Internazionale: protagonisti della settimana XXXV nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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TONY BLAIR

Tony Blair

È stato al numero 10 di Downing Street negli anni in cui starci aveva un peso enorme, in politica estera e per contingenze interne: ha dovuto gestire la crisi della Corona dopo il tormentato fine vita e la morte di Lady D; è stato il premier britannico che dopo l’11 settembre appoggiò con le truppe la decisione degli Usa di colpire il terrorismo di Al Quaeda partendo dal luogo che in iconografia un po’ sciolta ne faceva da incubatrice: l’Afghanistan.

Ora ha dovuto vedere un maggior generale dell’82ma Airborne, quella con cui gli inglesi nel ’44 spazzolarono la Normandia, entrare in carlinga di un Galaxy C 17 e farsi fare pure una foto figa a visione notturna, come se stesse sbarcando a Utah Beach invece di smammare.

Insomma, Tony Blair sulle scommesse e sugli azzardi geopolitici degli americani ci aveva messo la faccia perché era la faccia di un occidente impunito che faceva la guardia alle storture del mondo. La sua, di faccia, e quella dei Desert Rats che aveva spedito assieme al Sas ed alle brigate meccanizzate nelle valli di un Paese che sfornava oppio, guai e cecchini montanari Pashtun instancabili. 

E in questi giorni un suo lungo memoriale ha rimesso sulla scomoda forgia della storia un concetto che sta al di fuori di ogni valutazione contingente sul ritorno dei talebani, ne sta fuori perché il concetto in questione quelle valutazioni le contiene tutte, ma proprio tutte. È quello della “volontà strategica dell’Occidente“. Cos’è? È quella dottrina per cui ogni cosa in cui l’Ovest del mondo decide di andare a vedere un bluff, fare una tana o tutelare un interesse mettendo l’etica planetaria in punta di moschetto va tenuta ferma nel novero delle cose da non cassare mai, mai e poi mai. Questo perché a poker come in geopolitica i bluff più dei punti vanno tenuti in mano fino alla fine della partita e fino al punto che ti fa allungare le mani sul tavolo verde. 

Qualcuno dice che la teoria del riempimento degli spazi vuoti è obsoleta e costa troppo, ma Tony Blair non ci crede.

Il presidente Joe Biden. Foto Gage Skidmore

Ed è stato per questo motivo che il laburista Blair ha fatto un cazziatone maiuscolo al democratico Biden. Perché sarà anche vero che a firmare e brigare a Doha coi talebani a febbraio 2020 ci è andato Donald Trump, ma è anche vero che Biden aveva un potere di rescissione che, appena entrato in carica, non ha colpevolmente esercitato. In questo modo e con questo stato di cose “ogni gruppo jihadista in tutto il mondo esulterà” perché siamo venuti meno ad un obbligo morale ed abbiamo preso una decisione “tragica, pericolosa e soprattutto non necessaria che ha minato gli obiettivi dell’intero Occidente“. Blair lo ha detto sei ore prima degli attacchi Isis-K ad Abbey Bridge, notare bene.

E Biden? A motivarlo secondo Blair solo “lo slogan politico imbecille sulla fine delle ‘guerre per sempre’, come se il nostro impegno nel 2021 fosse lontanamente paragonabile al nostro impegno di 20 o finanche 10 anni fa. L’abbandono dell’Afghanistan della sua gente è tragico, pericoloso, inutile, non è nel loro interesse e non è nel nostro. La decisione di restituire l’Afghanistan allo stesso gruppo da cui è scaturita la carneficina dell’11 settembre mi è sembrato il modo perfetto per ostentare la nostra umiliazione“.

Reagan all’ora del tè.

TITO GBANDEWA

TITO GBANDEWA

Da un lato lui, dall’altro la Cina, come Davide e Golia ma in salsa africana ed equatoriale. Non finirà bene, la storia di Tito Gbandewa, ecco perché dobbiamo sbrigarci a raccontarla. Perché le storie come la sua, le storie di quelli che provano a contrastare il “soft power” di Pechino non hanno mai il lieto fine.

Tito è un perfetto Signor Nessuno ed è uno dei tanti abitanti della Sierra Leone, se ne contano a decine da quelle parti, che con sofferti mutui hanno aperto piccoli resort in quello che è considerato il Paese più bello dell’Africa Occidentale. 

Mare blu cobalto, foresta con fusti verdissimiche sfuma in mangrovie nella sabbia silicata color corallo scuro ed acque pescose come poche al mondo. Spiega The Economist, che della storia di Tito e della Cina si è occupato di recente, che alcuni scienziati hanno scoperto che la foresta pluviale che guarda le spalle al piccolo resort di Tito è una vera miniera di principi attivi medici: lì ci sono alberi la cui corteccia “può curare la tosse di un bambino e guarire le cancrene più accese“, dicono i saggi della tribù Mende.

