Cassino ed il suo legame storico con la camorra

 

di Vittorio MARTONE,
Dipartimento di Scienze Sociali
Università Federico II di Napoli

 

 

Caro Direttore,

la ringrazio per aver opportunamente rianimato il dibattito pubblico su un fenomeno che richiede attenzione costante, specialmente in un’area di confine come è Cassino e il basso Lazio in generale. (leggi qui l’articolo di Benvenuti a Cassino, succursale criminale di Caserta) La ringrazio perché il tempo in cui la camorra sembrava non esistere, o essere assai distante da qui, non è lontano.

Nonostante i fatti da lei evocati – poi richiamati e arricchiti dagli interventi di Marco Galli (leggi qui) e di Walter Bianchi (leggi qui) – facciano oramai parte della storia del territorio, tornare a parlarne è sempre elemento positivo. La stessa antimafia nasce così, ab origine, come dito puntato su una realtà fumosa eppure reperibile: là dove la cultura mafiosa impone silenzio, l’antimafia invita a metter “parola”. La ringrazio anche per aver posto l’attenzione sui fatti più recenti, che denotano di una preoccupante violenza diffusa nel centro cittadino. Responsabilità che vanno a mio avviso immediatamente individuate e punite, senza sminuirle alla stregua del “gioco da ragazzi”. Su questo ho apprezzato l’intervento di Fabio Leone (leggi qui).

Gli episodi che testimoniano di “sconfinamenti” di camorra e ’ndrangheta nel basso Lazio risalgono negli anni, sono piuttosto noti. Ci sono rapporti, reportage di ottimi/e cronisti/e e pubblicazioni scientifiche. Così come è nota l’operatività di famiglie e gruppi autoctoni e l’ampissima rete di supporto “esterno” che nel basso Lazio ha dato accoglienza al denaro e ospitalità agli amici camorristi. Io stesso ho partecipato a due importanti ricerche nazionali sulle Mafie del Nord (occupandomi proprio de Le mafie nel basso Lazio) e sugli Affari di camorra (approfondendo gli aspetti di rappresentazione pubblica sempre nel basso Lazio). In quegli studi emergeva una atavica criticità che indebolisce il contrasto alle mafie nel basso Lazio. La ritrovo identica nei toni usati dal suo articolo, Direttore.

Il cuore del problema sta nel concetto di “casertizzazione” di Cassino.

È vero. Fino a tempi recenti nel dibattito pubblico locale serpeggia una diffusa tendenza alla “negazione”. Non è una peculiarità locale: il negazionismo si registra in tutte le aree di non tradizionale insediamento mafioso. Nando Dalla Chiesa ha parlato di “rimozione collettiva” con riferimento alla Lombardia. La base di tale “rimozione” non sta tanto nel negare di essere invasi, visto che periodicamente salta fuori un grido d’allarme che consegue alla pubblicazione di rapporti o di indagini giudiziarie. La rimozione sta nella persistente ritrosia a riconoscere che è la tenuta stessa del corpo sociale a essere in crisi.

A Cassino come altrove si registrano alcuni indicatori di un generale “abbassamento dei costi morali”, l’assenza di disapprovazione sociale verso comportamenti non consoni alla corretta convivenza, ma non per questo mafiosi. Pensiamo al familismo e alla raccomandazione, all’evasione fiscale, al lavoro irregolare, al consumo endemico di cocaina, all’importazione di automobili con esenzione Iva, al boom del gioco d’azzardo legale, al profitto “opaco” che pseudo-cooperative e amministratori fanno con l’accoglienza dei rifugiati. Qui non c’è necessariamente la mafia, ma di certo qui sta il brodo di coltura di una certa cultura mafiosa che permea i luoghi, l’economia e le istituzioni, anche senza che ci siano i “mafiosi di Caserta”.

Veniamo così al secondo punto: il paragone con Caserta. Le assicuro che agli occhi di un sociologo come me, nato e cresciuto a Cassino, risulta davvero paradossale separare il basso Lazio dalla vicina Campania, attribuendo al limite amministrativo un confine tra “due società” e due territori uniti nella medesima evoluzione politica, economica e criminale. Per di più l’attuale confine è stato ripristinato solo nel 1945.

