Internazionale: protagonisti della settimana XXXVII nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

INTERNAZIONALE – UP

YEVGENY ZINICHEV

Foto: Mchs.gov.ru

Beato quel Paese che non ha bisogno di eroi“, diceva Bertolt Brecht. Timidamente dissentiamo e scriviamo che si, “Beato quel Paese che non ha bisogno di eroi, ma beatissimo quel Paese che, ad averne malauguratamente bisogno, poi gli eroi li trova“. Eroi come Yevgeny Zinichev, ministro delle Emergenze russo, che è morto pochi giorni fa nel tentativo di salvare la vita ad un cameraman durante un’esercitazione navale nell’Artico, a Norsilk.

Zinichev, 55 anni, era in affaccio su quelle acque diacce nella sua veste di supervisore delle esercitazioni in atto, una sorta di “prova generale” della versione russa della Protezione Civile, che lì è mercanzia a trazione militare pura. A dare notizia dell’incidente era stata Margarita Simonyan, caporedattore dell’emittente RT: Zinichev è morto “nel tentativo di salvare un cameraman che è scivolato ed è caduto in acqua“. 

La new sarebbe stata confermata da lì a poche ore anche dal Moscow Times. “C’erano molti testimoni, ma nessuno ha nemmeno avuto il tempo di capire cosa è successo quando Zinichev è saltato in acqua dopo che l’uomo caduto ha battuto la testa su uno scoglio affiorante ed è svenuto“. Il ministro si è tuffato ma l’acqua gelata lo ha ucciso per ipotermia dopo pochi secondi

Senza alcuna velleità di paludamento patriottardo e retorico, il dato c’è e lo diamo: Zinichev era uno dei pochi politici di rango che avevano iniziato la loro carriera nei servizi di sicurezza, difficilmente avrebbe fatto quello che ha fatto se non avesse indossato la divisa del Gru. Viene subito evidente il parallelo con la carriera di un insolitamente schiantato Putin, anch’egli ex spia del KGB e amico di lunghissima data del defunto ministro. 

Lo ha detto chiaramente ad Al Jazeera english: “Questa è una perdita personale irreparabile per me. Abbiamo lavorato insieme per molti anni”. Zinichev infatti era stato anche capo della sicurezza personale di Putin. E se è vero che la retorica a volte è il colesterolo della storia, è anche vero che la storia senza figure di riferimento ed esempi è solo un film grigio di nessi causa-effetto. E quel che Yevgeny Zinichev ha fatto morendoci ha rimesso la storia in asse con l’arcobaleno, il ponte su cui passeggiano gli Eroi.

Onore e basta.

SAADI GHEDDAFI

Saadi Gheddafi

Diciamoci la verità, quando nel 2003 Lucianone Gaucci lo portò a giocare in Italia nel suo Perugia e negli anni in cui calcò i campi di Udine e della Genova doriana che non fosse proprio la Mano de Dios lo si capì subito. Però era figlio di cotanto padre e per un po’ andò bene. Andò bene fino a quando Saadi Gheddafi, figlio terzogenito del fu colonnello Muhammar, non si fece beccare positivo al doping dopo un memorabile Perugia-Reggina. 

Ma il goal più bello Saadi lo aveva segnato qualche giorno fa, quando dopo 7 anni di prigionia a Tripoli, città le cui carceri non sono proprio resort, era stato scarcerato.

Il Ministero della Giustizia aveva precisato anche una cosa che se non si parlasse della Libia saprebbe di giallo, ma siamo in Libia e quella cosa sa di “piccolo disguido burocratico“. Che cosa? Che la decisione sulla scarcerazione del terzogenito del despota ucciso nel 2011 era stata presa dal tribunale “diversi anni fa

Ad ogni modo Saadi, che oggi ha 47 anni, si troverebbe ospite di un Paese e di un leader che con i fatti libici hanno avuto a che fare tanto: la Turchia prezzemolineggiante di Recep Erdogan.

Saadi è stato anche presidente della federazione calcistica, capitano della nazionale libica. Ma non solo: l’ex “talento” vanta altre skill: azionista di Juventus, Roma e Triestina attraverso il Libyan Arab Foreign Investment Company e la Tamoil

Il processo a Gheddafi jr, che venne anche torturato dalla jihad salafita, era stato imbastito nel 2005 per l’accusa di omicidio del suo ex allenatore a Tripoli, Bachir Rayani, commissario tecnico della squadra Al-Ittihad, uno dei tanti gioielli di famiglia del fu rais. Saadi era stato assolto nell’aprile del 2018 dalla Corte d’Appello della capitale libica, ma nessuno si era mai sognato di rilasciarlo

Ora è libero. È in Turchia e, secondo l’informatissimo Guardian, avrebbe preso molto sul serio il suo ruolo di mediatore economico fra Erdogan e il Niger, Paese che lo ha estradato nel marzo del 2014. Mediatore su cosa? Su un oleodotto di greggio “oliato” dalle entrature che Saadi si era guadagnato durante il suo soggiorno in Africa Occidentale.

Pibe de Olio.


INTERNAZIONALE – DOWN

JOE BIDEN

Foto: Gage Skidmore / Surprise

Joe Biden lo aveva detto e adesso un membro dei Servizi britannici ha lanciato l’allarme al Guardian, ma procediamo per step. Primo step: dieci giorni fa Joe Biden ammette che si, “potrebbe esserci un elenco di nomi di afghani vulnerabili consegnato ai talebani nel tentativo di facilitare l’evacuazione degli Stati Uniti dal Paese“. Cioè? Per farla pratica gli Usa hanno girato ai Taliban l’elenco completo delle persone che hanno lavorato con loro. 

