti e può allontanarsi dal nest (nido, cioè dalla base di lancio) per massimo 5 chilometri ad una velocità massima di 72 kmh.

Messa così pare roba da matrimonio, mercanzia buona per riprendere lo zio beone che si intasca i confetti e molesta la guardarobiera. Ma il Kargu 2 fa una cosa che lo mette, lui e la Turchia, nelle avanguardie nere della guerra disumanizzata: è autonomo. Cioè? Il meccanismo di azione si basa esclusivamente sul primo comando dato dal pilota. «Una volta che l’addetto inserisce all’interno del software del Kargu-2 le coordinate d’attacco o che inserisce il profilo per il riconoscimento facciale dell’obiettivo, il drone viaggia in maniera del tutto indipendente dai comandi del pilota, e piomba sul bersaglio esplodendo a pochissimi metri dal suolo. Dal momento dell’inserimento dei dati, il pilota, in sostanza, può completamente disinteressarsi del bersaglio e del Kargu, aspettando solo la buona riuscita della missione».

Capito? Va alla guerra da solo, punta l’obiettivo e, anche se nel lasso di tempo in cui lo cerca appare Ghandi che lievitando nel cielo convince tutti a far pace non c’è nulla da fare, lui fa il botto. Lo fa perché la società Stm non ha previsto alcun comando da remoto di autodistruzione. Solo pochi mesi fa la Turchia ha cinturato la Libia con decine di questi corvi fino ed ha fatto stragi sontuose. Tuttavia il problema è più generale perché ridisegna completamente l’etica dei conflitti, ove mai ve ne fosse mai stata una.

Lo ha scritto benissimo Giampaolo Cadalanu su Repubblica quando, ripreso da Insideover, ha precisato che «la Campagna per fermare i robot assassini è una battaglia che ha soprattutto l’esigenza di evitare che le guerre finiscano in un’area completamente disumanizzata, con macchine che non possono in alcun modo compiere complesse scelte etiche». Perché avremmo voluto che Terminator, con le sue macchine trucide e killer che sfuggono al controllo umano e che prendono quello del pianeta, restasse un film godereccio da rivedere in seconda serata.

Sarah Connor chi?

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