Come noto, nel 1927 il regime fascista divise la Terra di Lavoro proprio allo scopo di reprimere quella che Mussolini definì “camorra dei mazzoni” (…) “la plaga che sta tra la provincia di Roma e quella di Napoli”. Quindi anche a Cassino. Per cui è vero che Cassino = Caserta, ma non perché sia avvenuta una supposta casertizzazione. Questa analogia cela invece una inappropriata distanza tra un “noi” e un “loro” che rimarca un’altra immagine tipica del negazionismo: quella delle mafie come “corpo estraneo”.

Lo diceva Giovanni Falcone: “Gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici. (…) Sono uomini come noi. La tendenza del mondo occidentale, europeo, in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri. Ma se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” (Cose di cosa nostra, 1991). Dire che ci siamo casertizzati rimanda a un approccio “culturalista”, che in fondo assolve la società locale, considerata pacifica e non in grado di intendere il linguaggio delinquenziale che connota le manifestazioni mafiose “nei territori d’origine” (a 20 km!).

Rincarando la dose con toni più prossimi all’orientalismo, un articolo di Formia Libera che recensiva la mia ricerca sul basso Lazio titolava: “Sono in mezzo a noi, parlano come noi, si vestono come noi”. Gli stessi toni sono stati usati fino ad anni recenti dai report di alcuni attivisti anticamorra nel Pontino. Ecco, questo concetto di “confine”, marcato fisicamente dal fiume Garigliano come elemento di distanza antropologica prima ancora che amministrativa tra Lazio e “Campania mafiosa”, è stato il vero fattore di debolezza nell’azione di contrasto: per le istituzioni la camorra finiva con i confini della Campania e a lungo non è stato possibile condannare per mafia la criminalità organizzata operativa nel Lazio perché “qui la società è refrattaria a sottomettersi al giogo mafioso”.

Concludo con un’ultima considerazione in merito alla debolezza della tesi della casertizzazione di Cassino, che risiede nell’immagine di Caserta che Lei veicola, come territorio uniformemente soggiogato dalla criminalità mafiosa.

Di certo al 1997, anno delle dichiarazioni del Procuratore Gian Franco Izzo da lei richiamate, il fenomeno camorristico era molto più invasivo nel casertano, ma non ovunque. L’area più interessata riguardava l’agro aversano, con cuore a Casal di Principe e propaggini fino a Pignataro Maggiore, Marcianise e Sessa Aurunca. La stessa area che è stata efficacemente bonificata con il lungo processo denominato Spartacus, un simbolico spartiacque nel contrasto ai clan della federazione dei celebri Casalesi.

Alla repressione giudiziaria si è affiancato un importante fermento nella locale rete di associazionismo anticamorra orientato a un proficuo riutilizzo dei beni confiscati. Ecco, se dovessi generalizzare, questa è la Caserta cui mi riferirei oggi. Quella del Comitato Don Peppe Diana, del Pacco alla Camorra, della Nuova Cooperazione Organizzata, di Libera Terra e del Sindaco di Casal di Principe, Renato Natale. Allora sì, l’auspicio è di “casertizzare” Cassino al più presto, riunendo le forze  sociali, economiche e politiche che operano nell’area, come invitano a fare molti degli intervenuti nel dibattito.

A tal proposito, un ruolo centrale va attribuito al mondo dell’istruzione e dell’alta formazione, come sta facendo l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale in cui è recentemente nato l’osservatorio CULT – CUltura Legalità Territorio.

Tutti assieme per sostenere le istituzioni di contrasto e per generare anticorpi di tipo culturale e sociale, che intaccano i meccanismi che sono alla base della genesi e della riproduzione del consenso mafioso.

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Vittorio MARTONE

PhD in Sociology and Social Research
Research Fellow
Department of Social Sciences
University of Naples – Federico II
Vico Monte di Pietà, 1, 80138 – Napoli (Italy)
web: www.scienzesociali.unina.it
skype: vittorio.martone

 

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