Le dimissioni di Zingaretti certificano la crisi di sistema

La dimissioni di Nicola Zingaretti avvengono in modo inusuale. Certificano la crisi di sistema del Pd. All'interno di una crisi del sistema politico che ha portato alla nascita del governo Draghi

Donato Robilotta
Donato Robilotta

già Assessore Affari Istituzionali Regione Lazio

Nicola Zingaretti, dopo le critiche ricevute nei giorni scorsi dall’interno del Pd, si è dimesso da Segretario con una nota sui social, in maniera inusuale per un Partito che si dichiara erede di vecchie tradizioni. (Leggi qui Pd, Zingaretti si dimette: “Ora scelga l’Assemblea”).

E maniera ancora più inusuale, per giustificarle, usa la questione della lotta per le poltrone, come se della lotta politica non facesse parte anche la battaglia per gli incarichi politici e istituzionali.

Insomma un linguaggio caro ai 5 stelle che mai un esponente della Dc o del Pci avrebbe usato.

La solitudine del numero uno

Nicola Zingaretti (Foto: Imagoeconomica)

Pare che nessuno dei suoi sapesse niente e neanche i maggiorenti del Pd, anche se più volte nei giorni scorsi era circolata la voce di sue possibili dimissioni.

Non si capisce se abbia perso i nervi, come penso io, o sia una mossa astuta da professionista della politica, come pensano alcuni autorevoli commentatori, per anticipare i suoi oppositori, obbligare gran parte del Partito a esprimergli solidarietà e farsi respingere le dimissioni dall’assemblea di metà marzo, in modo da evitare il congresso e cercare di strozzare il dibattito interno.

Comunque sia la sua mossa evidenzia in maniera plastica il fatto che il Pd non ha ancora elaborato il lutto del Governo Conte e soprattutto che non ha preso bene la nascita del governo Draghi.

Il Pd appare in tutta evidenza il grande sconfitto della nascita del governo Draghi e la sua crisi interna rischia di dare grande spazio alla Lega, che oggi con Giorgetti appare come il Partito più vicino al Presidente del Consiglio.

Sembrerà paradossale ma è così, anche perché la crisi che ha portato Draghi a Palazzo Chigi non è solo politica ma di sistema e il suo insediamento sta già provocando un vero e proprio terremoto nel sistema politico. E siamo solo all’inizio.

La crisi di sistema

Mario Draghi

Zingaretti e Bettini hanno messo sotto accusa Renzi per quello che sta succedendo, non capendo che il governo Conte era arrivato al capolinea e che sia le Cancellerie Europee che il Colle non ne potevano più dei proclami e dei continui ritardi sul recovery plan. Tanto che il commissario Europeo agli affari economici, Gentiloni, erano settimane che si sgolava a dire che quello che era stato preparato era fuffa e bisognava fare in fretta.

Eppure proprio Zingaretti e Bettini, confidando nel loro rapporto esclusivo con Bruxelles e della mancanza di alternativa di governo, tranne il voto come minacciavano, facevano finta di non capire e cercavano di dar vita al Conte ter, sperando probabilmente di poter contare su un’area di Forza Italia da tempo insofferente verso il sovranismo della Lega e di Fratelli d’Italia.

Ma non erano stati in grado di fare approvare quella legge elettorale proporzionale,  promessa da tempo, che sarebbe stata funzionale a rendere più autonoma FI dal resto del centro destra. E probabilmente hanno fatto anche male i conti, perché un tipo come Gianni Letta, che dialoga da sempre con Bettini, mai e poi mai si sarebbe staccato da Berlusconi. Sono un binomio inscindibile.

Ormai solo propaganda

Foto: Carlo Lannutti (Imagoeconomica)

La crisi pandemica ha di molto aggravato la situazione economica e sociale del nostro paese, tanto che siamo in una situazione molto critica, da tempo il sistema politico invece che occuparsi della crisi e di misure strutturali continua solo a fare propaganda, a raccontare un film che non corrisponde alla realtà.

Siamo sul burrone se non dentro e il Pd pensava ancora di prendere tempo per cercare transfughi che non arrivavano, quando sono stati presi in contropiede dall’iniziativa del presidente Mattarella. Che ha detto basta e chiamato Draghi, l’unico in grado per il suo curriculum di tenere a bada i mercati e parlare alla pari con il leader degli altri paesi Europei e avere un’ottima interlocuzione con la nuova presidenza americana.

Mentre il Pd restava incredulo e orfano di Conte, la svolta della Lega, con Salvini che consigliato bene da Giorgetti diceva si al governo più europeista che ci potesse essere, ha fatto impazzire il Pd che da allora somiglia sempre più a un pugile suonato.

Persino Grillo, che ha capito che il mondo cambiava, è stato più lesto ad abbracciare Draghi, anche se questo ha provocato una crisi interna ai 5 stelle.

La soluzione è nella storia

Nicola Zingaretti

Ora vedremo cosa accadrà, comunque vada per la prima volta dalla sua costituzione il Pd ha una crisi di sistema che andrebbe affrontata, come diceva il compianto Macalauso, con un congresso vero, con le mozioni e con un profondo dibattito.

Zingaretti ha cercato di entrare al governo, ma la decisione del Presidente del Consiglio di tenere fuori i segretari di partito glie lo ha impedito. Pensava di potersi dimettere da Presidente di Regione in modo da far coincidere le elezioni romane con quelle della Pisana e tentare di fare un accordo con i 5 stelle rispetto ai due enti.

Entrando al governo avrebbe anche potuto avviare le pratiche per il congresso in modo da svelenire le critiche e gestire la successione. Non essendo entrato al governo si è trovato a dover mettere di nuovo la testa sulla Regione, con una situazione interna non proprio facile, visto che da tempo nella sua struttura si fronteggiano duramente due gruppi, e sul partito.

Ha annunciato l’ingresso dei 5 stelle all’interno della giunta per costruire con loro una solida alleanza, senza però ottenere niente su Roma, tanto che anche oggi Grillo ha tessuto le lodi della Raggi. (Leggi qui Zingaretti lancia dal Lazio l’alleanza competitiva col M5S).

Zingaretti tentato dal Campidoglio come qualcuno vocifera? E’ presto per poterlo capire, anche perchè le elezioni amministrative di questa primavera sono state spostate in autunno. Le elezioni romane sono complicate, anche se il centrodestra perde ancora tempo a cercare il proprio candidato, e Zingaretti nel passato ha sempre dato l’impressione voler rischiare il meno possibile.