Sulla moglie di Cesare nemmeno il sospetto

Il caso 'Concorsopoli' in Regione Lazio. La differenza tra legittimità ed opportunità. Buschini lasciato solo. Nonostante abbia voluto sacrificarsi per tenere ogni sospetto lontano dalla Regione

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Il punto vero della vicenda legata al concorso del Comune di Allumiere, dal cui elenco-idonei il consiglio regionale del Lazio e altri enti pubblici hanno proceduto a ventiquattro assunzioni definitive, è quello dell’opportunità politica. (Leggi qui Cosa c’è dietro al concorso di Allumiere).

Nessuno ha messo in dubbio la regolarità delle procedure. E anche adesso che i carabinieri probabilmente ascolteranno alcuni dei candidati esclusi, bisognerà vedere quali saranno le valutazioni della Procura di Civitavecchia sulle condizioni per aprire o meno un fascicolo.

Mauro Buschini e Nicola Zingaretti

La commissione sulla Trasparenza sarà sicuramente importante per dare risposte in termini amministrativi, burocratici e procedurali. Ma l’opportunità politica è un concetto diverso. Perché si lega a doppio filo con la situazione di un Paese devastato da quattordici mesi di Covid. Perché questa vicenda, come ha scritto Sergio Rizzo su La Repubblica, ha rappresentato «un vero e proprio schiaffo in faccia alle decine di migliaia di persone che in questa regione a causa della pandemia hanno perso il lavoro e sono scivolate senza averne colpa nel baratro della povertà».

La regolarità delle procedure è data per scontata. Ma l’opportunità politica vuol dire rendersi conto che tanti ragazzi (anche laureati) non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

Dobbiamo a Svetonio la frase “nemmeno il sospetto sulla moglie di Cesare”. Vuol dire che per chi ricopre determinati ruoli, i politici ma anche i magistrati, non basta essere imparziali. Bisogna pure apparire come tali. Ed è questa la ratio dell’opportunità politica. In settori come la scuola e il lavoro dovrebbe valere sempre e comunque la massima di Seneca: “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità”. Perché in fondo è il merito che dovrebbe fare la differenza.

La politica, più di qualunque altra categoria, dovrebbe preoccuparsi soltanto di garantire a tutti eguali condizioni di partenza. Poi i più bravi arrivano prima. 

Il corto circuito nei Democrat alla Regione Lazio 

Buschini sul seggio da Presidente

Mauro Buschini si è dimesso da presidente del consiglio regionale quando ha capito che l’ondata mediatica stava mettendo in imbarazzo il Partito e anche il presidente della Regione. E infatti lo ha sottolineato: «Non è una resa, ma un atto di trasparenza e di rispetto verso le istituzioni».

Non si aspettava e non meritava l’isolamento politico. Sia prima che soprattutto dopo il passo indietro. Avrebbe potuto (e forse dovuto) chiedere in modo fermo le dimissioni di tutto l’ufficio di presidenza. Per un fatto semplice: l’intero ufficio di presidenza ha condiviso quella delibera. E per un motivo di opportunità politica (è il concetto chiave) l’intero ufficio di presidenza avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Invece questo non è successo.

E nel momento in cui Mauro Buschini, dopo aver rassegnato le dimissioni (non dovute), si è girato, non ha visto più nessuno. (Leggi qui La solitudine del sacrificabile Buschini).

E quando il giorno dopo sul quotidiano La Repubblica è stata riportata la frase del presidente Nicola Zingaretti («Mi stanno rovinando la carriera. Buschini? Ai miei occhi è finito»), molti hanno letto la vicenda in un solo modo: Buschini è stato sacrificato sull’altare della ragion di Stato del Partito. (Leggi qui Zingaretti-Buschini Pandemonio in salsa Dem).

Poi Zingaretti in una nota ufficiale ha spiegato che quello di Buschini «è stato un bell’esempio di trasparenza sull’idea della commissione». E ha pure specificato che «è stato Mauro Buschini a ritenere di fare un passo indietro». Tutto questo però è avvenuto dopo la frase iniziale: «Ai miei occhi è finito». Inoltre le prese di posizione dei vertici regionali dei Democrat sono sembrate atti dovuti. Ed è questo l’aspetto politicamente più rilevante, considerando i ruoli che Buschini ha ricoperto in questi anni. 

Le elezioni di Roma e quelle in Ciociaria 

Raggi, Zingaretti e Calenda

Nicola Zingaretti continua a ripetere che non sarà candidato sindaco di Roma. Ma resta il suo il nome più forte per il Pd e per il centrosinistra. Al punto che non è escluso che il segretario Enrico Letta possa chiedergli un passo avanti. (Leggi qui Sognando il Campidoglio).

Le elezioni della Capitale determineranno i nuovi scenari della politica italiana. Come sempre è stato: da Francesco Rutelli a Walter Veltroni, da Gianni Alemanno a Ignazio Marino. Fino a Virginia Raggi. Zingaretti intende completare il mandato da presidente della Regione Lazio, ma la “battaglia di Roma” sarà talmente importante che è impossibile fare pronostici adesso.

Oltre che a Roma però si vota anche in Ciociaria. Dove il Pd esprime i sindaci di molti Comuni. E in autunno si torna alle urne anche ad Alatri, roccaforte proprio di Buschini. E a Sora. Tra poco più di un anno si vota a Frosinone, il capoluogo, dove il centrosinistra viene da due disfatte storiche. I Democrat esprimono il presidente della Provincia (Antonio Pompeo), ma anche quelli di enti intermedi importanti e strategici: Francesco De Angelis all’Asi, Marco Delle Cese al Cosilam, Lucio Migliorelli alla Saf. E li esprimono in virtù del fatto che hanno la maggioranza dei sindaci e degli amministratori locali.

Tra gli effetti collaterali di questa vicenda c’è pure quello della fine della tregua armata tra le “correnti” sul territorio. Certamente i leader hanno improntato le loro dichiarazioni alla massima cautela, ma nelle retrovie, tra le truppe, le fibrillazioni sono evidenti. Non sarà per nulla facile ricucire gli strappi e presentarsi uniti ad appuntamenti come le comunali di Alatri e di Sora.

O di Frosinone, considerando la lacerazione profonda che c’è nel gruppo consiliare. Il botta e risposta a distanza sui social tra Alessandra Sardellitti e Angelo Pizzutelli fa emergere due partiti diversi. Distanti anni luce tra loro. Non è più una questione di primarie, ma di condivisione della stessa idea di Partito. Perciò il corto circuito a livello regionale potrebbe essere interpretato da più di qualcuno come il via libera all’ennesima resa dei conti.

O tana libera tutti? 

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