Internazionale: Top e flop dal mondo. I protagonisti della settimana

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

TOP

SERGE BRAMMERTZ

Ci sono uomini che conducono grandi battaglie in sordina. Eppure rappresentano il nerbo assoluto di un certo modo di organizzare le faccende umane. Quel modo si chiama Giustizia, Giustizia Internazionale ad essere precisi. Serge Brammertz è un tranquillo professore di Diritto all’università di Liegi, è poliglotta ed ama il calcio. Anzi, i ben informati dicono sia un vero fanatico delle Furie Rosse, della nazionale belga, per capirci.

Serge Brammertz © Pietro Naj-Oleari

Un uomo normale. Che non fa cose normali. Brammertz è anche procuratore presso il tribunale Internazionale dell’Aja. Lui persegue i criminali di guerra, li inchioda in punto di diritto e mette la parola fine alle impunità assortite che ne coprono le esistenze.

Tanto per capirci, Brammertz è quello che ha accusato in aula i macellai dell’ex Jugoslavia, è della stirpe di Carla Del Ponte, amica di Giovanni Falcone e fustigatrice di corruttele finanziarie e malommi. L’ultimo mostro che è capitato sotto le sue mani si chiama Felicien Kabuga. Ha 83 anni, era latitante da 24 e ci sono ottimi motivi per ritenerlo sponsor primario del massacro dei Tutsi in Rwanda del 1994. Un brutto cliente per il quale il procuratore ha effettuato immediata richiesta di estradizione dalla Francia, dove è stato arrestato.

Il motivo: perseguirlo in un processo all’Aja, dove i mostri rispondono delle loro mostruosità davanti alla legge internazionale. Ma un altro giudice, Bill Sekule, gli ha detto no. Kabuga andrà a processo ma ‘in filiale’ ad Arusha, in Tanzania, per cautele legate al Covid. Brammertz non ci è stato. E ha redatto una istanza bis per portare il macellaio all’Aja. Perché «quello che potrebbe aver fatto al mondo merita la più centrale delle aule di giustizia».

Molosso in toga.

SONIA SOTOMAYOR

Sonia Sotomayor è la prima giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti di origine ispanica. Ed è una che ha vissuto la mission decidendo su cose non sempre gradite, specie ai repubblicani ‘duri e puri’. In questi giorni la Sotomayor ha dovuto rivestire il ruolo di Cassandra.

Sonia Sotomayor. Foto © Official White House / Pete Souza

A ricordarle che lei il nervo scoperto lo aveva già stuzzicato è stato il New York Times. Che ha l’ha chiamata in causa dopo un articolo su Tim Walz. Chi è costui? È il governatore del Minnesota. Il che fa di lui con ogni probabilità uno dei dieci uomini attualmente più incasinati del pianeta. Perché sta affrontando l’orgia di rabbia sfasciatutto tracimata in tutti gli Usa dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto.

La Sotomayor aveva aspramente criticato i suoi colleghi sulla ‘qualified immunity’, la voce giuridica che assicura ai poliziotti facoltà extra di andarci giù duri. Con probabilità bassissime di essere processati, condannati e soprattutto di risarcire i parenti delle loro vittime; fino a 3,5 volte di meno, secondo Reuters.

Quando nel 1967 venne modificata in senso tellurico quella legge divenne davvero il ‘Ku Klux Klan Act’. Perché negli States, a pagare le mattane delle divise che userebbero il manganello anche per picchiare il coniglio pasquale, sono soprattutto le minoranze. Di cui il black people è ancora oggi fetta maggioritaria.

La giudice, che è ispanica e sente il problema come un vecchio sente i reumi, aveva definito la dottrina uno «scudo assoluto» di barbara immunità. Il NYT le ha chiesto di confermare a bruciapelo la sua tesi in calce ad un fondo su Walz. E la giudice che i repubblicani del Congresso si dice usino come bersaglio nelle partite a freccette al San Patrick’s Day non si è fatta pregare. «Giustificando il metodo ‘spara prima, pensa dopo’, la Corte rende vana ogni tutela sancita dal IV Emendamento».

Detta legge.

