Il governo MattaDraghi, Cencelli e il Contrappasso

Foto: Filippo Attili

Il Governo con la maggioranza più ampia di sempre? Macché! C'è una feroce legge del contrappasso a regolare molte delle scelte dietro le quinte del Draghi I

Franco Fiorito
Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Esistono non più di 10 copie del manuale Cencelli rigorosamente battute a macchina e copiate con la carta carbone. Le redigette personalmente il povero Massimiliano Cencelli, un allora oscuro funzionario della Democrazia Cristiana.

Raccontò lui stesso che nel 1967 al congresso di Milano Sarti, Cossiga e Taviani fondarono la corrente dei pontieri che, brillantemente, ottenne in quel consesso il 12 % dei consensi e propose allora di dividere gli incarichi come le società, in cui vengono assegnati in base alle azioni possedute.

Fu così che furono divisi gli incarichi di governo e il nome del Cencelli divenne noto perché ad ogni richiesta dei cronisti dell’epoca che chiedevano delle nomine Sarti rispondeva “chiedetelo a Cencelli”. 

Da quel momento il manuale venne perfezionato, arrivando a delineare le transizioni da un governo all’altro. Ad esempio il premier uscente era previsto che divenisse nel governo successivo il ministro degli Esteri. Ruolo di prestigio ma non influente sulla politica interna.

Citato per decenni in senso sarcastico o dispregiativo per alludere a nomine fatte solo con logica spartitoria è tornato in auge nei commenti relativi al governo Draghi appena insediato.

Autorevoli e riciclati

Mario Draghi (Foto: Alessandro Di Meo via Imagoeconomica)

Un Governo che, al contrario delle premesse di autorevolezza e preparazione, ha introdotto un mix di riciclati del precedente Governo, uniti a riciclati dei precedenti Governi, uniti a tecnici, evidentemente suggeriti dalla longa manus del presidente Mattarella, un po’ riciclati dalle task force dal Mef  e da altre istituzioni. Insomma un coacervo di già visto privo di alcuna novità sostanziale, se non nel nome del Presidente Draghi. Se vogliamo anch’egli riciclato dalla Banca Europea. Ma sarebbe ingeneroso.

Viene da dire allora ma quale Cencelli. Si esclamerebbe: “il povero Cencelli si sta rigirando nella tomba” se non fosse ancora vivo e vegeto ed in buona salute.

E non si avrebbe torto perché, a ben vedere, c’è una novità sostanziale: che non è affatto rispettata la proporzione tra forze politiche e parlamentari. Innanzitutto perché le forze politiche non sono rispecchiate numericamente ma soprattutto perché la magna pars delle nomine, di quelle più incisive, è stata appannaggio del Presidente della Repubblica. Un avvenimento che non trova precedenti di queste proporzioni nella storia della Repubblica.

Il manuale Mattarella

Sergio Mattarella con Mario Draghi (Foto: Paolo Giandotti / Imagoeconomica)

Si sa che, sempre, i Presidenti esercitano una sorta di moral suasion, anche sulle nomine dei Partiti, a volte i governi hanno avuto predominanza tecnica, ma mai un presidente aveva esercitato un’influenza così forte e diretta sulle nomine.

E dunque a farsi benedire il Cencelli. La variabile Mattarella lo fa saltare alla grande. A meno che non si consideri Mattarella come un vero e proprio Partito come una forza politica autonoma a sé stante. E non si cadrebbe in grosso errore.

Difatti dalle prime trionfali dichiarazioni sul governo Draghi, in cui le veline recitavano l’impassibilità del banchiere di fronte alle richieste dei Partiti, liquidate con un “deciderò io”, si passa a nomine in cui l’influenza di Draghi è minima se non assente. Tanto che da governo Draghi molti, dopo le nomine, lo hanno iniziato a chiamare governo Mattarella, a partire dal portavoce dei 5 stelle Crimi che lo ha detto senza timori.

È così che dal governo dell’uomo forte Draghi si è passati ad una sorta di ircocervo che si può tranquillamente definire MattaDraghi.

Il MattaDraghi

Il primo Consiglio dei Ministri del Governo Draghi

La logica da individuare è semplice. I ministri filopresidenziali sono tutti allocati nei posti dove sarà maggiore l’introito del recovery fund. Come a dire e che pensavate veramente che facevamo gestire questa pioggia di miliardi a Grillo, Conte e compagnia cantante?

Infatti le nomine provocano mugugni in quasi tutti i Partiti forse ad eccezione di Forza Italia che incassa una tripletta di ex ministri tra i quali brilla per assenza Antonio Tajani superato addirittura da Brunetta. Un economista di alta statura come disse amabilmente Mario Monti.

I Cinque Stelle sembrano i più tartassati. Si crea il ministero della Transizione Ecologica ma non glielo assegnano. Addirittura rimane fuori il Mise il Ministero dello Sviluppo Economico che va al nemico giurato Salvini con Giorgetti. Il Pd decimato soffre nelle correnti che ribollono e non nomina donne come suo solito irritando ancora di più. Renzi prima trionfante si vede dimezzare gli incarichi perdendo l’Agricoltura punto di forza.

