Internazionale: protagonisti della settimana XXXIII nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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LE DONNE AFGHANE

Foto: SRA Bethann Hunt / The U.S. National Archives

Hanno fatto muro, contro la paura prima che contro gli studenti, ormai fuori corso, coranici. La maggior parte delle donne afghane ha un solo paradigma per misurare il ritorno dei Talebani culminato con la “presa” di Kabul: quello del terrore. Terrore per loro come persone inserite nella peggior variante “regionale” della shaaria e terrore per loro come mogli, madri e sorelle di cittadini ormai disabituati da 20 anni all’ortodossia che conobbero e protetti per quattro lustri dalla stessa grazie alle armi straniere, perciò perseguitabili in punto di Corano e punta di mitra.

Le donne afghane avevano il diritto di non prendere in considerazione la nuova verve parolaia dei talebani “sindaci” invece che tagliatori di teste, studiosi di governo e affari invece che del fiqh, l’inflessibile Diritto Coranico. Avevano ed hanno questo diritto perché di fronte a loro le donne afghane non hanno le sottigliezze dell’analisi geopolitica da lontano, ma solo la tremenda possibilità, vicinissima al loro respiro, che sia tutta una finta. Che i talebani cioè giochino a fare i proconsoli moderati per attirare gli investimenti cinesi, ma che poi ricadano nel vortice macellaio di origini che non hanno mai resettato.

Le donne afghane hanno paura che all’orizzonte non ci sia nessun New Deal col turbante e che per loro torni un Medio Evo che non potrebbero sopportare più.

E invece qualcosa è cambiato e le donne afghane hanno dato cenni chiari in faccia ai loro stessi dubbi: la vita di prima non la vogliono più e neanche i presidi di piombo e barbe truci agli angoli di ogni strada le hanno spaventate. Lo fanno capire nel condurre un TG ed annunciare su Twitter di essere state proscritte e cacciate, nell’augurarsi davanti ai microfoni di poter proseguire gli studi e nell’amministrare una cittadina asserendo di attendere l’ineluttabile, ma senza mollare. Perfino nel rimettere quell’abito incappucciato sottolineando che magari cederanno terreno ma col cuore greve di chi sa cosa ha conquistato e sente cosa potrebbe perdere.

Le donne afghane sono sole nella loro nuova battaglia ma forti della forza che quella solitudine ha dato ai loro intenti. Perciò noi, nel chiedere loro scusa per averle lasciate in balia della storia, alziamo il velo sul grugno della solidarietà di facciata e le teniamo strette strette in almeno uno dei nostri pensieri quotidiani. Perché adesso la sola speranza per le donne afghane è che, da terroristi, i talebani si siano trasformati in mafiosi.

Fiori d’acciaio.

L’ARABIA SAUDITA

Il Ritz Carlton (Foto: Sofi Layla)

Religione e virus non sono mai andati d’accordo, perché le manifestazioni esteriori della prima sono autostrade a dieci corsie per la diffusione dei secondi. Il coronavirus non fa certo eccezione, come non fa eccezione la religione musulmana che quando si tratta di mettere in moto i suoi pellegrini sta fra l’oceanico e il quasi planetario. E’ stato esattamente per questo motivo che, pur turandosi il naso alla guisa del miglior Montanelli, l’Arabia Saudita aveva bloccato illo tempore i mega pellegrinaggi Umrah.

Che roba è? Si tratta dei pellegrinaggi “minori” che i fedeli musulmani compiono quando sentono il bisogno di visitare i luoghi sacri ed iconici dell’Islam, uno dei quali guarda caso si trova alla Mecca, che sempre guarda caso è proprio in Arabia Saudita. Attenzione, quando parliamo di pellegrinaggi minori viene facile accostare l’aggettivo alla esiguità numerica di quel fenomeno: sbaglieremmo e di grosso.