Tito lavora con i turisti, soprattutto stranieri, che vogliono fare surf o pescare le cernie giganti che fanno tana negli antri rocciosi sotto la superficie di quel mare di una bellezza sfacciata. Ma un mese fa, a fine luglio, Tito aveva ricevuto la visita di due funzionari cinesi e di un dirigente del governo locale. Il terzetto sornione gli avevano proposto una faccenda: se lui fosse andato via in fretta ed avesse ceduto il terreno su cui sorge il resort gli sarebbero stati pagati seduta stante 50mila dollari.

Pare che Tito, nel dire il suo sereno “no grazie” non abbia neanche impugnato la grossa fiocina che usa per bucare la pelle spessa delle cernie giusto sotto la pinna ventrale quando si immerge. Chi c’era giura che l’abbia lasciata appoggiata ad un palo infisso nella sabbia rosa. 

One belt one road (Grafico: Lommes)

Al posto della spiaggia di Tito deve sorgere un porto per la pesca finanziato dalla Cina che copre 100 ettari. La spiaggia di Black Johnson, la spiaggia di Tito, sarà la prima a cadere: è inserita ufficialmente nella Belt and Road Initiative della Cina, lo schema infrastrutturale globale con cui Pechino sta colonizzando il pianeta

La Sierra Leone è uno dei Paesi più poveri del mondo e da tempo ha bisogno di un porto per i pescherecci d’altura. La Cina ha accettato di stanziare 55 milioni di dollari per “aiutare a costruire il porto”. 

E la Cina non vuole noie, perciò ad inizio agosto qualcuno ha sversato il contenuto di decine di bidoni nel mare che guarda ai piccoli bungalow di Tito, dentro c’era solvente per vernici, flatting scadente che ha ammazzato centinaia di cernie di 300 chili in poche ore e fatto pappa nera delle loro orbite sagge. Per ammazzarle con gli arpioni ci sarebbero voluti anni e in binario parallelo con la loro riproduzione, così è stata solo ecatombe inutile e barbara. T

he Economist non ci dice se Tito si è arreso e alla fine ha accettato quei 50mila dollari, ma ci ha detto quale è stato il prezzo per non averli accettati subito. E a noi basta.

Le mani sul pianeta.

FLOP

TILL LINDEMANN

Till Lindemann (Foto: Sven Mandel)

Allora, per capire fra i boomer chi sia Till Lindemann basterà andare a googolare il nome Rammstein alla voce rock, anzi, alla voce heavy metal, per i puristi “tanz” metal. Il tipo è il frontman di una band con seguito planetario che ha fatto parlare molto di sé, anche per il nome antipaticheggiante che rimanda ad un incidente aereo militare del 1988 con protagoniste le nostre Frecce Tricolori.

Band che si è scavata una nicchia molto rappresentativa nell’universo della musica estrema, quella fra timpani piallati ed elettronica snob alla Alexanderplatz.

Lindemann, che qualche giorno fa è stato arrestato in Russia per violazione delle norme anti covid su un concerto che avrebbe provato a tenere in barba ai numeri contingentati,è anche altre cose. E’ poeta, scrittore, sceneggiatore e uomo d’affari ed a detta di Mikhail Piotrovskij, direttore generale dell’Ermitage di San Pietroburgo, è anche un gran paraculo

Saltiamo la parte dove spieghiamo cosa sia l’Ermitage e cosa rappresenti nella realtà museale del pianeta sennò che boomer siete e veniamo alla magagna. Tutto avrebbe avuto inizio, secondo il racconto di Forbes Live, a marzo di quest’anno, con la richiesta di Lindemann di girare un video musicale nelle sale dell’Ermitage. Attenzione, di solito quando un museo come l’Ermitage riceve una richiesta da un cantante heavy metal quest’ultima viene soffiata via come i refoli dalla cornice del Ritorno del Figliuol Prodigo di Rembrandt. Tuttavia quella volta il direttore, che forse ha un figlio metallaro, aveva deciso di fare un’eccezione. 

In più il cantante aveva una mission storica: gracchiare in russo stretto tra le mura dell’Ermitage la canzone Ljubímyj górod, “La città amata”, un motivo che rimanda alla Seconda guerra mondiale tratto dal film di propaganda del 1939 “Istrebiteli“. Sta di fatto che qualcosa è andato storto, innanzitutto perché il direttore ha accusato Lindemann di aver girato anche in zone del museo interdette per accordo preventivo, poi perché il direttore medesimo ha fatto una scoperta che ha portato allo scandalo il museo e quasi all’infarto lui.

Foto: Josep Renalias

Qualche giorno fa Lindemann, giusto prima di finire in manette con il suo manager per quel falso visto turistico che invece serviva ad organizzare concerti, ha annunciato in pompa magna sul suo account Instagram di aver messo in vendita dei suoi token NFT. In una botta di cesarismo tutto teutonico li ha chiamati NFTill. Si tratta di cinque token con Till sullo sfondo delle sale dell’Ermitage che sono in bella mostra sul marketplace “twelve x twelve”a prezzi variabili fra i 199 e i 100mila euro.

Spiega Russia beyond che “gli NFT, ossia i “non-fungible token”, sono uno speciale tipo di token crittografico che garantisce, grazie a una certificazione che avviene tramite la blockchain, l’unicità e l’autenticità di oggetti immateriali di arte digitale“. Insomma, è merce criptovalutabile a tutti gli effetti che serve a fare danè, altro che ribellione del Rock and Roll.

E il direttore Piotrovskij, nell’apprendere che il cantante ha usato gli sfondi dell’Ermitage per i fondi della sua metallica esistenza, ha fatto tre cose ordinate ordinate: al grido di “è una porcheria!” ha denunciato Lindemann per violazione della proprietà intellettuale, poi per aggressione intellettuale. Ecco un frame della denuncia: “Durante le riprese, il signor Lindemann ha abusato dei suoi diritti di ospite. La clip include immagini che non erano state precedentemente concordate dalle parti”.

E la terza cosa? Lecito supporre che sia andato a comprare subito un disco di Toto Cutugno che, a parte qualche sbavatura ucraina, dalle parti di Madre Russia l’è ancora un dio.

Ricchenroll.

L’UNIVERSITA’ DI SHANGAI

A dire il vero chi ha letto la notizia, per quanto congrua in forma e contenuto, per un attimo ha pensato che quelli del britannicissimo Guardian avessero trovato bumba. Magari il brandy stravecchio di Churchill nascosto negli anfratti della metropolitana di Londra che a volte il tizio prendeva per darsi arie da leader pop.

Poi però la somma delle agenzie che battevano la news e il fatto che c’entrasse la Cina hanno dato polpa, fonte certa ed agghiacciante sugo alla faccenda. 

Quale? Quella per cui qualche giorno fa l’Università di Shangai avrebbe chiesto ai propri dirigenti amministrativi la lista degli studenti in predicato di essere gay. Passato il minuto di silenzio allocchito? Possiamo riprendere a leggere?

E quell’atto servirebbe a far cosa? Lo ha spiegato un documento-frontespizio dell’ateneo comparso e poi fatto sparire di corsa del web quando in bestia ci sono andati tutto il pianeta e mezza Cintura di Orione: andava “stilata una lista per ottenere informazioni sul loro stato mentale“. 

Ci siete ancora? Asciughiamoci il sudore e proviamo a riassumere in quesito. Dunque abbiamo un ateneo, una università, un luogo deputato all’insegnamento superiore ed alla formazione non solo culturale ma anche etica delle classi dirigenti del futuro del Paese più futuribile del globo che vuole la lista dei gay iscritti e questo per vedere se stanno bene di capoccia? 

Anche messa così non cambia, anzi, peggiora, perché più del merito dell’obbrobrio sconvolge il luogo in cui l’obbrobrio ha avuto genesi. Inutile dire che gli studenti Lgbtq+ di Shangai già colpiti duro dal governo con l’abolizione dello Shangai Pride e i sodali di mezzo mondo sono diventati idrofobi sui social.

Quelli del Guardian, dal canto loro, emendati da un’accusa di etilismo e gonfi dell’orgoglio per chi ha beccato lo scoop, sono andati a chiedere spiegazioni ai vertici dell’ateneo. Tuttavia la sola risposta è stata quella di togliere precipitosamente l’atto amministrativo delle pagine social, non prima che lo “screenshottassero” anche i coyote dell’Arizona però. 

La storia di questa orribile richiesta fa paura, e la fa su due binari: il primo è quello generalista per cui se l’omofobia mette il tocco accademico per la sconfitta della stessa siamo a metà fra il “senza speranza” e il “campa cavallo”. Il secondo è più empirico: dato che il documento chiede anche di indicare “posizione politica, contatti sociali” e altri non meglio precisati “requisiti rilevanti” degli studenti gay censiti, la paura germina infida. 
E’ paura che possano nascere delle liste di proscrizione con cui boicottare o “diversificare al ribasso” il percorso accademico di chi è considerato “diverso”. E qui nello scrivere “paura” abbiamo sbagliato, perché queste sono cose che mettono terrore.

Bacio accademico ma solo se baci chi dico io.

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