Ed in un attimo si passa dal “Draghi santo subito” ai distinguo acidi.

Conte ed i suoi Casalini

Non parliamo poi dei vari Ciampolillo Mastella Polverini che da protagonisti non vengono nemmeno più nemmeno nominati. Hanno fatto la fine di quelli che avendo il biglietto vincente della lotteria in mano lo lasciano nei calzoni che la moglie butterà in lavatrice. Stanno ancora ginocchioni guardando l’oblò che gira per la centrifuga.

L’on. Ilaria Fontana con la delegazione M5S (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Un capitolo a parte riguarda Conte e i suoi casalini. Forse il detto “è andato a Roma ma non ha visto il Papa” è stato creato per lui. Fino alla scorsa settimana potentissimo premier, per finire a privato cittadino. Nemmeno se lo sono portato in delegazione i grillini. Gli hanno preferito come esperta Ilaria Fontana da Frosinone che non sentivamo nominare da quando eletta nel collegio di Cassino giubilò il povero Mariuccio Abbruzzese.

Quel Conte che ora ha fatto il passaggio di consegne con Draghi, il celeberrimo passaggio della campanella. Che all’ex premier sarà sembrata la enorme campana Maria Dolens di Rovereto visto come appariva suonato. Si è fregato nervosamente le mani per i pochi minuti di sofferenza per poi raccogliere mestamente il pacchetto rosso col premio di consolazione ed uscire tristemente dalla porticina laterale.

Ad attenderlo nel cortile per il congedo il drappello elegante dei granatieri con la fanfara e il trombone che lo accompagna sul tappeto rosso verso l’uscita. All’ultima nota del trombone parte dalle finestre l’applauso dei dipendenti di Palazzo Chigi.

E scatta l’ultimo barlume di casalinità di questo governo transeunte.

L’ultima casalinata

Perché proprio il portavoce appare sullo sfondo immortalato con gli occhi gonfi di lacrime visibilmente commosso, forse pensando allo stipendio da centosettantamila euro che non percepirà più, forse umanamente sconvolto.

Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica

Fatto sta che il video del congedo rimbalza sulle agenzie, accompagnato dai commenti sull’amore dimostrato dai dipendenti della presidenza verso il nobile ex premier, a testimonianza della imperitura stima conquistata. E daje applausi e interminabili inquadrature.

Basta qualche minuto però che tutti riprendono i video di uscita di tutti i vecchi premier, dai quali si evince che lo stesso applauso viene riservato a tutti, anzi a molti con molte più persone e molto più intenso. Basta vedere il sito della presidenza che ripropone tutti gli addii passati.

Solo che gli altri premier dopo lo squillo del trombone salgono sulla macchina e vanno.

Conte no.

Si ferma a godersi l’applauso. Indugia. Alza le dita alle finestre come a dire, lo meritate voi, con la stessa plasticità di un Renato Zero che alla fine dei concerti restituisce affetto ai sorcini plaudenti.

Tra Wanda Osiris e Melania Trump

Fa un passo indietro, poi di nuovo uno avanti, con una grazia studiata che nemmeno Wanda Osiris avrebbe raggiunto. Poi indietreggia ancora ed invita la sua fidanzata Olivia ad avanzare e, di nuovo, petto in fuori, orgoglioso si mostra agli astanti plaudenti.

Poi cerca di prendere la mano della congiunta che restia inizialmente non ricambia, forse non accorgendosi del gesto, o forse presa dalla sindrome di Melania Trump che non dava la mano al marito manco sotto tortura. Ma alla fine abbrancata la mano divenuta cedevole di questa si presta di nuovo ai fotografi per il supplemento di romanticità a beneficio dei rotocalchi rosa.

Solo allora si dirige verso l’uscita dalla macchina in attesa che, per la prima volta aspetta fuori e non dentro il cortile come i suoi predecessori, con la morte nel cuore.

Il Governo Draghi

È allora che curioso chiamo al telefono un vecchio amico dipendente veterano della presidenza del Consiglio che acidamente al mio commento sull’affetto dei dipendenti risponde: “Te credo applaudivano, so’ tutti quelli che hanno assunto loro”, ricordandomi che nella presidenza Conte c’è stato il record assoluto di nuove assunzioni e che gli stipendi, già lauti, sono stati aumentati di 270 euro mensili a tutti.

Pago di tanta acidità saluto e chiudo ancora con una stretta al cuore per le lacrime di Casalino.

Dalla vendetta al contrappasso

Vedendolo uscire penso: finalmente è finita l’era dei dpcm, delle conferenze con ritardi giganteschi, delle dirette facebook, delle veline, delle immagini in loop sui tg autoprodotte con lui pensante sulla scrivania con uno sforzo degno di una statua di Rodin. E provo un naturale sollievo.

Sollievo che passa velocemente leggendo le agenzie di tutti i Partiti in subbuglio per le nomine. Scorrendole ritrovo due nomi Daniele Franco, ministro dell’Economia e Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza che collego subito alle lacrime di Casalino. Fu proprio lui, il portavoce, ad organizzare poco tempo fa una pubblica fatwa contro i due al tempo ragioniere dello stato e capo di gabinetto di Tria.