In questo caso e nella rigida mistica islamica “minore” sta per “libero”, vale a dire che si parla di tutti i pellegrinaggi che vengono effettuati non nel periodo canonico, quello del dodicesimo mese dell’anno. Va da sé quindi che questi pellegrinaggi, comunque validi in quanto ad effetti mistici, sono la sommatoria di tutte le visite che tutti i credenti musulmani dello sconfinato universo coranico compiono nei restanti undici mesi dell’anno, roba da numeri esponenziali quindi.

Ecco perché l’Arabia Saudita ha annunciato che sono di nuovo ricevibili le richieste per quei pellegrinaggi alla Mecca e, a distanza di poche settimane, ha già ricevuto oltre due milioni di istanze. Gli stranieri potranno andare di nuovo alla città santa della Mecca ma con il “green pass”, vale a dire con il certificato di vaccinazione, altrimenti meglio una preghiera verso est da dove si vive e non se ne parla più. L’escalation di richieste è stata mostruosa: si è passati da 60mila permessi rilasciabili ogni mese a due milioni a disposizione ogni 30 giorni e la cifra è stata già raggiunta per agosto.

Lo sostiene l’agenzia di stampa saudita, che precisa con tigna sanitaria encomiabile che “i pellegrini vaccinati provenienti da Paesi nella lista di non iscrizione dell’Arabia Saudita saranno soggetti a quarantena istituzionale all’arrivo”.

I due pellegrinaggi più importanti dell’Islam, quello alla Mecca ed alla Medina, non sono solo sacelli di mistica, ma anche fonti di introiti giganteschi per un Paese che non punta solo a spillare petrolio dalla terra, ma anche danè dal cielo. Danè che in tempi normali, fra donazioni e indotto commerciale, portavano nelle casse di Ryiad la “sommetta” di 12 miliardi di dollari all’anno, roba che Ildebrando di Soana scansati.

Allah è grande, grande e utile.

FLOP

LA NUOVA ZELANDA

Uno dei panorami della Nuova Zelanda

Concedere la residenza a cittadini stranieri all’interno dei propri confini, al tempo del Covid, è faccenda da setaccio rigidissimo, e nel novero dei paesi che le maglie di quel setaccio le hanno strette la Nuova Zelanda si è distinta fin dalle fasi iniziali della pandemia. Si è distinta tanto da diventare nazione totem, assieme al Viet Nam, di un certo modo di chiudere i confini: quello totale. Ha stupito non poco quindi la decisione di questi giorni da parte del governo di Wellington di concedere la residenza al signor Larry.

Il signor Larry ha il passaporto azzurro degli Usa, viveva alle isole Figi prima che il covid facesse espellere i cittadini stranieri ed aveva chiesto la residenza a novembre del 2020. La domanda del signor Larry era stata elaborata a gennaio 2021, approvata a febbraio ed è sfociata in un visto di residenza una manciata di giorni fa. Il signor Larry era arrivato in Nuova Zelanda ad inizio anno, quando la sua domanda era in fase di valutazione, ed aveva serenamente atteso che essa producesse l’atto di assenso che faceva di lui un abitante della Terra dei Kiwi (gli uccelli, non i frutti).

E il ministro della Sanità Andrew Little, nel relazionare al Parlamento dopo che l’opposizione aveva chiesto lumi sul curioso caso del signor Larry, l’aveva spiegata un po’ meglio: “Il giorno dopo la ricezione della domanda, un’eliambulanza neozelandese con a bordo personale medico e un’infermiera specializzata in terapia intensiva ha trasportato il bambino e un membro adulto della famiglia dalle Fiji alla Nuova Zelanda“. Quale bambino? Il figlio del signor Larry, incolpevole oggetto della polemica perché affetto da covid aggressivo ed oggi guarito.

Perché il fatto che di mezzo ci fosse un bambino malato non c’entra nulla con il fatto che il signor Larry abbia ottenuto una corsia, diciamo preferenziale, per entrare in uno dei Paesi più blindati del pianeta. Forse c’entra un po’ di più il fatto che il signor Larry, come altre decine di persone, abbia approfittato di uno speciale visto che la fiscalissima Nuova Zelanda concedeva, mentre urlava al mondo che lì non si entrava, a tutti coloro che avrebbero investito almeno 7 milioni di dollari in loco.

Come ha fatto il signor Larry, Larry Page, cofondatore multimiliardario di Google, uno per cui 7 milioni di svanziche sono argent de poche. Larry Page che si è comprato il suo diritto ad abitare a casa dei kiwi mentre altri quel diritto se lo sognavano per carenza di censo. E magari per quella carenza sono morti in arcipelaghi dove curare il covid era faccenda più tignosa. Perché aprire una frontiera indipendentemente dai soldi di chi a quella frontiera bussa è roba per chi fa volare lo spirito. E infatti il kiwi non vola.

Pennuto esoso.

PHILIP HAMMOND

Foto: Patrick Tsui/FCO

Ci sono regole che valgono in tutto il mondo, cosine auree che acquistano in ogni Paese dove si applicano le loro sfumature di paradigma ma che conservano inalterata e a monte la loro natura etica. Insomma, in tutto il mondo esiste il disdicevole e in ogni parte del mondo il disdicevole prende la sua specifica forma di norma. Come quella ad esempio che nel Regno Unito impedisce a membri del governo di fare lobbyng in favore di banche, specie se sei Cancelliere dello Scacchiere, vale a dire ministro delle Finanze. Ministro, anzi, ex ministro come Philip Hammond, a cui i laburisti contestano una precisa, e molto disdicevole, faccenda.

A stanare l’ex ministro conservatore e pari a vita, quindi membro accreditato per meriti della Camera dei Lord, un’inchiesta al fulmicotone del Sunday Telegraph. Fatta salva la sua presunzione di estraneità ai fatti-magagna di cui lo si accusa Hammond avrebbe scritto al Tesoro per perorare la situazione di una banca di cui è consulente (profumatamente) pagato. Ora, noi italiani sul conflitto di interessi ci siamo fatti una discreta cultura mainstream e potremmo citare non meno di cinque casi a braccio in cui una faccenda del genere aveva sobillato la stampa e terremotato qualche stanza pavesata di velluto, ma nel Regno Unito la faccenda è molto meno da “ammuina” e molto più da botto.

Tanto da botto che Boris Johnson aveva disposto già “ex ante” l’avvio di una specifica commissione che avesse in punta di mission proprio i rapporti fra alti papaveri dei ministeri, finanza e traffici di influenze assortiti. E la commissione, lemme ma implacabile, è arrivata a stanare faccende del governo di Teresa May. Nello specifico di Hammond, è saltato fuori che dopo aver lasciato la Camera dei Comuni, il nostro ha conservato diversi ruoli privati, fra cui quello di direttore non esecutivo della banca OakNorth International.

E pare che durante i primi mesi del 2020 il nostro abbia contattato Charles Roxburgh, il secondo funzionario più anziano del Tesoro, per informarlo di un “toolkit“, di un pacchetto di offerte insomma, che OakNorth aveva sviluppato per valutare possibili mutuatari. Allegato alla mail c’era un messaggio a firma dello stesso Hammond in cui il ministro-direttore si sperticava nell’illustrare quelle offerte come un qualunque promoter e chiedeva a Roxburgh di “passarlo a chiunque altro potesse essere interessato“.

Insomma, la grana è grossa e riguarda uno che, da Segretario della Difesa quale era prima di diventare capoccia delle faccende economiche del Regno, aveva detto che “la corruzione andrebbe combattuta con l’esercito, invece che con i controlli”. Voleva darsi solo un tono bandolero, glie lo concediamo, ma per darsi quel tono là bisogna essere dei missionari. E la finanza di tipi così non ne ha accasati molti, negli ultimi 100 anni.

Abbiamo una banca.

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