La lunga notte del Covid. Ma ora basta isterie

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Nessun sistema può garantire un tracciamento completo ed efficace con questi numeri. È inutile prendersi in giro. L’atteggiamento del Governo non aiuta. Non è solo questione di lockdown sì e lockdown no. È questione di non riuscire a parlare al Paese.

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Che la situazione sia grave è evidente. L’indice di contagio Rt calcolato sui pazienti asintomatici è dell’1,5, ben al di sopra della soglia di sicurezza dell’1. Però non è con l’isteria e con il qualunquismo che se ne potrà venire fuori.

Anche in provincia di Frosinone tutti i parametri dicono una cosa soltanto: il virus sta circolando moltissimo. Lo si vede dal numero dei contagiati, ma pure dal rapporto tra tamponi effettuati (tantissimi) e nuovi casi. Siamo tra il 9,4 e il 9,6%. Con una punta del 14,19% ieri. Cifre inimmaginabili a settembre.

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Le file ai “drive in” testimoniano anche la difficoltà che l’intero sistema sanitario incontra quotidianamente. Ci sono più di 1.500 positivi in sorveglianza domiciliare in Ciociaria. E almeno altrettanti negativi in isolamento fiduciario. Secondo i virologi in questo momento per ogni contagiato c’è una media di 10 contatti. Vuol dire 15.000 persone. Nessun sistema può garantire un tracciamento completo ed efficace con questi numeri. È inutile prendersi in giro.

D’altronde basta guardarsi intorno per capire come la curva dei contagi sia in ascesa. Oggi ogni persona in Ciociaria conosce almeno due parenti e altrettanti amici positivi al Covid-19. A marzo e aprile non era così.

Giorgio Palù è un’autorità indiscussa nel campo della virologia, professore emerito dell’Università di Padova. Ha detto al Corriere della Sera: «Parliamo di “casi”, intendendo le persone positive al tampone. Fra questi, il 95 per cento non ha sintomi e quindi non si può definire malato, punto primo. Punto secondo: è certo che queste persone sono state “contagiate”, cioè sono venute a contatto con il virus, ma non è detto che siano “contagiose”, cioè che possano trasmettere il virus ad altri. Potrebbero farlo se avessero una carica virale alta, ma al momento, con i test a disposizione, non è possibile stabilirlo in tempi utili per evitare i contagi».

Occorrono nervi saldi e decisioni vere

Giuseppe Conte

Al bando l’isteria. I parametri sui quali va analizzata la pandemia non sono soltanto quelli contenuti nei quotidiani “bollettini di guerra, che alternano i termini casi, contagi e infezioni.

I “marcatori” sui quali va interpretata la pandemia sono pure altri: i ricoverati in terapia intensiva, i decessi, l’efficacia delle cure. Fare di tutta l’erba un fascio e “sparare” soltanto il numero dei contagiati ha un solo effetto: far schizzare alle stelle sentimenti come la confusione e il disorientamento.

L’atteggiamento del Governo non aiuta. Non è solo questione di lockdown sì e lockdown no. È questione di non riuscire a parlare al Paese, dicendo le cose come stanno. Nei giorni scorsi è successo questo. Il premier Giuseppe Conte esce da una riunione dell’esecutivo e dice che occorre scongiurare il lockdown. Il ministro della Salute Roberto Speranza pochi minuti dopo, rivolgendosi ai cittadini, consiglia di effettuare l’auto-lockdown. Il messaggio è chiaro: enorme presa di distanza dalla posizione del premier.

Poi l’Istituto Superiore della Sanità fa sapere che «è fondamentale che la popolazione rimanga a casa quando possibile e riduca tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie». Vuol dire che l’ISS è sulle posizioni di Speranza. Non di Conte, che ormai insegue i suoi stessi Dpcm e che molto probabilmente dovrà rivedere chissà quante volte le posizioni assunte.

Si naviga a vista. In modo completamente sganciato dai contesti scientifici e ospedalieri. Poi ci si meraviglia che le Regioni procedano in ordine sparso.

La svolta storica della Camera di Commercio

Giovanni Acampora

Quella di Giovanni Acampora non è stata una vittoria, ma un trionfo. Numerico, strategico e anche di politica associativa. Stupiscono molto il modo e le proporzioni che hanno caratterizzato la sconfitta di Unindustria. (Leggi qui I protagonisti del giorno. Top e Flop del 21 ottobre 2020).

L’associazione di categoria non si è accorta che la candidatura di Marcello Pigliacelli non avrebbe sfondato e che anzi avrebbe determinato una fetta di voto “contro”. Non è stato valutato che lo scrutinio segreto avrebbe potuto riservare forti sorprese. L’ultima lettera del neo presidente di Unindustria Angelo Camilli a Giovanni Acampora può quasi essere letta e interpretata come l’esistenza di due Unindustrie.

È come se i tentativi per cercare una soluzione condivisa fossero stati abbandonati sul nascere perché considerati fuori tempo massimo. Una posizione sulla quale l’associazione di via Noale dovrà riflettere molto. A partire dal direttore generale Maurizio Tarquini. (Leggi qui Acampora vola sulla testa del Sistema Roma).

Adesso la “caccia grossa” ai possibili franchi tiratori non ha molto senso. Non è il tempo di salire sul pulpito per lanciare scomuniche, semmai è il momento del “mea culpa”. Giovanni Acampora ha vinto con la strategia e con il buonsenso. Ora si trova alla guida dell’ottava Camera di Commercio d’Italia. Con una potenza di fuoco enorme. E il peso dell’ente camerale, anche sul piano politico, si sentirà. Si sentirà negli enti intermedi, a partire dal Consorzio industriale unico regionale.

A questo punto l’esito dell’iter non è affatto scontato. Perché tante associazioni di categoria avevano dubbi. L’ente camerale del Basso Lazio si farà sentire, eccome se si farà sentire. L’esito della votazione sulla presidenza apre scenari completamente nuovi, scenari con i quali dovrà fare i conti pure la politica. Dal livello regionale a scendere. Negli enti intermedi sono rappresentati i Comuni e le associazioni. Fondamentali le alleanze.

Non è vero che non cambierà nulla. In realtà è già cambiato tutto.

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