I due rei di non favorire le famose bollinature sui provvedimenti pentastellati furono additati da Casalino come oggetto di una “megavendetta” (parole sue) attraverso un audio inviato ad alcuni giornalisti in cui diceva “ci concentreremo a fare fuori tutti quei pezzi di merda del mef” e poi “non ce ne fregherà proprio niente, ci sarà una cosa ai coltelli proprio”.

Il ministro Daniele Franco (Foto: Leonardo Puccini / Imagoeconomica)

E giù col supporto del Fatto quotidiano, che poi dovrà rimangiarsi tutto, accuse a non finire a carico dei presunti boiardi del sistema che impedivano il cambiamento.

E mi è tornato in mente il contrappasso famoso per dantesca memoria ma citato già nel De Contemptu Mundi (sive De Miseria humane conditionis) di papa Innocenzo III, al secolo Lotario dei Conti Segni, papa Anagnino che spiega la pena del contrappasso riferendosi alla fine di Sodoma. Lo cito così, senza la malizia del caso specifico.

La sofferenza del contrappasso

Insomma la legge del contrappasso (dal latino contra e patior, “soffrire il contrario”) è un principio che regola la pena che colpisce i rei mediante il contrario della loro colpa o per analogia a essa, le cui radici teoriche affondano nella tradizione antica della legge del taglione.

Chissà cosa devono aver provato i poveri Conte e Casalino a vedersi estromessi dai palazzi del potere a favore di due che avevano pubblicamente additato come nemici, indicati addirittura dal Presidente della Repubblica se non la sensazione del contrappasso.

Cosa proveranno oggi i ministri dei Cinque Stelle a sedere al tavolo coi leghisti tanto odiati e fianco a fianco con gli epigoni berlusconiani. E la Lamorgese a condividere la sedia con i Salvini che contemporaneamente cercano di processare. Ed il Pd ad ingoiare qualsiasi cosa pur di restare al governo vedendosi esautorare il loro ministro più importante Gualtieri che cede le chiavi dell’economia

Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna (Foto: Roberto Monaldo / Imagoeconomica)

Ed i poveri iscritti votanti su Rousseau chiamati ad approvare un ministero, che poi non gli viene dato, attraverso un quesito che oltre che sembrare una supercazzola non è neanche risultato vero?

O i militanti di Leu che fino a ieri twittavano la taranta di centrodestra di Checco Zalone che produceva rime baciate al limite della decenza sulla Carfagna e sulla Gelmini che ora governano con loro?

Ed il povero, si fa per dire, Arcuri che sparirà a favore di gente come Colao che ricordiamo attivissimo e produttivissimo  presidente della ricca Task Force del governo sul Covid che impartiva inutili consigli poiché rimasti del tutto ignorati dopo averli sollecitati ed ottenuti.

Ma i poveri Scanzi e Travaglio? Vederli bianchi atterriti biascicare giustificazioni assurde su questo Governo miste a finte invettive, panegirici, ragionamenti assurdi e contorti con una faccia tale che ti fanno tenerezza solo a guardarli. Un simile feroce contrappasso manco Dante lo avrebbe immaginato.

E Giggino Di Maio che Twittava “c’è lo 0% di possibilità che il movimento vada al governo con Berlusconi”? Vabbè direte, lui alle figure di merda da Bibbiano in giù c’è abituato.

E di esempi ne possiamo aggiungere decine e decine. Ma una cosa solo hanno in comune il contrappasso. (Leggi anche Mario, i Draghi e il Trono di Spade).

Il Governo delle divisioni

Perché questo governo nato come il governo con la maggioranza più ampia della storia e di grande unità, è il governo più divisivo mai percepito.

Giorgia Meloni e la delegazione FdI (Foto Alessandro Serranò via Imagoeconomica)

Ha lasciato tutti scontenti ma impossibilitati a reagire intrappolati in una morsa che non gli lascia scampo. E, come il contrappasso vuole, preda delle sofferenze che loro stessi hanno prodotto con i loro comportamenti.

Unico esempio contrario Fratelli d’Italia che fa sfoggio di autonomia e resta fuori. Preda di una campagna giornalistica avversa che manco avessero ammazzato qualcuno. Però fieri in interviste e video rivendicano la bontà della loro scelta ma con delle facce che sembrano il casalino piangens. Facendosi forza fra di loro a dire “abbiamo fatto bene a restare fuori vero?” e rispondendosi sempre tra di loro “si abbiamo fatto bene!” con la stessa convinzione di uno che va alla prima notte di nozze di un matrimonio combinato. Anche questa una forma di contrappasso.

L’unico che ride è lui. Highlander Mattarella. Ha un Presidente del Consiglio nelle sue mani, un Governo con cifre bulgare ma in cui nessuno  è veramente indispensabile, ha già costituito la maggioranza in  Parlamento per l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

E già circola voce che gli stiano chiedendo la disponibilità ad essere rieletto, almeno per un anno, dicono, per arrivare a scadenza elettorale.

Ma quell’anno vedrete, proprio per contrappasso, diventerà un altro interminabile settennato.

Si accettano scommesse.