FLOP

MIGUEL DIAZ CANEL

Cuba è preda di fame, carestia e Covid e lui che fa? Chiede più limoni per fare il guarapo e più pasta da pizza. Lui è Miguel Diaz Canel, il presidente cubano succeduto alla doppietta castrista. Ma il suo modello è evidentemente Maria Antonietta d’Austria, che secondo la vulgata propagandistica sanculotta invitò i francesi affamati a mangiare brioches. Inutile dire che Diaz Canel invece la sua uscita l’ha fatta davvero e in questi giorni è stato seppellito disberleffi sui social e dai media.

Il presidente Miguel Diaz Canel con il presidente Vladimir Putin Foto © Kremlin Press Service

Il problema è però molto più serio del grip barzellettisico scatenato. Cuba è in razionamento alimentare da due anni ormai e la morte di Raul Castro ha consegnato all’isola un leader gelatinoso che manca di due cose. Cose fondamentali nel copione caraibico del socialismo, che sente l’usta dei capi veri. La prima è il carisma ma, dopo i Castro, averne è difficile e farne succedaneo valido è impossibile. La seconda è la capacità di surfare l’onda del tempo, e in politica non averne è l’anticamera dell’agonia. Anche quando il tuo consenso è blindato da un regime.

Secondo El Nuevo Herald, Canel ha incontrato i vertici del Partito Comunista per fare il punto della situazione. Ed ha illuminato i companeros con il suo genio. L’unica soluzione che gli è venuta in mente per fronteggiare l’orrore dei cubani che fanno file di 24 ore per accedere ai beni di prima necessità è stata quella merendera. Una via che ha illustrato al Buro Politico del PCC: reperire più limoni. Per fare? Per preparare il guarapo, una bevanda analcolica a base di canna da zucchero aromatizzata alla frutta.

Poi ha perfezionato la formula: dal razionamento deve essere tolta anche la pasta per la pizza. Perché “una cospicua fetta di cubani ha il microonde”.

Qualcuno giura che dal Mausoleo di Santa Clara, tomba di un certo dottore, si sia distintamente udito urlare.

Hasta la limonata siempre.

JUAN GUAIDO’

Il presidente ad interim del Venezuela è interinale da troppo tempo. A un anno e cinque mesi dal colpo di mano con cui da leader del parlamento si è fatto proclamare capo dello stato è ancora un mezzo travicello. Lui è El Jefe, il ‘capo buono’ in opposizione al chavista Nicolas Maduro, ma non è riuscito ancora a scalzare il rivale.

Foto © WEF / Ciaran Mc

Rivale che, alla faccia del ruvido socialismo tiranneggiante con cui ha sempre governato, si è tenuto in casa i pezzi pregiati di esercito, servizi e polizia. E governa in tandem con il favore, più o meno estorto, dello stesso popolo che affama. Ma, in stallo, non al punto cioè da fargli preferire il rivale.

Eppure nel tentativo Guaidò si è visto poggiare sulla spalla le mani di quasi tutte le grandi democrazie occidentali e dei Paesi dell’Organizzazione degli Stati Americani. E non solo: il nostro è un crogiuolo di circostanze benedicenti. E’ stato addestrato nelle scuole golpiste di destra in Serbia. E’ anche spinto dalla Cia ed osannato dai ricchissimi dissidenti della Florida. Inutile dire che Trump lo chiama più volte di Melania.

Tuttavia Guaidò con gli scatti finali proprio ci litiga. E in questi giorni sottotraccia ha fatto il diavolo a quattro per invitare la Banca Centrale d’Inghilterra a non restituire subito al Venezuela le 31 tonnellate di oro custodite nei caveau di Threadneedle Street.

Quell’oro è fondamentale per consentire al Paese di affrontare la crisi Covid. Non è oro chavista o guarimbero, è oro e basta, buono per superare un momentaccio.

Ma Guaidò vive nel terrore. Di cosa? Che la riconsegna prima del riconoscimento di chi debba essere il leader destinatario del mega bonifico equivalga ad un flop nel flop. Ed auspica che la magistratura inglese ritardi il pronunciamento di merito fissato al 22 giugno.

E’ dotato ma non si applica.

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