Perché? Perché gli Usa non hanno obiettato nulla nell’affidare ai Taliban ed a personale afghano sedimentato dalla rotta dell’esercito regolare la sorveglianza dell’aeroporto di Kabul, in particolare nella zona “Abbey Gate”. Per inciso sarebbe la zona dove l’Isis-K ha fatto centro con i suoi due attentati kamikaze del 26 agosto, secondo qualcuno proprio grazie al fatto che la cintura di interdizione fosse “a trazione madrassa boys” e non affidata ai mastini dell’82ma Airborne Usa

E il Capo della Casa Bianchissima, nelle ore del ventennale di Ground Zero tra l’altro, ha spiegato poi che “le forze statunitensi si sono coordinate con i talebani in diverse occasioni per aiutare a portare gli sfollati all’aeroporto“. Poi ha capito dove cacchio stesse andando a ficcarsi e ha precisato lepre: “Non posso dire tuttavia con alcuna certezza che ci sia stata effettivamente una lista di nomi. Potrebbe esserci stato. Ma non conosco alcuna circostanza. Non significa che non esista. Potrebbe benissimo essere successo“. 

Il problema resta anche a sorvolare sul fatto che così al più può parlare un vigile dell’Iowa e non il capo dei capi fra i capi dei Servizi del Paese che ha le barbe finte più efficienti del pianeta, uno che sta commemorando l’11 settembre e che ha liberato i files del’Fbi sul ruolo losco dell’Arabia Saudita. Perché subito dopo sono arrivare le critiche, durissime, di un alto funzionario del Centcom, il Comando centrale guidato dal molosso a quattro stelle McKenzie. 

Il capoccia in grigio verde, rigorosamente in regime di anonimato, ha spifferato tutto il suo stupore al New York Times: “Fornire i nomi degli afghani che avevano sostenuto il governo degli Stati Uniti nel Paese equivaleva a dare ai talebani una lista della spesa per uccidere. È semplicemente spaventoso e scioccante, mi sono sentito sporco solo a sentirlo“. 

Spavento condiviso anche da un’altra gola profonda, membro del MI-6 britannico ed ex operativo dei Sas di Sua Maestà, che ha rilanciato sul Guardian quella che a suo dire è stata “la gaffe più clamorosa in mezzo agli errori che il presidente Usa ha incasellato negli ultimi tre mesi“. 

E non è un caso che a tirare il lapis rosso sotto la faccenda sia stato un ex Sas inglese, visto che proprio le unità degli ammazzasette britannici sono quelle più attive nell’Uzbekistan. Cioè quella più informate, cioè quelle che più di tutte hanno capito la portata di questa immane cantonata.

Joe è stanco, Joe ha sonno.

SAMIA HASSAN

Samia Hassan (Foto: Paul Kagame)

Per essere la prima e sola donna presidente del continente africano, a voler togliere la collega etiope che però ha compiti più di rappresentanza, non è stata molto di aiuto alla condizione femminile. Samia Hassan è diventata presidentessa della Tanzania dopo la morte a marzo del suo predecessore John Mafuguli, uno che proprio prog prog non lo era, dato che mandava la polizia nelle case del suo paese a stanare gli omosessuali.

Ci si aspettava grandi cose da lei, proprio per rimettere l’etica del Paese in asse con quella del terzo millennio, e lei non ci ha messo molto a far capire che c’era un motivo per cui il vecchio capoccia l’aveva scelta come delfina. 

In un discorso pubblico per celebrare la vittoria di una squadra di calcio maschile, con il ghigno che solo il pensare ortodosso sa dare, Hassan ha ironizzato sulla necessità di dare maggiori finanziamenti anche al calcio femminile. Perché? Perché a suo parere le calciatrici, con quel “petto piatto” e quell’attività molto poco femminile, avrebbero problemi a trovare marito. Insomma, il fulcro della mistica della presidentessa è “chi vi si piglia senza sise“.

Piccolo florilegio dell’Hassan-pensiero: “Quelle calciatrici con i loro petti piatti, poverette; potresti pensare che siano uomini e non donne. E se guardi i loro volti potresti farti delle domande. Fartele perché se vuoi sposarti vuoi qualcuno che sia attraente, una donna che abbia le qualità che desideri, e nelle calciatrici quelle qualità sono scomparse“. 

Fermi ché c’è dell’altro e di peggio: “Oggi loro ci rendono orgogliosi come nazione quando portano trofei al paese, ma se guardi alle loro vite nel futuro, quando le gambe saranno stanche per il gioco, quando non avranno più energie per giocare, che vita avranno?“. 

La chiosa è da mettere mano ai cotton-fioc e ravanare forte:”Per le calciatrici la vita matrimoniale è come un sogno. Questo perché anche se uno di voi qui porta a casa come moglie una di queste vostra madre vi chiederà se sia una donna o qualcosa di simile“. 

E a parte qualche squittio timido ex post dell’opposizione giù applausi da far venir giù il palazzetto. E se in un mondo di nemici che la fanno in piedi il nemico più grande la fa esattamente come te allora la speranza che quel mondo sia migliore non è l’ultima a morire: è già morta.

Titolo di studio: quinta coppa D.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright