Internazionale: protagonisti della settimana XXXI nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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SVIATLANA TSIKHANOUSKAYA

Sviatlana Tsikhanouskaya (Foto: Daina Le Lardic / European Union 2020 – Source : EP)

Pregio assoluto della signora Sviatlana: è la più fiera oppositrice del di(rot)tatore bielorusso Alexander Lukashenko. Trascurabile difetto della medesima: per scrivere il suo cognome bisogna creare uno stargate temporale e poi rientrare alla tastiera. Ma la signora Sviatlana Tsikhanouskaya è soprattutto quella che il suo mestiere di spina nel fianco del tiranno bullo di Minsk lo prende molto ma molto sul serio.

Come? Semplicemente andando in tour nei paesi democratici del mondo a chiedere non solo fumosi endorsement etici o condanne concettuali, ma un vero “embargo” economico mirato che metta il cappio intorno al collo degli interessi materiali del sistema di potere che vuole eradicare. È già successo con l’Ungheria di Orban, che ha un fratello che magheggia coi materiali di risulta e che punta alla leadership nel calcestruzzo, guarda caso settore funestato negli ultimi tempi da inspiegabili incidenti a cantieri chiusi.

In Bielorussia il tallone di Achille di Lukashenko è nel settore di derivati del potassio, poi in petrolio, legno e acciaio. In quegli ambiti se non compra il cugino bullissimo russo l’ossigeno per la dittatura va in rosso, e Putin può fare da acquirente fino ad un certo punto. Ecco perché Tsikhanouskaya ha espressamente chiesto sanzioni mirate al Segretario di Stato americano Antony Blinken.

L’idea sarebbe di mettere in tacca di mira il produttore statale di fertilizzanti a base di potassio Belaruskali, includendolo nel novero delle sanzioni “tiepide” che già Unione Europea e degli Stati Uniti hanno messo in atto contro Minsk.

Lo scopo, ha detto la Tsikhanouskaya a Reuters, è dare “un colpo fatale al regime, per indurlo a cambiare condotta e a liberare i prigionieri politici. Io credo che sia giunto il momento per i paesi democratici di unirsi e mostrare i denti”. E quando riesci a far diventare il tuo nemico un nemico del mondo una mezza vittoria l’hai già ipotecata, perché quando quel nemico cadrà, magari di suo, il mondo intero si ricorderà della tua battaglia, e ti accetterà come alternativa ufficiale e riconosciuta.

Pasionaria furba.

HARIEL HENRY

Ariel Henry

Nel giro di una manciata di giorni Haiti ha visto un presidente ammazzato da un cartello criminale con smanie democratiche, un primo ministro dimissionario ma non ancora dimesso e un “secondo primo ministro” che ha già giurato ad una nazione divisa in due. Ce n’è insomma quanto basta per mandare in pappa un onesto cervello occidentale.

Ed è esattamente il motivo per cui la nomina tempestiva di Ariel Henry ai vertici dello scalcagnato e corrottissimo governo locale porta con sé un filino di ottimismo.

Questo non perché tanto peggio di così non potrebbe andare e tanto valeva mettere al comando Baron Samedi, spirito madre del vudù, ma perché in un paese di lenze Henry sembra essere il capoccia meno birbaccione di tutti.

Pochi giorni fa il nuovo premier haitiano ha prestato giuramento durante una cerimonia nella capitale Port-au-Prince. Lo ha fatto, per suo espresso volere, nei giorni dedicati alla commemorazione dell’assassinio del presidente Jovenel Moise, chiacchieratissimo capo di stato con la mania dell’export di banane, a volte farcite d’altro.

Henry era stato spinto in fretta e furia ad assumere la guida politica da un Core Group di importanti diplomatici internazionali. Il consesso era composto dagli ambasciatori di Germania, Canada, Spagna, Usa, Brasile, Francia, Unione Europea, rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’OSA (Organización de los Estados Americanos). Insomma, il mondo che conta aveva visto la crisi arrivare e ci aveva messo rimedio con un uomo che doveva stare a metà strada esatta fra fantozzismo e fantoccismo.

E invece Hariel, neurochirurgo di 71 anni ed ex ministro in odor di dissidenza del governo che ora presiede, li ha spiazzati tutti in tre mosse tre. Eccole: ha fatto arrestare già 21 persone per l’omicidio del presidente come pura affermazione dello Stato di Diritto; ha messo sotto inchiesta il premier ad interim del paese Claude Joseph, sospettato di brigare con il malaffare e con i servizi Usa; ha promesso di condurre il Paese alle elezioni di settembre.

Poi ha detto al Miami Herald: “È in un contesto di estrema polarizzazione che dobbiamo trovare e attuare una soluzione duratura alla crisi multiforme con cui dobbiamo confrontarci”. Che significa? Che la rotta deve essere netta, e deve prendere le distanze sia dalla corruzione endemica di Haiti sia dall’ombra di quei Paesi che per i loro interessi quella corruzione l’hanno determinata. Salvo poi condannarla in un gioco di ruolo che il nuovo primo ministro ha capito benissimo da subito.

Spillone nella bambolina del G7

FLOP

JAIR BOLSONARO

Jair Bolsonaro Foto: Alan Santos/PR

Oramai lo perculano pure gli ambientalisti influencer che fanno il verso alle boiate che gli sono venute fuori durante la pandemia. E attenzione, parliamo non solo di gaffes sul piano della comunicazione, ma del fallimento assoluto, massivo e tremendo dell’argine al covid che il Brasile di Jair Bolsonaro ha incarnato grazie allo scetticismo distratto del suo leader.

Nessuno si è stupito più di tanto perciò quando qualche settimana fa, ad accendere la miccia, ci ha pensato proprio una star dei social carioca come Klinger Duarte Rodrigues.
Glissando come Carneade per don Abbondio su chi sia costui e concentrandoci sulla polpa di ciò che ha fatto la mettiamo semplice: il signore si è vaccinato e si è fatto fotografare in costume da serpente, anzi, in costume da anaconda, anzi, come ha scritto lui in costume da “Sucurì”.

Chedè? E’ il nome che gli indios dell’Amazzonia danno al gigantesco serpente costrittore che popola le acque del bacino dell’Orinoco.

Pochi giorni dopo un altro personaggio del web si è fatto vaccinare con tanto di foto a corredo. Lui invece era vestito da alligatore. Memorabile lo scatto di qualche giorno fa di un portalettere dello Stato di San Paolo, forse il più falcidiato dal covid, che per la sua vaccinazione ha scelto l’ennesima mise rettiliana: lui era vestito da iguana.

Insomma, per dileggiare ed accusare al tempo stesso un presidente che ha snobbato quel che covid poteva fare i brasiliani si stanno vestendo da rettiliani. Perché?

La riposta sta in un’affermazione che Bolsonaro fece quando in Brasile i morti erano arrivati già a 400mila (oggi sono 550mila). In quell’occasione il presidente, per dimostrare il suo scetticismo nei confronti dei vaccini e per motivare l’acquisto di stock al ribasso in quanto a numeri aveva detto che una una dose di Pfizer avrebbe “trasformato i brasiliani che la ricevevano in alligatori”.

E i brasiliani, che tramite gli ambientalisti e parte del parlamento lo vogliono mettere in stato di impeachment, a Bolsonaro glielo stanno rinfacciando alla carioca maniera, a metà fra travestimento e denuncia sociale, vestendosi tutti i panni di quella specie che lui aveva usato per le sue iperboli “Ni-vax”.

Secondo fonti media ufficiali da Brasilia Bolsonaro sarebbe pentito della sua condotta, ma è difficile spiegarlo alle migliaia di morti che quelle condotta ha quanto meno incentivato.

Lacrime di coccodrillo.

LA CIA

I dipendenti della Cia e i contractor che lavorano per i più scafati fra gli spioni americani che operano all’estero ogni tanto vengono prelevati e sottoposti alla macchina della verità, al poligrafo. Come funzioni lo dice la parola stessa: comparando più dati di più parametri fisiologici il coso stabilisce se chi sta rispondendo mente. E quindi schiude un mondo per far tana su tradimenti, doppiogiochismo e tutto il serpentame vario tipico delle barbe finte.

Un poligrafo Cia aveva fatto licenziare nel 2012 Sohail Pardis. Noi questo tipo lo abbiamo già conosciuto. Ve lo ricordate Ameen, l’interprete a cui i talebani avevano ucciso il fratellino per rappresaglia contro il suo lavoro al fianco degli americani? (Leggi qui: Internazionale: protagonisti della settimana XXVI nel mondo).

Per osmosi cautelare gli demmo un nome falso così come glie lo aveva dato Al Jazeera, ma non serve più. Non serve perché il vero nome di Ameen era proprio Sohail Pardis e non serve perché i talebani hanno ammazzato e decapitato anche lui. Già, prima ammazzato, poi decapitato, lo dice il Sun.

Il racconto lo ha fatto alla CNN il suo amico e collega Abdulhaq Ayoubi: Sohail era andato e prendere la sorella ad una festa. Durante il viaggio era stato stato fermato a un posto di blocco i cui ceffi lo avevano prima accusato di essere un collaborazionista degli infedeli, poi avevano sparato alle gomme della sua auto ferma, poi a lui avevano spiccato la testa dal busto.

Ayoubi ha raccontato anche che il suo amico aveva contattato una fonte Cia per entrare nel novero dei 18.000 afgani stanno cercando visti speciali per immigrare negli Stati Uniti.
Ma la Cia lo avrebbe ignorato perché, nel 2012, Sohail aveva fallito la prova del poligrafo, entrando nel novero dei sospetti e dei licenziabili.

Unico piccolo particolare, ammesso dalla Cia stessa in un cartaceo stanato dalla CNN: quel report del poligrafo era stato definito “rivedibile”. Perché? Perché Sohail non era solo un traduttore, ma un agente giordano il cui ruolo era noto ai vertici di Langley e alla divisione afghana. Lui era stato addestrato ad ingannarlo, l’attrezzo.

Ma nessuno lo ha ascoltato ed ora è sepolto in due pezzi nella terra che aveva contribuito a difendere.

Se la Cia ti fa ciao.

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