Se la vergogna è rivoluzionaria (di D. Facci)

Si chiama “youthquake ”. In Inghilterra è stata considerata la 'parola dell'anno'. Significa terremoto giovanile. In che modo i giovani stanno facendo tremare? Andando in massa a votare. Il voto giovanile dalle nostre parti invece...

Dario Facci

Direttore Responsabile La Provincia Quotidiano

Non so se il suo nome sia vero o d’arte, perché è clamorosamente adatto al ruolo. Liam Young (cioè “Giovane”) ha 21 anni, è inglese e ha concepito un libro che si intitola “Rise”. Parla di un popolo di giovani come lui che si alza in piedi. O meglio, si rialza. Lo fa, quel popolo, esprimendo il suo voto popolare. Che c’è di strano?

Che i giovanissimi, un po’ ovunque e da noi anche peggio, stando alle previsioni, ad andare a votare non ci pensano proprio. E se in Inghilterra l’Oxford English Dictionary ha scelto “youthquake ” come parola dell’anno 2017, cioè “terremoto giovanile”, vuol dire che da qualche parte, all’ombra del Big Ben, qualcosa che parli alle tenere coscienze dei virgulti dell’umanità c’è.

Il “terremoto” sarebbe addirittura causato da un gesto che nelle democrazie è basilare: esprimere il proprio voto.

Un pensiero che fa rabbrividire e, al contempo, deve farci riflettere sullo stato della nostra democrazia: ridotta a considerare “rivouzionario” il gesto che gli è più proprio.

Oggi sapremo se i sondaggi che hanno indicato continuamente al ribasso il dato sull’affluenza giovanile alle urne avranno avuto ragione, oppure se una qualche onda sismica, attraversando la manica, la Gallia e la barriera alpina, sia arrivata a farsi sentire anche nella vecchia Italia. Se così fosse sarà interessante seguire le analisi degli specialisti, perché non c’è alcun motivo valido dalle nostre parti perché la tendenza all’a bbandono inverta la direzione.

Il “rifiuto” dell’impegno politico, infatti, non deve essere interpretato come disinteresse alla politica. Si tratta di mettersi d’accordo sul ruolo che essa deve tornare ad assumere, cioè alla missione che le è propria, quella di interpretare le esigenze, governare i processi che esistono, far funzionare le cose meglio per tutti.

Quella dei giovani non è una categoria di elettori interessante per i politici perché si è autoesautorata, proprio per quell’abbandono: se non voti non conti, dunque non mi interessi. E le politiche che applicherò non terranno conto di te.

Ecco perché i giovani faranno bene a tornare a votare in massa se vorranno che per loro le cose cambino.

Ovviamente, anche se lo facessero, nessuna assoluzione per una classe politica che ormai da un decennio non riesce a guardare oltre il proprio naso o, peggio, in alcune sue espressioni si è convinta che si possa governare una città, una regione o addirittura uno stato senza esserne all’altezza. Anzi, senza saper fare nulla.

Allo stesso tempo ha convinto intere masse che, senza essere all’altezza e saper far nulla, ci si possa sedere a qualsiasi tavolo, si possa disquisire di qualsiasi cosa e avere la stessa voce in capitolo di chi sa e sa fare.

Ecco, questo i giovani, intontiti dalle bufale diffuse sui social, non lo devono consentire. A prescindere da quale legge elettorale esista e quale norma regoli la loro vita in qualsiasi ambito.

Un vecchio saggio di Seneca recitava: “la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono”. Ecco, la vergogna torni ad essere un valore, più che una sensazione e il popolo del futuro, se vuole rialzarsi, lo deve pretendere col voto a chi non è un millantatore, un delinquente o un improvvisato.

E’ andando a votare e consapevolmente che i giovani possono compiere un vero gesto di protesta. Disertare le urne è inutile.

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