A chi fa comodo il fallimento di Virginia Raggi

 

di Arturo GNESI
Scrittore – Medico – Blogger
Sindaco di Pastena

 

 

Ogni giorno si intensificano i pettegolezzi sul sindaco della capitale e con titoli allusivi, benché geniali, viene tirata in ballo anche la sua vita privata, i suoi legami affettivi, le sue relazioni sentimentali. Ammesso che le sia rimasto il tempo di qualche scampolo di vita familiare.

Non è facile giudicare il suo operato, sembra fatta apposta per sbagliarne una al giorno, sembra che qualcuno l’abbia messa lì per dimostrare che il sistema non si cambia e che per governare una città simile bisogna essere per forza degli smaliziati figli di ‘buona donna’.

Assessori indagati, dimissionari, chiaccheroni, uomini di fiducia arrestati, manager paralizzati da uno scenario amministrativo e strategico in panne, difficile da riprodurre anche nei più piccoli centri nelle mani di sindaci incauti ed inesperti.

Ma perché una metropoli che elegge con un consenso straripante un neo sindaco dopo appena pochi mesi si ritrova alla deriva?

Se escludiamo il complotto ordito da bande organizzate o da clan mafiosi, che pure hanno i loro affari da coltivare all’ombra del Campidoglio, bisogna nel rispetto dei cittadini di Roma fare un passo avanti per capire cosa sta succedendo.

Virginia Raggi ci ha messo del suo, lentezza, inesperienza, buonafede e forse la velleità di capeggiare una lista che non aveva al suo interno le condizioni e le competenze per governare una grande città. E forse nemmeno una modesta cittadina di provincia.

Ma detto questo, penso che il Movimento 5 Stelle abbia fatto il resto.

Si è tenuto dapprima a distanza dal sindaco, temeva di compromettersi, di essere avvicinato a personaggi discussi, chiacchierati per le loro esperienze nelle amministrazioni passate e per i rapporti di collaborazione che avevano avuto con strutture operative e decisionali molto vicine alla Roma palazzinara, degli affari e della finanza.

Successivamente il direttorio del M5S ha preso in mano la situazione, modificando il codice etico e blindando la posizione del primo cittadino non si sa se per fiducia o per convenienza elettorale. Un atteggiamento sbagliato perché ha allontanato il sindaco dalla gente e lo ha isolato dai problemi della città e non è solo una sconfitta del singolo. Ma rischia di essere la debacle di una politica che si era dichiarata contro le combriccole di ogni risma che lucrano con gli appalti pubblici e con il potere derivante dalla gestione della cosa pubblica.

Rimane da chiedersi se aver bloccato un rinnovamento amministrativo, per quanto lacunoso o imperfetto e l’aver decapitato un cambiamento culturale della politica non sia più rovinoso della timidezza amministrativa di Virginia Raggi.

Il voto del 70%dei romani appare così inutile perché le trame della politica hanno immobilizzato e quasi sterilizzato l’idea suggestiva e romantica di una politica che avrebbe cacciato i mercanti dal tempio e ridato voce e fiducia al popolo di Roma.

Penso alla solitudine di una sindaca che invece dovrebbe ritrovare il feeling con la sua città e non essere una sorta di prodotto d.o.p. perché così vuole il suo movimento. Si liberi degli affaristi e dei pupari e cerchi di sentire i consigli e u bisogni della gente che l’ha votata.

I luogotenenti dei partiti non aspettano altro che intonare il de profundis e poi sentenziare che la politica non si cambia e che è un’utopia portare nei palazzi del potere il “profumo della primavera”.

Si liberi dalle catene del suo movimento e provi per un giorno a vivere da leone, sempre meglio che cento da Raggi.

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