La ricetta per la crescita che pochi hanno voluto leggere (di D. Del Monaco)

di DANIELE DEL MONACO
Presidente Parsifal
presidente Legacoop
Frosinone-Latina

 

 

Ho molto apprezzato il post “Il coraggio di lasciare la competizione”. (leggi qui)

 

È una analisi spietata e realistica dell’arretratezza del nostro territorio. La tesi di partenza – «la Ciociaria non è stata mai terra di coopetizione» – spiega perché siamo perdenti nei confronti della spinta romanocentrica che caratterizza da sempre la politica (di destra o di sinistra non fa differenza) della nostra regione.

 

Noi cooperatori ne siamo consapevoli da molto tempo.

 

Ricordo, per esempio, che quindici anni fa la Camera di commercio di Frosinone commissionò una ricerca al Censis. Lo scopo era di partire dall’analisi della realtà di allora, purtroppo non peggiore di quella di oggi, per elaborare nuove politiche di rilancio, economico e sociale, della nostra provincia. Il Censis diede alla ricerca un titolo significativo: Dall’attraversamento all’accumulazione.

 

Frosinone e Latina – si può ancora leggere nelle conclusioni – sono «troppo spesso soggette alle spinte compulsive delle due metropoli, Roma e Napoli. La vicinanza a questi due centri, da un lato, non rendendo giustizia alle potenzialità, per lo più inespresse, dell’area in esame, manca di stimolarne la volontà e le capacità di costruire una propria identità ed un modello di sviluppo autoreferenziale fondato sulle ricchezze e sulle specificità interne al territorio. Dall’altro, il nanismo funzionale proprio dei centri minori (se confrontato con le due metropoli) non consente, in assenza di alleanze strategiche, l’assunzione di una posizione contrattuale forte che dia voce alle tante realtà anche nei processi decisionali che investono gli aspetti di assetto strategico del territorio che si delineano per l’area (dalla eventuale creazione di una Roma regione alla ipotetica nascita della provincia cassinate)».

 

In quella situazione, l’alleanza tra Frosinone e Latina veniva già allora individuata come condizione necessaria per la crescita: «la contiguità territoriale – scriveva il Censis – potrà consentire alle due province l’individuazione di un progetto comune di macro area territoriale, una dimensione di integrazione sistemica in cui far confluire e valorizzare il proprio patrimonio culturale, imprenditoriale, turistico e logistico».

 

Con tutta evidenza, tanto la situazione problematica quanto la soluzione, già allora, erano chiare e ben descritte. Ma, dopo di allora, poco o niente si è fatto. Perché quel che di fondo occorre è, come tu scrivi, un salto culturale.

 

Eppure alcuni semi sono stati gettati e aspettano solo che la comunità se ne prenda cura perché possano fiorire.

 

Il mio ottimismo si fonda innanzitutto sulla nostra storia, che dobbiamo recuperare.

 

La Ciociaria è la terra di Cicerone, che spiegando, nel De Officiis, l’essenza della res populi, paragonava le comunità degli umani a quella delle laboriose api («Come le api non si raccolgono in sciami per costruir favi, ma costruiscono favi perché sono naturalmente socievoli, così, e tanto più, gli uomini, appunto perché uniti in società per naturale istinto, mettono in comune la loro capacità di operare e di pensare»).

 

Ma, soprattutto, la nostra è la terra dove è nato il monachesimo occidentale. Siamo noi i figli di San Benedetto e delle Abazie. Il santo patrono dell’Europa parlava, millecinquecento anni or sono, dell’ottimizzazione del lavoro di gruppo e della cooperazione come arma vincente. Il modello dell’Abazia è il modello della comunanza e dell’organizzazione collaborativa più studiato dagli imprenditori. In un certo senso non è sbagliato dire che i benedettini sono stati precursori di quello che oggi si chiama il “marketing olistico”. Sapevano creare con la comunità quel rapporto di reciprocità e fiducia che è la vera forza delle economie post-moderne.

 

Nel nostro territorio vi sono ancora moltissimi giovani che si sono formati in scuole e licei ottimi e che non solo hanno competenze elevate, ma soprattutto hanno voglia di mettersi in gioco e di collaborare tra di loro e con i loro coetanei di tutto il mondo.

 

A Frosinone e Latina esistono cooperative che, pur affrontando difficoltà estreme ogni giorno, non hanno mai abbandonato la visione di un territorio di struggente bellezza, il nostro, in cui la forza comune deriverà – per usare le parole del sociologo Richard Sennett, dall’«operare con persone che non ci somigliano, che non conosciamo, che magari non ci piacciono e che possono avere interessi in conflitto con i nostri», ma con le quali possiamo e dobbiamo realizzare un lavoro che ci può dare, in qualche caso già ci dà, «piacere e soddisfazione» (Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione).

 

Alcune di queste cooperative, ripeto: di Frosinone e di Latina, cooperano tra di loro ormai da decenni. Costruiscono abitazioni per nuclei familiari alla ricerca della loro prima casa, realizzano servizi di welfare di prim’ordine, offrono occasioni di inserimento lavorativo stabile a persone socialmente fragili. Spesso lo fanno attraverso consorzi, uno dei quali ho la fortuna di presiedere, in cui l’idea di coopetizione è talmente radicata che chi ci lavora non è più capace di ideare e mettere in pratica nulla se non attraverso metodi partecipativi e di mutuo soccorso.

In questo nostro tempo, dobbiamo avere coraggio. Il coraggio di passare definitivamente dalla competizione alla coopetizione, da una dimensione miope, individualistica e fatalistica ad una lungimirante, altruista e proattiva, dall’Io – come mi piace ripetere – al Noi.
Perché siamo Noi, e nessun’altro, ad essere gli artefici del nostro presente.

 
Noi i principali responsabili del mondo che consegniamo ai nostri figli, e delle loro possibilità di futuro.

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